Martedì 18 Settembre 2018
Costume e Società

Se le battaglie diventano marketing, sono battaglie perse

La discutibile evoluzione di una vicenda che era diventata il simbolo di un clubbing liberale e politico

Qualche tempo fa ci eravamo occupati della vicenda di BASSIANI, il club di Tbilisi, Georgia, che aveva subìto un’irruzione dell’esercito nel pieno di una serata, un weekend di un paio di mesi fa. Oltre ad essere una notizia di rilevanza mondiale per l’operazione in sè e per i modi in cui è stata condotta – un governo che manda l’esercito in una discoteca per reprimere una certa attitudine liberale delle giovani generazioni è tanto grave e disgustoso da sembrare irreale, grottesco – il caso ha fatto il giro del mondo, anche perché dai social del club si è innescata una cronaca in diretta dell’assedio e da lì una manifestazione di solidarietà cittadina che ha portato a una sorta di rave di fronte ai palazzi istituzionali a salvaguardia di BASSIANI e delle sue istanze. Fatto che chiaramente ha tenuto tutte le testate specializzate (e non) incollati agli sviluppi della vicenda. Ma da allora cos’è successo? Perché è chiaro che tutti ci siamo mobilitati a favore della libertà di espressione: giornali, influencer, dj. Quanti artisti hanno condiviso sui propri profili il video con lo slogan “we dance together, we fight together”? Quanti hanno speso – il qui presente in primis – parole in sostegno di quella situazione? Moltissimi. Una mobilitazione, anche e soprattutto da parte di dj di assoluta rilevanza, che non poteva essere fraintesa e che ha visto un fronte unito in nome di una battagli indiscutibilmente condivisibile.

Proprio per questo fa abbastanza tristezza vedere come BASSIANI stia speculando sulla sua stessa vicenda: la pubblicità gratuita al club è stata enorme, e se da lì in poi è stato lecito sfruttare la ente di un fatto così grave per riapire in grande stile con ospiti che non vedevano l’ora di essere presenti proprio lì, in un luogo che ha immediatamente assunto valore simbolico, è deprimente vedere lo slogan che ha fatto alzare le barricate a centinaia di personaggi noti e a migliaia di cittadini georgiani trasformarsi in merchandising e marketing senza nemmeno lasciare alla ferita il tempo di cicatrizzarsi. We dance together, we fight together. Motto molto nobile. Stampato in quantità su magliette e quant’altro. Ok. Nulla di criminale. Il marchio Vetements ne ha approfittato per le sue ultime sfilate. Ripeto, nulla di criminale. Ma approfittare sempre e comunque di qualsiasi situazione per virare tutto verso gli hashtag, il traffico social, la viralità, il guadagno da fonti terze che ingoiano e sputano distorte le più varie vicende, non fa bene al mondo. Non fa bene a nessuno. Fa bene ai portafogli, forse, ma annacqua tutto. Annacqua la credibilità. Valore che sembra sempre più in secondo piano, sullo sfondo, ma che alla lunga sfilaccia il midollo osseo di una società. E questo è un rischio, anche se a parlare di queste cose partendo da storie di clubbing sembra anomalo. Eppure, ad accendere la miccia di tutto questo è stata proprio la storia di un club che si permette di fare cose che vanno contro i dogmi di uno Stato poco liberale. La libertà è anche, certamente, decidere come gestire la propria immagine, sia essa quella iper-leggera di Gianluca Vacchi o Paris Hilton o quella più impegnata, e certamente impegnativa e ingombrante, di una discoteca divenuta simbolo di una lotta. Ma appunto, forse non è proprio la stessa cosa. Forse abbiamo fatto il giro e non ce ne siamo neppure accorti.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA 
09.07.2018

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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