Domenica 24 Ottobre 2021
Interviste

È tornato Becko, ed è in ottima compagnia: quella di Mike Shinoda dei Linkin’ Park

Il producer romano riparte dagli Stati Uniti, da un'etichetta metal e trova un collaboratore decisamente eccezionale

La seconda occasione. La sliding door. Il salto nel vuoto. Becko era una giovane promessa della musica dance italiana, uno di quei producer con tanto talento, con un bel magnetismo e con l’attenzione degli addetti ai lavori. Però, a un certo punto, ha sentito l’esigenza di tirarsi indietro, di mollare quello che stava facendo perché non lo divertiva più. Resettando tutto e ripartendo dalla musica che gli dà gusto e soddisfazione, e arrivando con onestà e voglia di mettersi in gioco ad essere prodotto da uno dei suoi eroi, nientemeno che Mike Shinoda dei Linkin’ Park.

 

Il tuo è ormai un nome sulla mappa da diversi anni, ma per un po’ sei quasi scomparso dai radar. Come si è evoluta la tua carriera in quest’ultimo periodo?
Noi ci siamo conosciuti nel panorama EDM, era il momento storico di Skrillex, del dubstep etc. E non ti nascondo che volevo emulare il percorso artistico di Sonny Moore, che da una band si è ritagliato una carriera solista. Le cose giravano bene, sono entrato anche in Warner ma mi sono reso conto che la vibe intorno a me non era quella che cercavo.

Cioè?
Non ero a mio agio, e ho cercato dentro di me quello che mi piaceva davvero a livello musicale, tornando a rifare ciò che facevo con la band ma da solo, quindi un metal con influenze contemporanee, trap, hip hop, industrial…

Una bella virata. E che è successo?
È successo che ho pubblicato un EP di tre pezzi autoprodotto, mandando mail a raffica per capire a chi potesse piacere. Mi ha risposto la Fixt, etichetta americana con cui ancora sto lavorando, una stramba label di metal elettronico perfetta per la direzione che stavo prendendo; infatti da lì abbiamo pubblicato moltissima musica in questi anni, tra cui il mio album ‘Inner Self’. E i numeri sono più che buoni: abbiamo 2 milioni di plays su Spotify, numeri che per il mercato americano o internazionale non sono esagerati ma nemmeno minuscoli, e comunque se messi a confronto con la media italiana sono più che buoni.

Hai trovato la tua casa, insomma.
Sì, ora sto scrivendo il secondo album, lo stile è quello ma ora un po’ più rivolto al mondo anime, altra mia fissazione. C’è un colore diverso, diciamo, uso le vocine pitchate, i riferimenti sono quelli del mondo iperbolico di certa animazione giapponese. Parlo di Neon Genesis Evangelion, Tokyo Ghoul… ci siamo capiti.

 

Ma perché lasciare una major, in Italia, per interfacciarti con un’etichetta indipendente americana? Di solito quando si aggancia una grossa casa discografica si cerca di restarci, o no?
Credo sia stata una necessità: se la musica diventa un obbligo, un “devo”, perché sennò il mercato non è in linea, allora la magia che senti verso la musica va a puttane, se ti senti obbligato a creare secondo certi schemi. E per me non va bene, non faccio musica per ripetere uno schema, altrimenti avrei fatto altro nella vita. Il bello dell’arte è proprio uscire dagli schemi. Quindi mi sono messo a cercare qualcosa che uscisse dallo schema e che mi rappresentasse al 100%.

Come l’hanno presa in major?
Ho parlato con la mia persona di riferimento in Warner e ci siamo lasciati in serenità. Ci tengo tra l’altro a dire che nessuno mi ha mai detto cosa dovevo fare quando stavo lì, non vorrei essere frainteso. Certo se non sei uno stupido capisci che un producer come me in quel contesto deve comunque essere abbastanza capace di seguire una strategia e di annusare il mercato, ed essere performante, come si dice.

Ma?
Ma non ci sono mai state imposizioni in questo senso. Ero più io a sentirmi in ansia da prestazione verso un genere di produzioni che non mi esaltavano, o almeno non più.

 

Com’è lavorare in America?
Molto bello. Quelli di Fixt mi seguono anche a livello artistico, nel mix e nel master, parlo con altri producer e discutiamo di aspetti artistici del lavoro, è molto stimolante. È una label che si è costruita una piccola nicchia ma assolutamente rilevante e fedele, conta che il rock in America è vivo e vegeto, e comunque una nicchia in America fa numeri da mainstream qui da noi. È una label di producer e di professionisti creativi, perciò lo scambio è continuo non solo sulle idee m anche sul processo tecnico e tutto questo è molto stimolante per me.

E sei arrivato a Mike Shinoda.
Una di quelle storie da film. Eravamo in quarantena e un mio fan mi scrive su Instagram dicendomi che Mike Shinoda su Twitch sta cercando ragazzi che cantano per produrli. Ho preso la palla al balzo e ho pensato che stavo lavorando su una traccia proprio vicina al suo stile, così il giorno stesso ho mixato la voce del pezzo e gliel’ho spedita su Twitter con un link privato su SoundCloud insieme a un paio di chitarre e a qualche spunto, giusto per fargli capire accordi e mood.

E ha funzionato?
Mi ha risposto dopo un giorno! Ma io avevo Twitter bloccato, non lo uso da secoli, degli amici mi scrivono dicendomi che mi sta cercando, e così ci siamo sentiti e mi ha detto che avrebbe voluto produrre il pezzo.

Wow!
Davvero wow! Anche perché la mia principale influenza sono sempre stati i Linkin’ Park, se ci pensi anche buona parte dell’ondata dubstep dell’era Skrillex è in parte figlia del crossover metal/elettronica dei tardi anni ’90 e dei primi anni Duemila.

Cos’hai pensato? E com’è stato lavorare con un personaggio del genere?
Figurati, non ci potevo credere. Ci siamo trovati in sintonia da subito, ha prodotto il pezzo nella diretta Twitch modificando molti elementi della mia bozza, in pratica sono rimaste le idee di base ma tutto intorno ci ha costruito un mondo sonoro nuovo e il bello è che lo trovo estremamente coerente con quello che avevo in testa.

E come sta andando?
Molto bene, abbiamo avuto un sacco di supporti da Twitch, Spotify Italia con il banner, SoundCloud… siamo davvero contenti.

Stai pensando di trasferiti negli Stati Uniti?
No, è troppo complesso. Se proprio devo trasferirmi vado in Giappone, avrai capito che adoro quella cultura, ma al secondo posto metto comunque l’Italia. Non è che gli States abbiano tutti sti posti bellissimi dove vivere, onestamente.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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