The best of decade: bass house

    Martedì 22 Settembre 2020
Esclusiva

The best of decade: bass house

La bass house ha traghettato parte del movimento dance fuori dal tunnel in cui si era infilato con la big room, entrando di diritto nel Il meglio del decennio, il Best Of di DJ Mag Italia

Foto: RUKES

I generi nella musica elettronica sono come le comete che attraversano la volta celeste: passano, perturbano gli equilibri delle costellazioni e fanno sognare migliaia di persone. Alcune lasciano una traccia temporanea, appena percettibile. Altre, invece, sono dotate di una luce talmente abbagliante da stordire chi le guarda, facendo perdere agli spettatori ogni punto di riferimento fino ad allora conosciuto. Come gli astri, così la musica. Da sempre nuovi stili e sonorità cercano di farsi largo nel panorama musicale globale per cambiarne i connotati. All’inizio del decennio che si sta chiudendo è nato un genere che è riuscito a influenzare massicciamente il mercato musicale mondiale: la bass house.

Deficit energetico
2013. Sugli stage di tutto il mondo la big room e la progressive house spopolano grazie ad artisti come Hardwell, Dimitri Vegas & Like Mike, Nicky Romero, Tiësto, Swedish House Mafia. I drop al cardiopalma, i synth imponenti, lo sviluppo del nuovo paradigma di dj/performer e la produzione dei palchi sempre più raffinata e pirotecnica aumentano esponenzialmente l’intensità delle performance. Il pubblico generalista filo-EDM diventa bulimico e impara a ragionare in modo binario: o drop sempre più esplosivi alla DM&LM o inni progressive alla Alesso o Avicii.
In questa fase tutto ruota attorno all’energia che una traccia è capace di sprigionare. I primi anni ‘10 sembrano una gara tra produttori al drop più musocoloso, alla ripartenza più distruttiva. A fare le spese di questa competizione tra etichette (Spinnin’, Musical Freedom, Ultra, Revealed tra le altre) sono alcuni generi che, storicamente, hanno nel loro DNA un approccio meno epidermico ed estroverso. La house si ritrova subito in affanno, in deficit energetico. Se accostata alle sonorità contemporanee, non sembra riuscire a garantire quella botta che il pubblico medio da grande festival anela. Serve un rebrand, servono degli steroidi che sappiano dare attualità ed appeal al suono nato a Chicago negli anni ‘80. Ed è qui che arriva in soccorso la bass house.

 

It’s all about the bass
La bass house unisce sonorità provenienti da generi come electro house, deep house e brostep. Mischia i beat in 4/4 della house più classica con un groove tagliente incorporando bassi, synth lead e sub tipici della big room e di altri generi prettamente inglesi come il garage. La cassa e il rullante provenienti dalla Roland 808, loop vocali pitchati, lead abrasivi e intermezzi di chiara ispirazione dubstep sono elementi divenuti classici del genere. La bass house prende in prestito il build up e la “botta” nel drop pur mantenendo sempre un mood più danzereccio, fighetto e meno da “mani in alto”. Switch (il fondatore di Major Lazer assieme a Diplo), Jesse Rose, Fake Blood e gli inglesi Jack Beats sono considerati i pionieri della prima ora assieme al losangelino AC Slater che, a proposito delle sue origini, racconta: “la bass house è musica per persone con una soglia di attenzione bassa. […] Avevo bisogno di un break, di build up e di una ricca bassline. All’improvviso tutto prese forma grazie al contributo della house, dubstep, trap, garage e rave”.  

La bass house dei primi anni ‘00 non ha però a che vedere con la sua evoluzione a partire dal 2012/13. Grazie a una seconda generazione di giovani artisti come JAUZ, Valentino Khan, Ephwurd, Getter, Alison Wonderland, Diplo questo genere deflagra e trova velocemente legittimazione negli stage dei più influenti festival del circuito: Tomorrowland, Ultra Music Festival, Coachella, TomorrowWorld, tutti osano, spingono inedite sonorità sui propri palchi per appagare le decine di migliaia di persone che affollano i loro parchi e per rimanere rilevanti in un sistema instancabilmente in evoluzione. In poco meno di qualche anno la bass house arriva in cima alla catena alimentare diventando un genere conosciuto e riconosciuto da tutti. Molti festival-stage vengono immediatamente convertiti a questo “nuovo” suono (Electric Daisy Carnival e Ultra Worldwide sono i capofila), mentre nascono warehouse-party con line up dedicate esclusivamente ai suoi interpreti più illustri – la crew losangelina Brownies & Lemonade è una delle prime a crederci davvero. In questo processo svolge un ruolo chiave Valentino Khan e la sua hit ‘Deep Down Low’: rimasta alla #1 su Beatport per mesi, suonata e risuonata da chiunque, è stata nominata da 1001Tracklists come la traccia più supportata al mondo del 2015. Da sola ha legittimato un genere, spostato investimenti, dato visibilità ad artisti fino allora considerati di serie B. Artisti, collettivi, etichette, eventi – soggetti sempre alla ricerca delle ultime tendenze – hanno approfittato di questo successo discografico per cavalcare l’onda ed espandere i propri affari. Brand come UKF, OWSLA, Bite This, Monstercat, Mad Decent, Ministry of Sound e artisti come Borgore, NGHTMRE, My Nu Leng, JVST SAY YES, Ookay, Matroda diventano alfieri di un suono che, sul momento, sembra essere la più efficace risposta alla risacca in cui si è arenata la big room.

 

USA vs Europa
Nella seconda metà del decennio, la definitiva esplosione dei social network e delle piattaforme di streaming gratuito come YouTube e Spotify hanno permesso a milioni di giovanissimi di saziare la propria sete di musica. Parallelamente alla domanda è cresciuta anche l’offerta – di musica, eventi, merchandise – con artisti ed etichette pronti a scommettere sulle sonorità bass house ormai sdoganate globalmente. In poco tempo, grazie anche a blog, siti specializzati e canali YouTube monotematici come Bass Nation, sono venute a galla sostanziali differenze tra a bass house americana ed europea. La prima assomiglia molto a una versione a 120 bpm della dubstep mentre la seconda, di provenienza marcatamente inglese, è solitamente più scura, collosa e scarna, un un mood quasi techy. Dal 2017 in poi la bass house rimane un fenomeno ad altissimi livelli solo negli USA mentre si sgonfia lentamente ma inesorabilmente nel Vecchio Continente. “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” sosteneva il chimico francese Lavoisier. Lo stesso vale nella musica. Negli Stati Uniti, il grande fermento che ancora accompagna il genere dà i natali a hit underground come ‘Hot Drum’ e ‘Chicken Soup’ che imprimono un’accelerazione e portano una nuova bordata di groove sbilenchi al movimento. JOYRYDE, Skrillex & Habstrakt, accompagnati da un’estetica dark che strizza l’occhio ai fan della dubstep, diventano i nuovi paladini del genere.

In Europa il genere diventa ripetitivo nel giro di qualche semestre: orde di giovani produttori ripetono stancamente la formula del successo senza trovare quella novità capace di scuotere nuovamente il mercato. Chi ha il guizzo vincente è un vecchio volpone di nome Tiësto che trasporta la bass house in un territorio glamour e pop grazie alle ibridazioni con rapper e cantanti. ‘Boom’, assieme a Gucci Mane e Sevenn ne è un bell’esempio. Lo seguono altri olandesi di peso (vedi Martin Garrix con ‘Game Over’) che ne danno interpretazioni vagamente accattivanti più per strizzare l’occhio al mercato americano che per un un effettivo interesse personale. Chi ci crede fino in fondo, invece, sono Oliver Heldens, Don Diablo e Tchami: tre artisti con background musicali diversi che sono diventati in breve tempo i tre esponenti più iconici di altrettante sfaccettature della future house. Con i loro successi, la loro estetica e le rispettive etichette di culto Heldeep, HEXAGON e Confession, hanno catalizzato gli sforzi economici e manageriali che artisti, etichette e festival avevano fino ad allora profuso nei confronti della bass house. Una nuova ondata di produttori come Curbi, Odesza, Julian Jordan, Pep & Rash, Chris Lorenzo, Throttle, Kungs cresce e raggiunge il successo seguendo gli input della future house. La bass house, senza più novità discografiche particolarmente rilevanti – a parte notevoli eccezione come la malatissima ‘AGEN WIDA’ di JOYRYDE e Skrillex – e festival disposti a metterlo in risalto, è scomparsa sia dalle posizioni di vetta delle classifiche di vendita che dai generi preferiti di molti appassionati di musica elettronica europei, ora impegnati con tech house, techno da una parte e future bass/trappy e dubstep USA-influenced dall’altra.

 

Senza eredi?
La bass house è quindi un genere senza eredi? Giudicare il suo peso specifico dal numero di artisti che esprime oggi nelle classifiche e nei palchi di tutto il mondo è riduttivo. Questo genere dalla storia relativamente breve – ma non ancora conclusa – offre un lascito sostanziale: la bass house ha traghettato parte del movimento dance fuori dal tunnel senza via d’uscita in cui si era infilato con la big room, allargando gli orizzonti musicali di dj e fan e creando un fitto sottobosco di generi, artisti ed etichette che hanno beneficiato della sua spinta propulsiva per creare, ibridare, scoprire nuove vie d’accesso al mercato. Ancora oggi artisti come Dog Blood, DJ Snake, Idris Elba, Valentino Khan, Tony Romera e molti altri continuano a utilizzare il vocabolario musicale proprio della bass house, anche se aggiornato alle esigenze odierne. Ma quanto durerà questo genere prima di essere definitivamente fagocitato da altri stili? E se un giorno scoprissimo che l’esplosione della tech e il ritorno della house sono stati possibili anche grazie alla porta aperta che la bass house ha sempre avuto nei confronti di questi generi cambierebbe qualcosa nel nostro giudizio? Solo il tempo ce lo dirà. Per adesso, il destino della bass house sembra segnato. Manca solo il canto del cigno. Ma comunque vada, è stato un successo, un marchio che ha inciso a fuoco questi anni ’10.

 

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Michele Anesi
Preferisco la sostanza all'apparenza. micheleanesi@djmagitalia.com

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