2010-2019: gli anni dell’hip-pop

    Domenica 29 Marzo 2020
Esclusiva

2010-2019: gli anni dell’hip-pop

Dal 2010 al 2020 nell'hip hop mutano le espressioni artistiche, i punti di riferimento, gli ideali, come si parla di diritti civili, e alla base di tutto i linguaggi e i media. La spontaneità è linfa vitale. L’estetica si scompone, si ricicla e per certi versi si restaura

A new birth of freedom
Il  20 gennaio 2009, di fronte all’ala ovest del Campidoglio di Washington, si svolge la cerimonia di insediamento del 44esimo Presidente degli Stati Uniti. Partecipano circa due milioni di persone, e per commemorare il 200esimo anniversario della nascita di Abraham Lincoln la cerimonia viene battezzata con il nome di A New Birth of Freedom. Presta giuramento Barack Hussein Obama. È il primo Presidente nero della storia d’America. Agli albori del decennio che si conclude in questi giorni, l’Occidente affronta alcune delle più importanti mutazioni sociali e culturali degli ultimi due secoli. Barack Obama è l’utopia della fine della diseguaglianza, il trionfo della cultura afroamericana su scala globale. Nel 2010 Jay-Z cantava Martin Luther walked so Obama could run” in un singolo dal titolo ‘My President is Black’. Sette anni dopo, Kendrick Lamar pubblica un album dal titolo ‘DAMN.’, “hoping the election wasn’t true”. E non si riferiva di certo ad Obama. Il rap è la voce narrante dell’ultimo decennio sociopolitico in America del Nord. Ciò che è iniziato negli anni ’70 come uno sfogo disperato, divenuto tendenza negli anni ’80, bomba mediatica nei ’90 e parte del pop nei primi del Duemila, alle porte del decennio è diretto sinonimo del mainstream, anzichè membro del suo gioco. E questo include tutte le sue parentesi, dalle polemiche nei blog per Kendrick che perde ai Grammy davanti a Taylor Swift alle analisi su Genius, dalla conquista delle chart che contano al riconoscimento delle opere rap come vere e proprie “opere d’arte”. Nel 2011 esce un album che si chiama ‘My Beautiful Dark Twisted Fantasy’, con cui  Kanye West – instabile, eccentrico, narcisista, genio creativo – crea una pietra miliare dell’hip pop mondiale, primo crocevia della black music fusa insieme agli elementi essenziali del pop e dai più definito come il disco-icona del decennio insieme al lamento di ‘DAMN.’ di Lamar. L’anno zero. Jay-Z, icona dell’emancipazione black from the bottom, nove anni dopo quel 2010 sarà il primo rapper miliardario della storia, Dr. Dre nel 2014 realizza una delle operazioni commerciali più iconiche di sempre con il marchio Beats a fianco di Jimmy Iovine.


  
È il 2015 quando inizia la corsa del nuovo Presidente degli Stati Uniti dopo due turbolenti mandati di Obama. Si chiama Donald Trump e qualcuno lo ha definito il “primo Presidente bianco” della storia d’America, al potere l’anno successivo in cui la rivista TIME elegge il movimento Black Lives Matter come ‘Person of the Year’ e tre anni prima che Lamar vincesse il Premio Pulitzer per la Musica, mai nella storia assegnato a un rapper. Il conservatorismo è seduto sul trono. ‘Straight Outta Compton’, il blockbuster che racconta la nascita degli N.W.A. e del fuoco di ribellione al razzismo delle forze dell’ordine a fine anni ‘80, sbanca il botteghino con il più alto incasso (fino a quel momento) per un film con un regista nero. Se il genio di West si è manifestato nell’immaginario artistico portato in musica quanto per la capacità di saper sempre spaccare in due l’opinione pubblica (come quando decide di schierarsi apertamente a supporto di Donald Trump), il grande merito del decennio di Kendrick Lamar è stato quello di riuscire a tenere ben coesi temi sociali di spessore e un’attitude al passo coi tempi, mettendo insieme influenze come Eminem, Nas, Andre 3000 e Tupac. Il suo album ‘To Pimp a Butterfly’ è una costituzione solenne del ventunesimo secolo, un vero e proprio inno avant-jazz dei diritti civili americani. 

L’hip hop invade l’haute couture, il romanticismo, l’arte contemporanea, i diritti LGBT e rivaluta il suo stile a suon di vocoder, sintetizzatori e Roland 808, grazie alla scuola di Kanye West (vedi ‘808s & Heartbreak’), Jay-Z e Kendrick Lamar. Da qui nascono artisti come Drake, Childish Gambino, Young Thug. Nel 2017 il rap è ufficialmente il genere musicale numero uno in America. Il lavoro di West, Jay-Z e Kendrick Lamar è centrale negli USA tanto quanto lo sono le influenze che provengono dal resto del mondo: su tutte quella del grime londinese di Skepta e Stormzy, e della latin wave di Bad Bunny, J Balvin e amici che caratterizza soprattutto gli ultimi anni. Chi più si è avvicinato alla sintesi essenziale è Aubrey Drake Graham, comunemente Drake, che registra numeri paragonabili a quelli dei Beatles ma che nella sostanza delle classifiche dei dati di ascolto è il numero uno in assoluto. Ad aprile 2019, Drake registra sette sold out consecutivi alla O2 Arena di Londra. Che per l’occasione cambierà nome in O3 Arena. Con ‘Hotline Bling’ di Drake e ‘White Iversion’ di Post Malone, il rapper non si fa problemi a farsi cantante e il prodotto finale si confeziona alla perfezione per il pubblico bianco e iper-connesso che alla ricerca della verità ha preferito la ricerca del Wi-Fi. Tra l’altro, la stragrande maggioranza di chi decide i numeri delle classifiche. 


  
Believe the hype
A inizio decennio, la città di Atlanta trova definitivamente il suo posto nella mappa dell’hip hop grazie ad una corrente che si autodefinisce “trap”, prendendo spunto dalle “trap house” dello spaccio in città, a partire da mc come Gucci Mane, T.I, Future, fino al trio dei Migos, che nel 2013 si fanno notare con il singolo ‘Versace’ e che contribuirà a rendere la wave del trap come uno dei fenomeni più virali del decennio, un anno dopo l’uscita di ‘Pluto’ di Future. Il loro album ‘Culture’, uscito nel 2017, è il manifesto di uno stile che risulterà essere tra i più imitati degli anni ’10 in tutto il mondo: non a caso, nella raccolta figurano nomi come Travis Scott, 2 Chainz e Gucci Mane e un brano iconico come ‘Bad and Boujee’ a far da colonna sonora alle Instagram Stories di tutto l’anno. La trap non è solo una corrente musicale, ma uno stile di vita. La traduzione del termine si riferisce alla trappola della vita dei soldi facili, dello spaccio, del successo immediato che fa i conti tutti i giorni con lo spettro della morte. Per questo motivo, più ricchezza accumuli più questa deve essere messa in mostra, sbattuta in faccia al nemico. Consumismo, ostentazione, collane di diamanti. Auto veloci e autotune, dalla street alla suite.

È facile intuire perchè questo sia diventato uno dei suoni più iconici degli anni ’10. È lo specchio della società della quarta rivoluzione industriale, con tutti i suoi malesseri. Decadente nei contenuti, vuota di vere e proprie innovazioni, confusa e annoiata nei valori, fondata sulla rincorsa al successo, alla produttività, al denaro, al glamour. Al farcela a modo proprio. Anche perchè il trampolino non è più la televisione: sono le Instagram Stories, Snapchat, Tik Tok. Ognuno è il megafono di sé stesso, chiunque dalla propria camera può diventare una superstar. Dove non arriva la sostanza può esserci tanto hype a compensare. “Hype”, altra parola del decennio. Il canale principale della nuova generazione è fotogenico, gratuito, immediato e sta nel palmo di una mano. Quando il media non si sfoglia ma si scrolla, inizia l’era del nuovo do it yourself.  Verrebbe da dire, Instagram killed the radio star. La trap si diffonde a macchia d’olio in tutto il mondo, comparendo subito nelle classifiche ma anche sui palchi dei festival di musica elettronica e non solo. Per la marcata importanza della produzione nei brani, la trap contribuisce a valorizzare ancora di più la figura del producer, elevando a vere e proprie star alcune figure come Metro Boomin, Zaytoven, Mike WiLL Made-It e tanti altri. Quasi tutti provenienti da Atlanta o in generale dalle metropoli del sud. L’uso massiccio dell’auto-tune permette di esplorare nuove melodie vocali senza necessariamente saper cantare. Ben presto le influenze strumentali della trap entrano a gamba tesa nel pop, da ‘Dark Horse’ di Katy Perry (2013) alla discografia di Billie Eilish. C’è posto anche nelle line up dell’EDM, con numerosi dj producer che si ispirano a quei suoni per i propri cavalli di battaglia, vedi i vari Baauer, RL Grime, Jack Ü, DJ Snake e così via.  


  
Nel 2019 una delle hit più potenti del pianeta è il soundtrack di una dance challenge di Tik Tok. ‘Old Town Road’ di Lil Nas X diventa disco di diamante negli Stati Uniti con appena dodici mesi di vita, mentre a dicembre 2019 si inizia a vociferare di Travis Scott headliner di Coachella. Lui che da Houston, in Texas, è arrivato sul tetto del rap globale come leader della nuova generazione. Quella che, come ha definito il britannico Simon Reynolds, “preferisce passare un intero live a urlare e saltare in un moshpit piuttosto che andare a tempo con la testa su un beat”. Non mancano le sfumature che si allontanano dal nichilismo della trap: a metà del decennio una corrente “woke” o “artsy” del rap trova la sua massima espressione nel collettivo Odd Future di Tyler, The Creator e in nomi come Anderson.Paak, J. Cole e Chance The Rapper, che non si fanno problemi a pescare da altri emisferi musicali, soprattutto il jazz e il funk, come una volta. Intanto, un’enorme onda scorre senza alcun supporto dall’alto tra i profili Soundcloud di una frangia di rappers che ben presto verranno definiti Soundcloud rappers: XXXTentacion, Lil Pump, Lil Uzi Vert, Desiigner, Lil Yachty, 6ix9ine. Pura internet generation o meglio, Generazione Z, che si porta dentro tutte le inquietudini del suo tempo. I ragazzi depressi, cyberconnessi ma mai così soli. Emo, post-punk, lo-fi, vaporwave. Sono gli elementi caratteristici autogenerati dall’algoritmo digitale, che cambia la musica e i suoi protagonisti, il modo di ascoltarla (o consumarla?), come promuoverla e persino come venderla. I brani escono in free download, diffondendosi a velocità doppia, o vengono distribuiti in maniera del tutto indipendente. Nel 2017 Chance The Rapper sbanca i Grammy’s senza aver mai firmato con un’etichetta. Un ragazzino che si chiama Jahseh Onfroy diventa il caso dell’anno per i suoi pezzi su Soundcloud, ma anche per le vicende domestiche che lo coinvolgono. Il suo malinconico ‘?’ è uno degli album del decennio. Come tutte le sub-culture indipendenti, si inventano anche le proprie trasgressioni: il crack degli anni ’10 è la purple drank, lo XANAX, il Percocet. Qualcuno ci rimette anche la pelle: Mac Miller, Lil Peep, recentemente Juice WRLD. 


  
Rockstar, rockstar
Nel frattempo, in Italia si è scoperta l’America, nel senso che qualcuno inizia a capire che l’unione fa la forza. Nel 2011 Guè Pequeno e Dj Harsh fondano Tanta Roba, la label che si rende responsabile dell’ascesa di artisti come Fedez, Salmo, Ghali, Gemitaiz, Ernia, nello stesso anno in cui Fabri Fibra lancia Tempi Duri con Paola Zukar, la manager più influente della storia del rap in Italia. L’anno dopo Salmo fonda la Machete Empire Records insieme a Hell Raton e DJ Slait, facendo scuola di come si fa gruppo e si crea un immaginario sfacciato e impertinente senza scordarsi della FIMI e del caro vecchio marketing. Il nostro è un Paese che, nonostante quello che stesse succedendo negli States, non vuole saperne di rap per quanto riguarda il mainstream. E allora i vari Club Dogo, Fibra, Marracash – quest’ultimo che nel 2013 fonda Roccia Music con Shablo – faticano a scrollarsi i tabù di dosso per poter assumere una sufficiente rilevanza discografica e soprattutto mediatica, ma l’esigenza e la voglia di trasformare quella scena in un movimento c’è, ed entrambe riescono a manifestarsi nel momento in cui, ancor prima del fine, la rivoluzione è partita – oltre che dalla strada – dal mezzo con cui viene comunicata.

 È il web a creare “i nuovi mostri”. Che sia credibilità maturata organicamente o ricerca ossessiva della viralità, sono i giovani ad autodeterminarsi cosa ascoltare, e l’esplosione dello streaming contribuisce ad accendere la miccia che fa divampare il movimento musicale più importante dell’Italia del ventunesimo secolo. L’eredità della trap di Atlanta viene raccolta in Italia da Sfera Ebbasta -nato artisticamente nel roster di Roccia Music e ora socio di Gué, Shablo e Charlie Charlies (altro nome che marchiato a fuoco il decennio in Italia) in BHMG – che dalle strade di Cinisello Balsamo nel 2015 pubblica l’album ‘XDVR’. Tre anni dopo, Sfera Ebbasta canta ‘Ricchi Per Sempre’ sul palco del Concerto del Primo Maggio, indossando due rolex e un paio di occhiali Gucci. Il brano è estratto dall’album Rockstar’, che consacra la trap in Italia come “il nuovo rock” da cui non scappa nessuno. Nel 2019 vince Xfactor da giudice, chiudendo il cerchio a pochi metri dal palco che fino a qualche anno prima sembrava essere l’unico microfono per il talento. Tra il 2016 e il 2019, con il microfono non serve neanche saper cantare: Lo so, ti hanno detto non canto bene, però ti ho già detto: “Non me ne frega“. 


  
È un cortocircuito. La trap italiana non sai se ti sta prendendo in giro o fa sul serio, fatichi a capirne il lessico nei testi ma anche nella vita di tutti i giorni, dall’eskere ai bufu, dal flex all’emoticon della pesca. Il video di ‘Sportswear’ della Dark Polo Gang diventa il meme dell’anno. Il profilo ideale dei nuovi hitmaker non è più il viso pulito e pettinato dei talent televisivi, ma il contrario: parla la sua lingua, ostenta i propri numeri, flette i muscoli e soprattutto è in buona compagnia. Dove c’è la gang, ci sono i riflettori. E poi i binomi producer-rapper, a partire da Don Joe con i Dogo a Sick Luke con la DPG, Charlie Charles con Sfera Ebbasta, Chris Nolan con Tedua, Boss Doms con Achille Lauro e tanti altri: coppie d’attacco che collezionano dischi di platino. Il producer sta al rapper come la Sprite sta allo sciroppo. Il binomio opera in perfetta armonia, in una collaborazione che può andare dal beat making ai tour insieme.

L’anno d’oro che l’Italia non dimenticherà facilmente è il 2016. I quattro o cinque anni di incubazione dei collettivi e dei primi hitmakers esplodono in un’annata strabiliante. Da un lato i pionieri che ribadiscono la propria autorità, dall’altra le nuove leve che (im)portano stili ed entusiasmo. Guè Pequeno e Marracash pubblicano ‘Santeria’, un album che fa da anno zero e scrive nero su bianco chi sono i padri di tutto ciò che sarebbe accaduto negli anni successivi. Nel 2016 in Italia si parla di Ghali, un rapper atipico che porta nei suoi testi fragilità, integrazione, influenze straniere. ‘Ninna Nanna’ consacra Ghali come il primo rapper indipendente ad arrivare primo nella Spotify Chart e ad affacciarsi nella Global Viral. Nella stessa annata Salmo sbanca la penisola con ‘Hellvisback’, che è un successo lampo in cui il rap abbraccia il rock, il punk e l’hardcore, e ben presto a Roma si inizia a parlare della Love Gang, che sotto il numero 126 mette d’accordo l’indie e il rap, tenendosi stretta anche una corrente di trap cruda e schietta; il rap in Italia inizia a parlare tante lingue. Nel 2017 ‘Bimbi’ di Charlie Charles, con dentro Izi, Rkomi, Sfera Ebbasta, Tedua e Ghali, è una delle prime royal rumble che fanno da manifesto al movimento dei “bimbi” della nuova wave, quella che non ha dovuto chiedere il permesso per prendersi l’Italia. Tre anni dopo, vedi ‘Machete Mixtape 4’ o ‘Mattoni’, dove The Night Skinny ne mette dentro ventisei.


  
Import / Export
Il boato del 2016 non viene udito dai media tradizionali neanche negli anni a venire – come la copertura della tragedia di Corinaldo e le goffe analisi del testo in prima serata continuano a dimostrare – ma ben presto arriva all’alta moda e soprattutto all’estero. L’Italia, insieme alla Francia, sembra tra le punte di diamante della scena urban europea, capace di macinare numeri degni della Spotify Global Chart e di sfornare collaborazioni senza precedenti: in ‘Rockstar’ Sfera Ebbasta coinvolge esponenti come Quavo, Tinie Tempah e Rich The Kidd e tra il 2018 e il 2019 si fa fotografare al fianco di Diplo, J Balvin e ai pezzi grossi della Republic Records, con il suo nome che viene accostato a quello di Drake; Ghali collabora con Stormzy, suo perfetto equivalente britannico e tra i nomi più pesanti della scena UK, mentre Capo Plaza firma con la francese Aya Nakamura una delle urban hits del 2019 e Diplo arriva a Roma facendo storie con la musica di Massimo Pericolo.

Negli ultimi mesi del 2019, Salmo annuncia che il 2020 è l’anno di San Siro, dopo aver polverizzato i palazzetti di tutta Italia. La prima volta che un rapper, da solo, sfida il mostro finale. Nello stesso anno, Marracash torna in scena con un album – ‘Persona’ – che è un instant classic e disegna una parabola senza precedenti nella carriera di un rapper italiano. Ad una settimana dall’uscita, il Forum di Assago è già sold out e nel giro di un mese si arriva all’annuncio della quarta data. Dentro ci sono rappresentanti del presente (Sfera Ebbasta, Guè Pequeno, Luchè) e del futuro (Tha Supreme, Madame, Massimo Pericolo), una forbice che va dai quarant’anni di Marra ai diciassette di Madame. Su Genius, bibbia delle rime di tutto il mondo, è il secondo album più cercato in assoluto dopo ‘Jesus is King’ di Kanye West. I collettivi dei primi anni del decennio si sono evoluti in un movimento, che nel 2016 ha avuto il suo apice e che nei due anni a seguire ha raccolto i frutti a suon di classifiche FIMI e streaming cannibalizzate, dischi di platino, sold out in tutto il paese, record, trovate di marketing. Il 2019 è l’anno in cui il prodotto italiano sembra pronto per essere esportato all’estero. Diplo segue Sick Luke su Instagram. E poi le nuove stelle. Il già citato Tha Supreme è il fenomeno dell’anno, venuto alla luce a sedici anni grazie alla produzione di ‘Perdonami’ per Salmo e salito alla ribalta con un album, ’23 8451’ (Le Basi) che ha un sapore molto speciale. Per qualcuno rivoluzionario. Madame, classe 2000, sembra destinata – quasi condannata – a fare suo il 2020. Una nuova gang, che si fa chiamare FSK, è un altro caso interessante da tenere d’occhio. D’altronde negli ultimi anni si è visto di tutto, da queste parti, dal dadaismo di Young Signorino alla lol trap di Bello Figo al ritorno dei giganti ma anche ai tanti che, pur non inventandosi nulla, riescono ad accaparrarsi una fetta di seguito. Ce n’è per tutti, d’altronde.  

Il racconto dell’ultimo decennio di rap non è la storia di un ciclo musicale che nasce e si conclude. È una trama ancora in scrittura, e la sfida per i prossimi dieci anni sarà tenere viva e variegata l’offerta dando spazio e libertà di espressione alle realtà indipendenti, ma guardando anche ad orizzonti nuovi che mostrano sempre più potenziale, dal sud America all’est Europa. L’Italia ha la sua scena musicale, più sua che mai, e sembra destinata ad uscire dai confini del paese: uno scenario che dieci anni fa sarebbe stato molto difficile da immaginare, e che oggi quasi non ci sorprende più. 

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25 anni. Romano. Letteralmente cresciuto nel club. Ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Penna di DJ Mag dal 2013, redattore e social media strategist di m2o dal 2019.

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