Mercoledì 13 Novembre 2019
Clubbing

Bonobo fa il pieno a Milano

 

Foto credits: Muccitas

Ci sono fenomeni che segui dall’inizio, da quando sono davvero la nicchia della nicchia e quando vai a sentirli ti senti parte di un movimento carbonaro, cinquanta-cento appassionatissimi con cui ti sembra di condividere tutto. O perlomeno un grande amore. E poi li vedi sbocciare e osservi crescere la gente sotto il palco tour dopo tour. Per me Bonobo è stato più o meno così. Lo seguo dai primi passi, da ‘Animal Magic’, primo album datato 2000 (madonna come vola il tempo!), poi ho visto il suo stile crescere, smussare gli angoli e trovare una formula perfetta e un apice creativo. Per inciso, per me ‘Black Sands’ è il suo album più riuscito, quello più emozionante e dove si compie la sua parabola. Poi ‘The North Borders’ e l’ultimo ‘Migration’ li ho trovati in calo, ma ci sta, è fisiologico.

 

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Sold out davvero

Diametralmente opposta invece la parabola della sua popolarità: Simon Green ha seminato in modo eccezionale per anni, e sta raccogliendo – giustamente – alla grande. Il live di ieri al Fabrique di Milano era sold out da tempo, con largo anticipo. Apro una chiosa: capisco le esigenze degli uffici stampa, dei promoter, del “sistema” che deve ormai mostrare tutto sempre impeccabile, bellissimo, tirato a lucido, ma il concetto di sold out ultimamente è un po’ sfuggito di mano: dallo stadio al palazzetto al piccolo club, tutto viene annunciato o comunicato come “tutto esaurito” quando poi ci sono interi settori o spazi ristretti e chiusi con teli o transenne. Mi sembra che tutto questo porti a un circolo vizioso perverso. Non voglio mettermi nei panni di chi fa questo mestiere o fare critiche un tanto al chilo, semplicemente mettere in luce una pratica che non mi pare faccia troppo bene al sistema. Chiusa la chiosa (scusate il gioco di parole), do a Cesare che è di Cesare: ieri era effettivamente pienissimo, murato, imballato, packed, per usare un anglismo che fa figo e non impegna. Siamo arrivati circa un’ora prima dell’inizio del concerto e la fila fuori dal Fabrique era davvero lunghissima, mentre dentro il club c’era già un sacco di gente. Insomma, era sold out davvero.

 

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Bene ma non benissimo

Ok, ok, sto menando il can per l’aia. So che vi state chiedendo “ma com’era il concerto? Parlaci del concerto!”. D’accordo. Ho speso molte parole introduttive per contestualizzare uno show che era attesissimo da tempo. E che ha dato al pubblico esattamente ciò che voleva. Una formula collaudata, senza rischi e per questo sicuramente efficace. Una scaletta in cui abbondano i pezzi dell’ultimo ‘Migration’, che tutti i paganti del Fabrique ovviamente conoscono quasi a memoria, e una manciata di vecchi successi dai lavori precedenti. Tutto fila liscio come l’olio. Un incipit con Simon solo sul palco per lo spazio di qualche brano, poi un primo brevissimo stop ed entra la band: voce femminile, chitarra, basso, synth e tastiere, batteria, più altri strumenti che fanno capolino di tanto in tano (notevole la parentesi con flauto traverso). Dunque non un live fake dove si schiaccia play e arrivederci, ma – almeno a tratti – l’intenzione di trasportare brani che hanno comunque in larga parte una matrice elettronica e programmata in una dimensione davvero live, arrangiati bene e in cui c’è omogeneità ed equilibrio. Questo va riconosciuto. Altro fattore positivo che concedo al buon Bonobo è un’alternanza efficace di momenti morbidi (è il suo stile) con altri più caldi e groovy, dove si balla (o perlomeno si dovrebbe balllare se il pubblico hipster fosse meno ingessato nelle sue pose, ma non è certo colpa dell’artista). C’è una spruzzata di Africa, qualche goccia di Sudamerica, una scorza di Ibiza. Fino a qui tutto bene. Le note meno positive sono proprio nella scontatezza di molti suoni, nella scarsa empatia e nel poco che mi arriva dal palco. Fanno il loro compitino, lo fanno bene, ma non ci danno dentro. La band è sicuramente preparata ma scolastica. Non ci sono sbavature ma non c’è nemmeno molta energia. E la tensione si abbassa quando il gruppo scende dal palco per lasciare solo Simon, concretizzando la pratica del nerd che programma e fa tutto da solo con le macchinette (che di suo non è una cattiva idea, ma dev’essere davvero un momento da virtuosi).

 

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Cali di tensione

Nei momenti in cui l’artista – che non è esattamente un frontman carismatico – resta da solo con una parte programmata che suona e la sua chitarra, ecco, lì faccio fatica a seguire il flow e lo spettacolo ha un calo netto di tensione. Si avverte l’assenza di un impianto scenico, di una struttura narrativa che danno gli altri elementi del gruppo. I visual sono discreti, le luci pure, ma vista la portata e l’attesa per un tour come questo, di cui si parla da mesi, mi sembra che ci sia appunto la voglia di far filare tutto liscio ma non l’idea e le capacità per entusiasmare davvero. Visto che conosco molta gente a Milano, durante i concerti mi piace gironzolare per beccare amici e conoscenti; sia persone che lavorano nella musica, sia semplici appassionati. E in effetti devo dire che le mie sensazioni erano condivise da molti. Uno spettacolo che si lascia godere, piacevole, godibile, ma tutto sommato rassicurante e senza grande emotività.

 

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Ci rivediamo quest’estate

Ho tracciato un bilancio scrivendo le note positive e le mie critiche. In conclusione, è un buon concerto, alle orecchie più attente e allenate non suona come nulla di nuovo ma è sicuramente una comfort zone piacevole. A chi invece si è avvicinato all’artista e al genere da poco, è certamente piaciuto di più. Uno show comunque messo insieme e “impacchettato” bene, che dura il giusto (cosa da non sottovalutare, perchè se dopo un’ora te ne vai dal palco rivoglio i soldi del biglietto, e per sequestrarmi per tre ore devi essere Bruce Springsteen) mettendo in scena un po’ di suggestioni diverse e una serie di encore che rendono il finale scoppiettante. Nota a margine: secondo me è un concerto che si gode molto di più in un contesto estivo, all’aperto. Bonobo torna in Italia a luglio al Locus Festival. Ecco, potrebbe essere la situazione ideale: una notte d’estate, in Puglia, è un fattore che può dare tanto valore aggiunto a uno show come questo.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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