Mercoledì 19 Dicembre 2018
Interviste

Tra Brooklyn e l’Oriente ci sono i Bedouin

Quello dei Bedouin è uno dei nomi più caldi del panorama deep house attuale. Il duo "nomade" proviene da un ricco panorama di influenze internazionali, e ne ha parlato ai microfoni di DJ Mag

Rami Abousabe e Tamer Malki formano un duo di Brooklyn che si fa chiamare Bedouin. La loro deep house ha il sapore dell’alba, dell’Oriente, della seta, del mare e del vento. L’EP di esordio si chiama ‘Mirage’ (2014), al quale segue nel 2015 il singolo ‘Flight of Birds’, a mio giudizio il loro migliore atto, con quasi due milioni e mezzo di views su Youtube; nello stesso anno esce anche ‘Whispering Words of Wisdom’ e difficilmente si potrebbe trovare un titolo migliore per il sound firmato Bedouin. Un sussurro melodico dalla progressione ipnotica e coinvolgente, con richiami sporadici di ritmiche afro/tribal e saltuari passaggi più oscuri. Nel 2016 su Cityfox esce ‘Ride Into the Unknown’, la loro terza raccolta, quindi ‘Bright’ l’anno successivo su All Day I Dream.

Diverse influenze della nostra vita, seppur diverse, hanno trovato un significato comune, e questo inevitabilmente si riversa nella nostra musica” mi dicono Rami e Tamer, riferendosi in particolare all’estetica arabica, l’amore per il rock più classico e al necessario ruolo di collante che le vibrazione elettroniche hanno avuto nella commistione. In seguito all’uscita di ‘Bright’ e al supporto di una grossa fetta di artisti di primo piano – su tutti Guy Gerber e Damian Lazarus – il “desert sound” firmato Bedouin ha trovato sempre più consensi in territorio europeo. Un’antitesi molto particolare quella delle origini di Rami e Tamer, che sono cresciuti nella metropoli, ma identificatisi nei profumi d’oriente e in quelle sonorità ancestrali che difficilmente hai modo di assaporare tra le grigie mura della città. Ho trovato la perfetta realizzazione di questa contrapposizione in ‘Set The Controls For the Heart of The Sun‘, un remake di un classico di Roger Waters – nato anni fa per puro divertimento, come mi hanno confessato – che a sua volta si rifaceva all’antica poesia cinese della dinastia Tang. L’importante è restare lontani dalle influenze appiccicose, quelle che rallentano la realizzazione più profonda dell’arte che l’artista vuole esprimere. A tal proposito sostengono che “l‘esperienza della vita di tutti noi ci spinge a cercarci nei luoghi che visitiamo, nelle persone che conosciamo e nelle culture con cui ci relazioniamo” precisando però che “Bedouin deve essere solo musica“. 


 
I Bedouin amano definirsi “nomadi perpetui”, perché la loro musica non conosce geografie culturali e riesce a spostarsi su emisferi multipli, disegnando immaginari che parlano di scoperta, viaggio e ignoto, dai tramonti del Burning Man – dove si sono esibiti nel 2013 in una performance universalmente considerata “iconica” – fino alle luci rosse del Circoloco. Tuttavia non è in Black Rock City che i due hanno trovato la piena realizzazione, confessandomi di avere piuttosto un debole per lo scenario messicano di Tulum, dove hanno partecipato a diversi progetti live. Cosa aspettarsi da un duo che dell’essenza nomade ha fatto la propria ragione di vita? Ovviamente che “le influenze arrivano da tutto il mondo” e che “sarebbe difficile scegliere un protagonista territoriale assoluto di ciò che viene offerto oggi a livello musicale e aggiungono – forse con malizia – “qualcuno potrebbe farci una classifica…”. Mai come oggi la scena elettronica è stata così globale e così ricca di identità cosi variegate. D’altronde il concetto stesso di identità risulta sfuggente, vago e a tratti superfluo: “Non devono esserci spiegazioni aggiuntive della musica che proponiamo, in quanto la nostra identità non può e non deve trovare forma in parole che vadano oltre il limite imposto da ciò che abbiamo composto in studio. Ognuno intenda quel che vuole“.  


 
Il 2017 ha visto il loro esordio ibizenco e l’exploit assoluto negli Stati Uniti, con il loro show a New York che è andato sold out in appena dieci minuti; a ciò si aggiunga una prestazione mastodontica sulla console del Robot Heart (“main stage” del Burning Man) in occasione del decimo anniversario dello stage. Sagala loro residency all’Heart di Ibiza rinnovata nel 2018, è risultata una delle migliori realtà dell’ultima stagione estiva, che tra alti e bassi ha visto probabilmente più bassi. “L’estate ci è sembrata una lunga notte vissuta dal nostro subconscio, un sogno vissuto ad occhi aperti, proprio come dovrebbe essere” mi confessano, ma parlare dello stato di salute del clubbing ibizenco era doveroso, soprattutto con chi ha contribuito a mantenere alta l’asticella della qualità in uno scenario sempre più bisognoso di tornare ai fasti di un tempo, in termini di valori. Niente che riporti alla ricchezza dell’immaginario dell’Ibiza acid house di Paul Oakenfold, Tony Pike e compagnia, ma perlomeno ad un codice etico che ricordi al mondo che Ibiza non è sempre stata la casa di grandi investimenti russi, dei dj superstar e del club come giganti multinazionali, ma anche e soprattutto di molto altro. L’offerta è ancora molto variegata, secondo i Bedouin: a parer loro “a Ibiza puoi trovare ogni forma, colore e dimensione” e “ciò che distingue l’isola dagli altri raduni è ancora la capacità di creare delle comunità forti di grandi valori legati all’amore della musica“. Non c’è da essere pessimisti, secondo i due statunitensi, e lo dicono chiaro e tondo: “c’è qualcuno nell’isola che in riferimento a quei valori sta cercando di portare i visitatori ad un livello di conoscenza spirituale che forse supera anche quello dei primi anni” mi dicono, azzardando che non li sorprenderebbe “se nei prossimi anni i clubbers si dedicassero di più all’approfondimento di quei percorsi spirituali così intrinsechi nella musica elettronica“. 


  
A fine 2017 è uscito ‘Set The Controls For The Heart of The Sun’, il loro ultimo EP a segnare l’arrivo in casa Crosstown Rebels, l’etichetta di Lazarus. Il prossimo capitolo discografico è invece in uscita a Novembre, ovviamente su Crosstown, e ho avuto modo di averne un ascolto anticipato, dando a me stesso conferma del fatto che i Bedouin hanno sempre più un’identità sonora ben distinta che ne costituirà una ricchezza assoluta da sfruttare. Non a caso è in arrivo una label personale, ma è un progetto su cui non possono ancora esprimersi con libertà. In quanto all’EP su Crosstown, comprenderà due brani: ‘Wastelands’ e ‘Flamma’. “Abbiamo scritto ‘Wastelands’ qualche anno fa, e il processo di affezione a questo brano ha richiesto diverso tempo” mi dicono a riguardo, “è rimasto lì, in un cassetto, poi casualmente lo abbiamo risentito e ne abbiamo captato il potenziale. È stato subito deciso di pubblicarlo insieme ad un altro brano nato da una sessione a suon di ghironda a Londra. Ci serviva un contrasto, e ‘Flamma’ era esattamente ciò”. La ghironda è uno strumento cordofono di origine medioevale, largamente impiegato nella composizione di ‘Wastelands’: “è uno strumento antico ma che a nostro giudizio ha un suono così futuristico…davvero bellissimo“.


  
Nelle tradizioni più antiche i Bedouin sono sempre alla ricerca di una proiezione in avanti, anche perchè è questo il modo migliore di valorizzare ciò che arriva dal passato. Eppure nel presente ci si trovano scomodi: “viviamo in una specie di bolla, non sappiamo molto di ciò che accade fuori, probabilmente perchè viaggiamo molto” mi rispondono a riguardo di un’altra domanda sullo stato dell’originalità dei cartelloni dei festival internazionali. Eppure qualche tema d’attualità a cuore al duo di Brooklyn ci sta, ed è il coinvolgimento degli artisti in cause sociali in cui ognuno nel proprio piccolo dovrebbe fare il suo: “lavoriamo molto con organizzazioni come One Drop Foundation, Musicians Against Animal Cruelty e Bridges of Music. Ma vorremmo fare anche di più, ne siamo orgogliosi”. C’è anche spazio per il tema della salute mentale degli artisti, in merito al quale sostengono che “l’industria dovrebbe creare un sistema di protezione intorno a questo genere di problemi“. Ricordiamo che almeno l’80% degli addetti ai lavori in ambito musicale ha confessato di aver subito di stress, depressione e peggioramento della salute fisica in ambito lavorativo. È la principale emergenza dell’industria musicale? “Probabilmente sì”. 

 
 
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Un ventiquattrenne romano letteralmente cresciuto nel club, ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Se non lo trovi probabilmente sta aggiornando la playlist di Spotify.

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