Domenica 15 Dicembre 2019
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Il “buco” del roBOt e la salute dei festival

E’ di ieri la notizia che il roBOt Festival, una delle realtà più interessanti nel nostro Paese – sia dal punto di vista strettamente musicale, sia dal punto di vista culturale -, pare (e sottolineo “pare”, in mancanza di dati certi nelle nostre mani) avere un buco di bilancio di circa 300mila euro. Non esattamente noccioline, ma nemmeno una cifra esagerata e insanabile. I commenti sono fioccati, come da copione, sul web, pure in questi giorni pre-natalizi in cui i professionisti della tastiera sono più intenti a scrivere delle abbuffate sotto le Feste che altro.

Ma che significa avere un buco di 300mila euro?

Per noi, è un pretesto per accendere una piccola riflessione su uno stato di cose molto complesso e difficile da comprendere, dall’esterno. Spesso, anche dall’interno. La musica in Italia gode di un pubblico ampio, molto ampio, specie se parliamo di eventi live, come concerti e festival. Nello specifico, la nostra amata club culture può vantare un seguito nutrito e variegato, e molto fedele. I fan italiani del clubbing vanno in giro per l’Europa, al Tomorrowland, allo Sziget, a Ibiza, al Sonàr, al Primavera Sound e anche ai festival dentro i confini nazionali: Nameless sta diventando grande, Dancity è una certezza, Jazz Re:Found trova ogni anno il modo di mettere in cartellone artisti di livello con la risposta entusiasta dei suoi seguaci; Club TO Club è ormai un’istituzione di richiamo internazionale, roBOt sta cercando di raggiungere il medesimo status. Ma spesso i conti non tornano, la questione dei bilanci in rosso è una voce che si sente spesso parlando di questo o quel festival.

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Presenze numerose, consumi alti, numeri positivi, e bilanci in perdita. Com’è possibile?

Innanzitutto, i cachet degli artisti (a cui vanno aggiunte le relative spese di viaggio, hotel, team al seguito) non sono proprio bassi; le location spesso hanno affitti dispendiosi; la burocrazia gioca una parte importante nella dispersione di tempo, risorse umane ed economiche. Questo per sommi capi. Sull’altro piatto della bilancia, un sistema che fatica a diventare davvero tale, nel senso che se i grandi festival internazionali possono vantare sponsor in grado di cambiare le carte in tavola. Compagnie aeree, grandi banche, assicurazioni: la finanza che conta, diciamo, sembra disposta a investire in un settore capace di generare indotto e allo stesso tempo creare una fetta di nuovi, potenziali clienti. Tutto questo anche grazie a società macroscopiche che si trovano a gestire il music business, a differenza del nostro paese, in cui le organizzazioni sono spesso autonome, con spalle fragili su cui appoggiare il grosso peso di spese non indifferenti da ammortizzare, a fronte di capitali dcedcisamente meno solidi. In Italia sembra che non ci sia, da parte di certi big player, la volontà di investire in questo stesso settore, che non viene visto come un bacino di investimento fruttuoso ma come qualcosa a perdere. Perchè? Si tratta di giovani (tanti) concentrati in un posto e disposti a spendere soldi per tre, quattro giorni. Dei bancomat ambulanti. Allora perchè non viene colta l’opportunità di investimento?

 

Azzardo una risposta: la prospettiva culturale, istituzionale, sociale, vede da sempre la musica come un mondo a sè stante, e questo sicuramente danneggia l’immagine del settore, e non incoraggia gli investitori. Aggiungiamo la già citata burocrazia: i comuni, le regioni, gli enti pubblici, non credono e non hanno interesse nel promuovere e tutelare eventi che, anziché essere visti come opportunità, sono spesso visti come problemi, noie, “blob” incompresi nelle loro dinamiche, da seguire con fastidio e senza capacità di comprenderne portata sociale, culturale, e indotto economico, turistico e d’immagine. Io mi incazzo enormemente quando vedo un Paese come la Croazia, in piena espansione economica ma di certo con molti assi nella manica in meno rispetto all’Italia, riuscire a concentrare una quantità altissima di festival, serate estive, rassegne, creando un giro d’affari e una crescita culturale e d’intrattenimento in costante crescita. La voglia di fare, l’entusiasmo, la capacità imprenditoriale, e la connivenza della istituzioni, generano un mix di fattori positivi per far andare bene le cose. L’opposto di quanto accade qui (senza generalizzare, naturalmente). E il sistema stesso degli organizzatori che, come dicevo prima, non riesce a diventare davvero tale, con tante, troppe gelosie, poco gioco di squadra (anche se le cose stanno migliorando tantissimo), un enorme egocentrismo, la sensazione netta di vivere in mezzo a persone che quando  le cose vanno così così se la cantano e se la suonano da soli, e quando vanno bene si autoglorificano e si pongono su un piedistallo che nemmeno gli organizzatori di Glanstonbury. Mi pare che stiamo sempre parlando di numeri relativamente piccoli ma lo facciamo come se stessimo facendo i Coachella e gli Electric Daisy Carnival. Forse c’è qualcosa che non va. Lo dico in assoluta buona fede, senza puntare il dito contro nessuno, anzi con la precisa volontà, da appassionato prima che da persona coinvolta attivamente in questo mondo, di dire la mia in modo costruttivo.

 

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Un buco da 300mila euro significa tutto e niente.

Un bilancio ha diverse chiavi di lettura, esistono bilanci in attivo per aziende fallimentari e bilanci in rosso per imprese che non se la passano così male. Tracciando una conclusione da quanto esposto fin qui, un festival come il roBOt (ma come tanti altri) ha tre strade: restare nella propria nicchia, nella propria comfort zone (anche ampia, diciamo di qualche migliaio di appassionati), e allora le spese sono gestibili e contenute, ma il livello non si alza e tutto resta ancorato a prospettive ristrette; ambire a diventare mainstream, sacrificando parte della propria filosofia per fare i numeri; tentare di crescere in quello che io chiamo mainstream alternativo, che significa ampliare orizzonti e pubblico, strutture ed esperienza generale (visiva, scenografica, illuminiotecnica, umana) puntando su quei nomi che portano molto pubblico, ma sono compatibili con l’idea che ha dato vita alla manifestazione. In questi due casi, a differenza del primo, si corrono rischi notevoli sul piano economico. Organizzare un festival è sempre un rischio, e cercare un salto di qualità come è stato fatto quest’anno al roBot (ma ripeto, è solo un esempio tra tanti), comporta la possibilità – non troppo remota – di fare un bel buco. Ciò non vuol dire che non ci si possa risollevare, il rischio di impresa a volte porta a gettare il cuore oltre l’ostacolo e fare passi falsi, ma nulla è irrimediabile, non si parla di milioni. Esistono i piani di rientro, sono soluzioni dolorose ma praticabili.  Naturalmente, da parte nostra auguriamo il meglio per roBOt come per tutti i festival italiani, per cui facciamo sempre e da sempre un gran tifo.

Ma le riflessioni che ho espresso in questo post, nate proprio dalla cattiva notizia sul festival bolognese, spero possano essere lette come un invito a resettare certe mentalità e a mettere tanta testa e tanto calcolo, nell’organizzazione dei festival, quanto cuore. Magari meno cuore e più calcolo da parte di chi organizza, e meno calcolo e più cuore da chi si pone come interlocutore: sponsor, istituzioni. So che sembra un’idealizzazione semplicistica e addirittura una fanfaronata, ovviamente le cose sono più complicate di così; ma pragmatismo e passione devono convivere, e mi auguro che il futuro dei festival nel nostro Paese sia luminoso.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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