• LUNEDì 06 FEBBRAIO 2023
Festival

C2C celebra i suoi vent’anni con una prova di forza e un netto salto nel suo futuro

L'edizione del ventennale non delude, rilancia, rimette in bolla i bug del passato e proietta il festival in un futuro fatto di branding potente e una reputazione musicale più che consolidata, ma sempre pronta alla sfida

Foto: Kimberly Ross

a cura di Albi Scotti e Andrea Colombo

Club TO Club, o meglio C2C, per utilizzare la denominazione che il festival torinese si è data nel refresh grafico e visivo messo a punto durante le “non edizioni” del periodo di congelamento degli eventi dei due anni passati, è tornato in presenza, alla grande, nel primo weekend di novembre. Alla grande perché, quasi inutile sottolinearlo, il festival è tra gli appuntamenti fissi degli appassionati italiani ed europei (85% il pubblico nazionale e 15% internazionale, per snocciolare dati da comunicato stampa), capace come nessuno di costruirsi nel tempo un pubblico di massa ma anche preparato, mediamente molto colto, curioso, pronto a ricevere non soltanto la classica “pappa pronta” di ciò che funziona nel proprio mondo di riferimento, ma anche ad accogliere novità e proposte che spesso sono scommesse sul futuro. Una ventesima edizione da celebrare con i fiocchi. Location, le consuete: il Lingotto con i suoi enormi padiglioni, e le OGR, rimesse a nuovo qualche anno fa e ormai centro nevralgico della Torino dei concerti, dei festival, delle mostre, in uno spazio abbracciato da bar, cortile e un’area benedetta da una riqualificazione urbana molto contemporanea, che viene appunto chiamata “distretto del contemporaneo”.

Se il giovedì è un antipasto di tutto rispetto, con Arca, Lyra Pramuk e Aya, e se la domenica è una saggia chiusura “in relax” con conversazioni auto-celebrative sui vent’anni del festival e nomi meno altisonanti ma giustissimi per un ultimo giorno da baci & abbracci prima del classico “ci vediamo l’anno prossimo”, venerdì e sabato C2C si gioca i suoi assi.

Foto: Kimberly Ross

Venerdì al Lingotto va in scena la seconda serata, con la musica che ha dato il via alle danze già dal tardo pomeriggio. Di fronte all’ingresso del festival niente mainstage, spostato nel padiglione situato alla destra dell’ingresso, da cui si accede percorrendo il corridoio della fiera. Al suo posto il secondo palco, lo Stone Island Stage. L’impianto visivo quest’anno non ha affatto deluso, dando valore aggiunto a tutte le esibizioni. Luci, laser sempre protagonisti, e un impianto che, specialmente nella tarda serata, è stato in grado di fare tremare letteralmente le gambe dei presenti. Le punte di diamante della giornata? Senza dubbio gli Autechre con il loro suono sempre spiazzante e capace di sfidare limiti e barriere, anche dopo trent’anni di onoratissima attività; la leggenda della techno Jeff Mills; e il live di Jamie XX. Peccato solo che parte dei due set fosse in contemporanea. The Wizard, vecchio pseudonimo del dj statunitense, ha suonato un set improntato alla sua amata detroit techno: poche pause, tanti bassi e tanta drum machine. Il produttore londinese invece ha proposto una selezione musicale molto più ampia che ha spaziato tra diversi generi musicali. Bellissimo il momento in cui Jamie ha suonato la sua ’KILL DEM’, ultima traccia da lui pubblicata, che è stata fin dall’uscita molto apprezzata, e che venerdì ha fatto saltare tutti i presenti. Una nota di merito va sicuramente anche a Caribou. Il producer canadese ha suonato sul mainstage prima di Jamie XX, ed è stato estremamente coinvolgente, grazie anche a una band di polistrumentisti molto validi. Particolare era anche la loro disposizione sul palco, con i musicisti che si guardavano tra loro. Unico lato negativo della serata il tempo di attesa tra un’esibizione e l’altra, che ha visto passare anche mezz’ora di vuoto totale.

Dopo un venerdì incandescente, che ha entusiasmato e convinto il pubblico senza riserve, il sabato sono attesissimi i Bicep, in orbita dopo un anno magico e un album, ’Isles’, che li ha definitivamente consacrati nell’olimpo dei grandi. A contorno, Romy in chiusura, Caterina Barbieri, Yendry, Pa Salieu tra i nomi più attesi ad inizio serata, mentre lo Stone Island Stage è stato “occupato” dai Nu Genea che ne hanno curato line up e un lungo dj set che ha permesso loro di “raccontare” tutte le loro influenza stilistiche, contornati da ospiti che hanno proseguito il discorso in modo più o meno pertinente e filologico (apprezzatissima Deena Abdelwahed).
Se Pa Salieu è una bella botta di vita e Yendry non delude, non si può dire lo stesso di Caterina Barbieri, certamente lì per fare “la sua cosa”, molto eterea e a suo modo classica, peraltro valorizzata da visual e light design che sono perfettamente centrati sul suo show, ma forse davvero troppo azzardata, sospesa, diremmo fiacca se non fosse offensivo ed eccessivo, per uno spazio enorme come il mainstage in un momento in cui tutti volevamo un filo di pacca in più. Un live sicuramente suggestivo ma alla lunga un poco ripetitivo e stancante, parere suffragato dai numerosi commenti che captiamo in sala. Ma poi, i Bicep. Dopo il solito cambio palco infinito (ormai un meme) e un intro lungo tanto da sfidare la pazienza del pubblico, i due portano sul palco uno show semplicemente perfetto. Nella scaletta, nel crescendo, nel mood, nei tempi, nei visual e nelle luci. Tutto al posto giusto. Quasi troppo. Ma non troppo. Un concerto a fuoco come pochi ne abbiamo visti quest’anno, e di sicuro l’highlight del festival. Nota di merito: una scaletta che parte appunto “sfidando” un pubblico numeroso, che vuole ballare, con un intro quasi estenuante, che però si rivela la fionda perfetta una volta rilasciata. Al primo colpo di cassa viene giù il Lingotto. E poi un crescendo sapientemente costruito tra breaks, brani più o meno noti, fino alla liberatoria cassa in quattro che caratterizza la seconda parte del concerto. Pregevolissimo l’apparato visivo, potenziato dalla scelta di porre degli schermi non soltanto sul palco, di fronte al pubblico, ma anche ai lati, in mezzo ai pilastroni del padiglione. Un’ora e mezza di live che vola via leggiadra, lascia tutti felici e soddisfatti, con il petto vibrante per i bassi e i cuori e gli occhi gonfi di meraviglia.

Foto: Edoardo Comba

E allora, questo ventennale di Club TO Club è stato all’altezza? In definitiva, sì. Decisamente. Nonostante alcuni aspetti siano ancora, incredibilmente lacunosi per un festival che senza ombra di dubbio è tra le eccellenze europee del settore: i cambi palco infiniti con conseguenti ritardi negli slot (mezz’ora buona sull’inizio dei Bicep, per dire) sono davvero logoranti; il corridoio lungo e davvero poco allegro di raccordo tra i padiglioni, con il passaggio inverso da percorrere all’aperto (fortuna che non abbiamo incontrato un novembre torinese di qualche anno fa). Però, va detto che sono dettagli a cui siamo ormai abituati, migliorabili certamente (non tanto sulla logistica, perché il Lingotto è quello che è, la colpa non è certo imputabile a C2C; ma sui cambi palco davvero si può fare di più) ma non così penalizzanti da incidere in maniera ingombrante sull’esperienza complessiva. O forse, abbiamo fatto il callo alla pancia della balena, ai padiglioni enormi quasi inquietanti e ai corridoi che ci ricordano una città che sta pattinando sulle ceneri di un’epoca industriale ormai andata. Di positivo ci sono dei visual e un apparato scenografico decisamente migliorato rispetto agli anni in cui veniva proiettato il logo di MiTo sui muri tipo Batman, una brandizzazione generale dello spazio che ci racconta di come siamo “dentro” un festival che vuole in tutta la sua narrazione essere immerso e totalizzante (Stone Island, Juventus, Red Bull, guccianza varia sui canali social), e anche un impatto audio nettamente migliorato di anno in anno, fattore questo assolutamente primario per quanto ci riguarda (dovrebbe essere scontato ma anni di clubbing e di festival in giro per il mondo ci hanno insegnato che non è così).

E la line up? Beh, Club TO Club ci ha abituato davvero bene, con colpacci esagerati (basti ricordare Aphex Twin con Weirdcore, il Franco Battiato di Joe Patti, Tom York…). A un primo sguardo, quest’anno la line up poteva sembrare un filo sottotono per un appuntamento importante come il ventennale, nonostante nomi di tutto rispetto. Invece, proprio questa è stata la sua forza: non avere “il” nome che ha coperto tutti gli altri, avere tre, quattro protagonisti a pari livello di popolarità e statura come headline, che non hanno deluso. Bicep su tutti, ma anche Jamie XX, Jeff Mills, Autechre… anche a rappresentare novità e classicità, generazioni diverse unite dal fil rouge dell’”avantguarde pop” che C2C ha esplicitamente issato a proprio manifesto. Un “avant pop” che ci fa apprezzare anche le scelte più ardite, come la Caterina Barbieri “un po’ too much” (ci scuserete il termine tremendo, rende l’idea) di metà serata il sabato. Perché un festival che si prende dei rischi ci piacerà sempre di più di chi confeziona line up dettate dalla comfort zone. Ci stimolerà sempre di più di chi ci investe di effetti speciali per nascondere set tutti uguali. E ci regalerà emozioni che restano dentro di noi a lungo. Il valore più grande che ci organizza eventi può sperare di generare.

Last but not least: C2C è un esempio da manuale di come si parta dal basso per costruire una realtà imprenditoriale in costante crescita, un successo che non arriva nel giro di tre stagioni ma grazie a una mentalità che sa ragionare sul lungo termine, trasformandosi, leggendo e prevendendo i tempi e i cambiamenti, e con una capacità di fare branding rara nel panorama non solo nazionale, ma europeo. Un lavoro da studiare nelle università e nelle scuole di marketing, di comunicazione, di imprenditoria. Un festival che gioca un suo campionato e che in questa edizione ha fatto un salto nel futuro. Il suo, ma anche quello del settore.

 

 

 

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