Martedì 18 Settembre 2018
Recensioni

Com’è stato Calvin Harris al Pacha di Ibiza?

Siamo stati al Pacha di Ibiza per assistere alla serata finale della mini residenza di Calvin Harris. Il primo pensiero? Che gli vuoi dire a uno così?

Calvin Harris è un gigante. Letteralmente. Quando il suo metro e novantasei sbuca nella rinnovata (e discussa) console del Pacha di Ibiza – anch’esso rinnovato (e anch’esso discusso) all’insegna di un progetto che ha ridisegnato la fisionomia non sono della sgargiante Marina Botafoch – l’aria è elettrica. Trapiantato negli Stati Uniti, tra Los Angeles e Las Vegas, dov’è venerato come un Dio e protagonista assoluto di una residenza milionaria, l’arrivo sulle Baleari dell’asso scozzese ha fatto rumore. Inevitabile, per uno dei talenti più incredibili dell’attuale scena dance. Incontrollabile, nonostante la corsa al biglietto da 70 euro sia stata meno febbrile di quello che probabilmente ci si aspettava. Per una parte della critica la mini residenza di Calvin Harris al Pacha di Ibiza è l’unica grande novità dell’estate 2018, una stagione di transizione verso il futuro.

Il Pacha è abbastanza pieno, non esaurito. L’offerta ibizenca oggi è talmente sproporzionata al numero di persone presenti sull’isola – e veramente interessate al clubbing forse – che creare una storia di successo o eventi memorabili è sempre più difficile e vanto di pochi (Solomun, Black Coffee, Elrow, David Guetta, Circoloco e Paradise, Garrix, Music On per citare alcuni esempi eclatanti). Occorre lavorare diversamente. Oppure piazzare colpi da novanta come ingaggiare Calvin Harris per tre martedì di agosto (14-21-28). Intanto perché è raro, anzi rarissimo, poter assistere ad un esibizione del produttore scozzese fuori dalla Strip. Poi perché il peso specifico di Calvin Harris nell’industria è tale da spostare gli equilibri in termini di fascino e appeal in modo tangibile. Ibiza è da sempre la patria dei grandi dj e qui i grandi dj devono stare. E magari organizzare una partita di calcetto tra di loro.

Intorno alle 2:30 del mattino che divide martedì 28 agosto da mercoledì 29, Calvin Harris viene accolto da un boato come non se ne sentiva da un pezzo. É una superstar globale, capace di piazzare regolarmente i suoi singoli in cima a tutte le classifiche di gradimento e allo stesso tempo in grado di mettere a tacere ogni tipo di polemica, fino ad addirittura azzerare ogni tipo di dissertazione sul gusto. Che gli vuoi dire ad uno così? La prima ora è una carrellata di hit senza soluzione di continuità. Andrea Oliva, Nic Fanciulli, promoter e addetti ai lavori incrociano i propri sguardi compiaciuti. “Ha fatto anche questa”, sembrano dire. Sì, ha fatto anche questa. Rispetto alle prima due serate, dove qualche fonte presente riporta meno generosità, per la sua ultima apparizione ibizenca Calvin Harris non risparmia i drop e i mash up che hanno reso popolari i festival EDM in tutto il mondo. Il pubblico canta e alza le mani al cielo felice. Sembra pure preso bene il Calvin. Lo descrivono come un ragazzone schivo e introverso ma qui gioca con il pubblico, sorride, scherza con Tinie Tempah, Martin Solveig, dj resident e altri amici fidati. Normale amministrazione direte voi. Ma non p sempre così. Harris è felicemente ingombrante. Probabilmente sa di esserlo ma non si sottrae a qualche selfie di rito. Credevo peggio. Incontrandolo mi è sembrato più easy di come me lo ero immaginato. La seconda ora del suo dj set scorre via in maniera inaspettata. È un’ora di pura tech house tra Andrea Oliva (con il quale ha stretto amicizia e chissà…), MOGUAI & Ramakustik (‘Sometimes’), Mark Knight & Adrian Hour (‘Chaos Theory’), Patrick Topping (‘Be Sharp Say Nowt’) e un DJ Sneak & DJ Pierre a chiudere con l’acida ‘Back Up Of The Wall’ l’esperienza isolana di Calvin Harris che indossa una maglietta celebrativa che fa ben sperare per il futuro. 

 

Un post condiviso da Calvin Harris (@calvinharris) in data:

Calvin Harris è inattaccabile. Che gli vuoi dire a uno che a soli 35 anni ha già fatto la storia della musica contemporanea, che non è solo più questione di pochi anche grazie al suo tocco magico? La sua aurea lo precede. Osservarlo da vicino fa riflettere su quale sia oggi il vero ruolo di chi sta in console in un club. Dj puro che seleziona anche musica di altri oppure produttore che condivide la propria musica con il pubblico? Harris al Pacha ha fatto entrambe le cose. Si è fatto vedere e si è fatto ascoltare, soddisfacendo entrambi i sensi del clubber moderno. Ai teorici conservatori della club culture tutto ciò appare ancora tremendamente confuso. E se è lo stesso autore a proporre tale selezione musicale allora il confine tra esibizione pop o dj set corre su un filo sempre più invisibile. Ci pensano storia e contenuti a definire l’identità, a creare mondi di riferimento a cui fare affidamento. E Calvin Harris a suo modo ci è riuscito in pieno, anzi meglio di chiunque altro perché è l’unico caso in cui con l’aumentare del successo, della fama, del potere e dei soldi non è stata mai messa in dubbio la qualità del prodotto. Non è raro imbattersi in casi inversamente proporzionali. Inattaccabile, lo dico e lo ripeto. In un’estate poi dove praticamente solo Calvin Harris sta difendendo la bandiera dei 4/4, il suo take over al Pacha non solo è la vera grande rivoluzione di Ibiza nel 2018 ma anche è il simbolo di un cambiamento radicale che l’isola delle Baleari sta subendo. E non è detto che sia del tutto negativo visto le novità all’orizzonte che gli uccellini, con l’autunno, cominciano a spifferare. 

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3.09.2018

 

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Ale Lippi
Scrivo e parlo di Electronic Dance Music per Dj Mag Italia e Radio Deejay (Albertino Everyday, Deejay Parade, Dance Revolution, Discoball). Mi occupo di club culture a 360°, dal costume alla ricerca musicale.

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