• SABATO 28 FEBBRAIO 2026
Costume e Società

C’è un terremoto nella scena hard techno, e riguarda abusi e molestie

Nomi eccellenti nel mirino di uno scandalo che potrebbe essere di proporzioni enormi. Ma, appunto, "potrebbe": al momento è tutto un grande "se"

Foto: Instagram @bradnolimit

C’è un bel polverone che si è alzato nelle ultime ore – anzi, da qualche giorno, a dirla tutta – e riguarda la scena hard techno. Il polverone sta diventando un terremoto, e le scosse sismiche hanno un nome: abusi. Un altro nome: molestie. Se poi questo terremoto farà crollare dei palazzi, staremo a vedere. Intanto, facciamo un po’ di ordine.

Nei giorni passati, un ex-agente dell’agenzia americana Steer Management, ha condiviso dal profilo Instagram @bradnolimit delle chat private dai contenuti esplicitamente riferiti ad atteggiamenti riconducibili a molestie e comportamenti inerenti alla sfera sessuale nei messaggi. Le accuse sono pesanti: condotta sessuale inappropriata, molestie sessuali, adescamento di minori, misoginia, e invio di foto non richieste ai (alle) fan. Le accuse sono rivolte a nomi grossi: Shlømo, Fantasm, Basewell, CARV e DJ Odymel. Le accuse, però, non sono state verificate. Sono insomma, per ora, voci e screenshot (che di questi tempi, sappiamo tutti quanto siano facilmente modificabili).

Quello che è successo dopo potete immaginarlo: da un lato, comunicati ufficiali in cui qualcuno ammette parte delle accuse – le più lievi – e si scusa con compagne e famiglie; dall’altro, trincee di “no comment” e negazione di ogni accusa (“negare! negare sempre!” diceva il Dogui in qualche commedia della corna vanziniana). Il battito d’ali si è però presto trasformato in una tempesta. CARV ha pubblicato una dichiarazione in cui afferma di doversi allontanare dalla scena, che d’ora in poi sarà il suo team a gestire i suoi social e che molti hanno letto come un’ammissione di colpevolezza. Odymel invece racconta la storia un po’ sopra le righe di “sexsomnia”, una sorta di “sonnambulismo sessuale”, e si scusa con le persone che hanno subìto la sua sexomnia. Fantasm ha invece rilanciato, negando ogni accusa e invitando a non far diventare web e social un tribunale online, aiutando invece le vittime di abusi e molestie in modo concreto, e facendo silenzio suquesiotni come questa perché, a suo dire, l’hype mediatico sui presunti carnefici toglie spazio alle vittime. Un ragionamento un po’ contorto.

 

 
 
 
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Un post condiviso da CARV (@its_carv)

Dall’altra parte, personaggi di spicco del mondo techno, come Amelie Lens, cercano di portare l’attenzione su un settore che ha ancora diverse ombre e che non è un “safe space” per il genere femminile. Su quest’altro aspetto non credo sia questa la sede per approfondire, perché diventerebbe tutto troppo lungo. Quello che posso dire è che Lens e altre colleghe e colleghi  stanno facendo qualcosa di nobile e perfettamente sensato: una campagna che cerca imputati ma desidera invece accendere una luce su problematiche reali e spesso nell’ombra.

Le conseguenze sono quelle che ormai siamo abituati a vedere in un domino del genere. Le tessere successive sono una serie di post, statement, prese di posizione più o meno esplicite o diplomatiche e l’hashtag di turno, nella fattispecie un chiaro e semplice #metoodj (sempre efficace, no?). Le agenzie chiudono le collaborazioni con i presunti colpevoli, i festival ne cancellano le date, la macchina della cancel culture che si mette in moto famelica. Vi sembra che sono – e uso la prima persona singolare perché è un punto di vista mio, non per forza corrispondente a quello della testata – cinico e disilluso? Peggio, maschilista, patriarcale? No. Non fatevi ingannare. Semplicemente, sono convinto di un po’ di cose, e provo a spiegarle, questa volta non in un’ottica inutilmente personale, perché la mia opinione non è rilevante e sarebbe solo inutile egoriferimento, ma in termini più ampi e collettivi.

Le battaglie delle ultime wave del femminismo internazionale sono state importantissime, sacrosante e necessarie. E non solo per le donne, ma anche, e forse soprattutto, per noi uomini, e in generale per far fare passi in avanti a tutto la specie umana, cercando (e in parte riuscendo) a smantellare una forma di pensiero atavica che presentava diversi bug di sistema. Hanno smosso sistemi di pensiero anche radicati nella nostra società e nella visione dei rapporti sociali e culturali. L’hanno fatto usando i mezzi più moderni a disposizione: manifestazioni collettive, video, social, informazione, saggistica, presenza mediatica e culturale, hashtag. Insomma, hanno catalizzato l’attenzione su un problema reale, gigante, cambiando l’ago della bilancia. Da uomo, da professionista della musica, sono stato al fianco di queste battaglie e con orgoglio penso di aver portato nel mio piccolo una spinta a questo cambio di paradigma. Il problema, inevitabile, è che ogni rivoluzione ha poi un contraccolpo, ed è quello di far passare dalla ghigliottina anche teste che colpe non ne hanno (e non sto parlando dei nomi coinvlti in questo scandalo sia chiaro, perché non abbiamo ancora un’idea precisa della situazione). L’importante è decapitare la nobiltà. Che tradotto, non significa accusare chiunque di qualunque cosa, ma sgretolare lo stato di diritto nel nome di un bene superiore, da parte di un tribunale incontestabile. Ma qui si va in cortocircuito. Perché il contraccolpo è che dopo il momento progressista di qualche anno fa, abbiamo tutti sotto gli occhi il rigurgito di un pensiero conservatore e reazionario, anche da parte di tanta gente insospettabile che, semplicemente, ne ha avute le scatole piene di dover prestare attenzione a ogni frase, parola, virgola pronunciata, anche in contesti e in forma che hanno del parossismo. Spiego meglio.

 

 
 
 
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Un post condiviso da Odymel (@odymel__)

 

Un ex-impiegato di un’agenzia che vende serate, una volta fuori di lì, dà in pasto al pubblico delle chat private dove vengono fuori comportamenti apparentemente indifendibili di alcune star della consolle. Le chat però vanno interpretate, e nessuno ne conosce l’interezza. Però, scatta inesorabile la falce del linciaggio mediatico, com’è ovvio. E il terremoto non lo fermi. Solo che nessuno si ferma mai a chiedersi se davvero le cose stanno così. In breve: alla presunzione di innocenza abbiamo sostituito la presunzione di colpevolezza. Perché poi è facile e comodo scrivere post e fare dichiarazioni prendendo le distanze da certi artisti e comportamenti. Ed è facile scrivere articoli che funzionano, perché fanno leva sulle nostri prurigini peggiori. Insomma, lo scandaletto vende, non siamo nati ieri. La verità è che dovremmo smettere, tutti, ma dico tutti, di schierarci come tifosi da una parte o dall’altra, e ragionare prima di agire. Questo fa solo il gioco dei click, del bait, dei social, di chi ci vuole affamati di giustizialismo.

Noi siamo giornalisti: per formulare un’ipotesi con un’opinione, dobbiamo cercare dati, prove, fare fact-checking, dobbiamo indagare. Non possiamo scrivere notizie non verificate per creare sensazionalismo. Non dovrebbe funzionare così. Questo non vuol dire che difenda a priori Fanstam, CARV e soci. Ma non voglio nemmeno accusarli in pubblico e far scattare un hashtag facile che lavi le coscienze di tutti per un po’. Le cose sono molto più coomplesse, stratificate, ogni casistica fa storia a sé, specie se ci sono di mezzo fama, feste, momenti di plausibile alterazione. Sono un giornalista, sono anche un DJ, sono uno che vive nei club da quasi trent’anni. E sono uno che nei club ha imparato molto delle dinamiche umane e antropologiche.

Le accuse che stanno emergendo verso le star dell’hard techno non sono nuove. A questo punto della storia, quello che dobbiamo fare è attendere sviluppi, sul lato della pura cronaca. Quello che possiamo invece fare come esseri umani che hanno un megafono comunicativo pubblico in mano, è utilizzarlo non per aizzare la gogna, ma per fare qualcosa che è davvero fuori moda, ma non per questo meno giusto e sensato: invitare a ragionare, a riflettere, a farci un’idea attraverso un’analisi ponderata del nostro mondo. Perché è questo che ci porterà davvero a un mondo più equo, sicuro per tutte e tutti, e più maturo. Naturalmente, possiamo sfruttare questa ennesima, brutta storia, per discutere e migliorare il mondo e l’ambiente in cui viviamo, nei party, nei club, nei festival che sono – ricordiamolo – anche ambienti di lavoro. Questo è un lato positivo, comunque si concuderà questa faccenda. Non dimentichiamolo. Possiamo migliorare anche solo sulla base di un “forse”. Ma sempre di quel “forse”, devono beneficiare gli accusati, finché non abbiamo certezze.

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Albi Scotti
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Head of content @ DJ MAG Italia
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