Lunedì 03 Agosto 2020
Interviste

In studio con Cerrone, il groove disco e il suo ‘DNA’

Le ispirazioni, il modo di operare in studio, i segreti del nuovo album svaleti dal grande e iconico artista francese

Per i più giovani, Jean-Marc Cerrone potrebbe essere un signor nessuno: invece è uno dei più grandi produttori di musica dance (ancora) in circolazione. I suoi brani sono stati campionati da gente come Beastie Boys, The Avalanches e Groove Armada. Prima di David Guetta e Dimitri From Paris, prima di Bob Sinclar, c’è stata la sua unicità musicale, che dalla Francia finì per conquistare gli Usa e lo Studio 54. Parlano le sue numerose hit, che accompagnano ormai da decenni generazioni di dj e clubber, senza perdere smalto e considerate dei veri classici, tanto che non si contano i remix e gli edit che negli anni le hanno riprese, valorizzate, rimesse al centro dei dancefloor.

Il suo nuovo album, ‘DNA’, è nato dallo sviluppato dei suoi dj set e da brani iconici come ‘Love In C Minor’ e ‘Supernature’ che oggi suonano tanto attuali, quasi alla moda. Cerrone si ritiene fortunato a essere ancora sul palco dopo tanti anni di carriera.

 

Come è nato tecnicamente ‘DNA?
È in gran parte il frutto della mia storia da dj degli ultimi sei anni: questo mi ha portato a comporre e produrre un album nato dalla mia esperienza nei live stage dei club, sono idee che hanno visto la luce dal vivo e che sono state perfezionate e finalizzate in studio.

Ricordi il momento in cui ti sei detto ‘ok, inizio a lavorare su ‘DNA’?
In realtà non avevo idea di realizzare questo nuovo album fino a quando, dopo aver creato tracce di transizioni per il mio set, che diventavano sempre più lunghe, ho sentito la necessità di connotare e declinare il tutto in una vera e propria produzione. Quindi penso che questo sia stato il punto di partenza e di svolta per dire a me stesso “faccio un nuovo album”.

Chi e come ha lavorato su ‘DNA’?
Fatta eccezione per Richard Turek, che è il mio ingegnere del suono, con cui lavoro da 15 anni, che conosce così bene il mio catalogo musicale, e che è stato di grande aiuto per registrare e ricreare i miei suoni vintage analogici con i sintetizzatori, ho lavorato tutto da solo. Questo è uno dei motivi per cui la mia casa discografica ha avuto l’idea di chiamare questo album ‘DNA’: perché era un’espressione diretta del mio DNA musicale.

 

Quali sono stati i criteri utilizzati per selezionare l’hardware e il software nel processo di produzione?
L’idea iniziale è stata subito quella di usare i suoni vintage che erano presenti nell’album ‘Supernature’ e della colonna sonora della ‘Brigade Mondaine’. Entrambi i lavori utilizzavano suoni di synth molto piacevoli e caldi.

Chi ha masterizzato l’album?
Abbiamo chiesto a John Webber di Air Mastering, Londra, di fare il lavoro di post produzione.

Quale strumentazioni particolare hai usato recentemente?
Ho usato un paio di sintetizzatori analogici come l’ARP Odyssey (di Behringer) e il Prologue di Korg. Ma ho anche ampiamente utilizzato gli strumenti virtuali di Arturia, Mini V, ARP 2600, Prophet V, Moog Modular V, Solina V. Che suonano davvero alla grande e sono veramente fedeli ai loro originali. Inoltre, è molto facile richiamare qualsiasi suono senza dover annotare o registrare tutto, come ai vecchi tempi, per essere sicuri di ottenere lo stesso mood il giorno successivo. E, ultimo ma non meno importante, il mio Roland V-Drums: è stata la mia arma preferita per la batteria.

 

Qual è il software che usi di più?
Lavoro su Logic Pro, con Arturia Virtual Instruments e un paio di plugin piacevoli e dal suono caldo, come la suite di T-Racks e alcuni altri suoni della biblioteca di Kontakt.

Hai qualche consiglio su come lavorare su un progetto musicale in uno studio di registrazione professionale?
Non credo di poter dare alcun consiglio se non quello di essere fedeli a se stessi e non sembrare come nessun altro: essere il più unico possibile attraverso sonorità e arrangiamenti.

C’è qualcuno che ti ha insegnato a produrre?
Ho imparato principalmente dal mio percorso di vita, con molti incontri con artisti e musicisti di talento.

 

Come si chiama il tuo laboratorio sonoro?
Si chiama Studio Malligator e prende il nome dalla mia etichetta, Malligator. In esso mi ci sono voluti quattro mesi per produrre e registrare ‘DNA’. Sono stati anni spesi prima fuori dallo studio e poi dentro: circa due anni “sulla strada”, tra i club, per prendere idee e ispirazione, poi davanti al computer e al mixer.

Chi è il produttore che apprezzi di più?
Se dovessi nominarne solo uno, sceglierei Quincy Jones.

Quale dj vorresti ti affiancasse in una produzione?
Calvin Harris o DJ Snake.

Sembra che i tuoi groove disco siano tornati in auge. Come nasce una tua produzione? Viene curata a tavolino pensando di essere suonata nei set attuali o vede la luce di getto ignorando il mercato e le tendenze attuali?
L’idea principale viene sempre dalla mia esperienza sul palco, che si tratti di concerti dal vivo o djing poco cambia. Questa è e sarà sempre la mia più grande fonte di ispirazione.

 

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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