Sabato 04 Dicembre 2021
Interviste

Chi è Irko? Il sound engineer di Kanye West (e molte altre superstar) racconta la sua storia, dalla provinica di Treviso a Los Angeles

Una storia da romanzo, da film: il sogno di un ragazzo della provincia italiana che arriva a mixare i dischi dei più importanti artisti del mondo

Quello di Irko è un nome notissimo e molto blasonato nel music business internazionale. Lo è di meno al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori, nonostante, soprattutto in Italia, negli ultimi mesi diverse testate, da quelle specializzate fino a un mondo più generalista, lo hanno avvicinato e intervistato come “l’uomo che ha mixato ‘Donda’ di Kanye West”. Che è vero: Irko da anni è la persona di fiducia di Kanye, come di molti altri personaggi giganti della scena, quando si tratta di mix e di diverse fasi del lavoro in studio. Ma per il grande pubblico, ovviamente, resta un personaggio che opera soprattutto dietro le quinte, nonostante, se lo seguite sui social e sul web, noterete una certa dimestichezza con la camera e un’ottima capacità di narratore e di farsi a suo modo protagonista anche “davanti alle quinte”.
Quello che davvero ci premeva mettere in luce, però, va oltre il sensazionalismo del momento per “l’italiano che ha fatto fortuna all’estero lavorando con i big della musica” e farci raccontare da Irko chi è Irko: la sua storia, gli step che l’hanno portato dall’essere un ragazzo con un sogno, come altri milioni come lui, a diventare uno dei pochi grandi e riconosciuti talenti fuori scala di un mondo sempre più competitivo ed esigente, quello dei sound engineer di alto livello, degli uomini-studio che non sono meri esecutori ma che sono creativi e autorevoli anche per le superstar planetarie.

 

La tua è proprio una storia da film, o da romanzo, di formazione: un ragazzo di provincia con un sogno che si realizza. Ce la racconti?
Io sono veneto, classe 1981, nato e cresciuto a Conegliano, in provincia di Treviso, tutt’ora se vai lì e chiedi di quel pazzo che girava con la Ford Kà verde fosforescente ascoltando Busta Rhymes con il volume a cannone e i sub nel baule si ricordano di me. Peraltro questa mia conoscenza delle frequenze basse si è rivelata chiave per la mia carriera. Ma a questo ci arriviamo.

E poi? Come ti sei appassionato alla musica? Hai studiato per diventare ingegnere del suono?
Sì, diciamo che la passione è diventata subito sperimentazione, e passo dopo passo ho allargato la mia attività facendola diventare un lavoro: dalla cameretta in cui facevo i primi esperimenti con la musica sono passato al garage di casa dei miei, e poi ho aperto uno studio vero, che era qualcosa di mega galattico, perché era un edificio di studi di registrazione, un investimento in cui ho messo tutti i miei risparmi. E poi di nuovo, mi sono spostato a Treviso con uno studio ancora più professionale. E adesso a Los Angeles. Tutto questo chiaramente è successo nell’arco di 20 anni, ma ogni passo è stato un tuffo nel buio, più di volta ho fatto all in, mettendo tutto quello che avevo in banca in un investimento per un progetto di lavoro più grande e a lungo termine.

A Treviso con chi lavoravi? Quando hai capito che avevi non solo passione ma anche talento e capacità da mettere a frutto per portare a casa la pagnotta, per dirla in modo brutale?
All’inizio i miei clienti erano perlopiù militari della base di Aviano, soldati americani di stanza lì, ed era tutta cultura per me perché gli americani sono molto pragmatici, avevo solo da imparare. In quel periodo non facevo dischi importanti perché si trattava di militari che lo facevano quasi per hobby: erano “parcheggiati” in una base dall’altra parte del mondo, non erano quasi mai coinvolti in missioni lunghe o particolarmente rischiose e quindi avevano tanto tempo libero e soldi da spendere, perciò coltivavano le loro passioni. E come puoi immaginare, il sogno di molti giovani americani era ed è quello di sfondare con il rap, quindi erano in tanti a cercare uno studio e qualcuno che potesse aiutarli. Io facevo al caso loro, e loro al caso mio, perché mi permettevano di mantenermi con il mio lavoro mentre cercavo prospettive artistiche più elevate.

Immagino sia stata una palestra preziosa anche per approcciare la lingua, la mentalità…
È così, anche se volevo cimentarmi con artisti di maggior caratura. Infatti poi nello studio di Treviso ho iniziato a lavorare a dischi più importanti, con artisti professionisti, come Tormento, nomi così. Qualche rapper abbastanza noto in Italia, anche se era un momento in cui in Italia il rap e l’hip hop erano tornati ad essere una cultura underground con pochi sbocchi mainstream e quindi con un’attitudine molto “fai da te”. Insomma, non parliamo di progetti particolarmente importanti… però già lì mi sono interfacciato con i primi nomi americani.

Tipo?
Tipo… Kanye West!

Ma come??
La prima volta che ho mixato la voce di Kanye in un brano è stato nel suo featuring in ‘Stay Up!’ su ‘The Death Of Adam’ di 88 Keys, un album di cui Kanye era il produttore esecutivo, era il 2008. Da lì in poi ho curato mix per personaggi come Jennifer Lopez, Redman, e tanti altri. Finché mi sono trasferito negli States.

 

Aspetta, frena. Com’è successo tutto questo?
Credo di aver sfruttato molto bene i canali di conoscenze e di networking che riuscivo ad aprire nei primi anni Duemila. Era il periodo dei forum, di MySpace, un momento in cui le vecchie barriere all’ingresso del mondo discografico venivano un po’ a cadere per via di questa attitudine molto sana e molto desiderosa di fare squadra di una generazione nuova, la mia, la nostra, che riusciva a trovare sul web e nelle primissime forme di socialità online altre persone come noi, e anche professionisti disposti a mettersi serenamente in gioco. Alla fine, se ci pensi, in quegli anni i social erano roba da nerd, da appassionati di aree specifiche, e questo ha portato molti musicisti a fare network e altri a fare scouting. Poi certo mi davo molto da fare, era un lavoro e avere certe occasioni significava doverle sfruttare senza fare figuracce. Da qualche anno iniziavano a chiamarmi, a scrivermi gli americani perché le mie cose suonavano meglio di come volevano loro. Non potevo permettermi di non essere all’altezza.

Come hai conquistato la fiducia di tanti personaggi importanti nei giri grossi del rap americano? Credo che la competizione da quelle parti sia forsennata…
La mia totale dedizione ai produttori mi è valsa la loro fiducia, io sono il migliore amico dei produttori perché li faccio suonare bene e importanti come nessuno, Jay Z mi ha portato il suo produttore perché sapeva che potevo dargli il suono che voleva, e così 88 Keys che mi ha messo sotto il radar di Kanye e così via. E raramente un grande artista va a pescare un nome nuovo per una parte del lavoro, quando si trova bene con il suo team e quando trova le persone giuste. Di solito si cresce insieme come squadra, ci vogliono anni, talvolta decenni per arrivare ad avere un team ideale intorno a sé, perciò se non ci sono motivazioni particolari o scazzi di qualche tipo, una volta che si crea un equilibrio tutti cercano di mantenerlo al meglio.

 

Quando hai capito che per arrivare al top dovevi trasferirti negli Stati Uniti e come hai deciso di trasferitrti?
Guarda, io ho un ricordo molto vivido: nel 1988 i miei mi hanno portato a Los Angeles e continuavo a dire a mia madre che mi sarei trasferito lì. Avevo sette anni… Per il resto, non ricordo, che so, un martedì pomeriggio in cui dal nulla mi sono detto “ok, vado in America”. Semplicemente, mi sono reso conto poco alla volta che il lavoro mi portava lì, come ti dicevo erano gli anni di MySpace, il 2006 credo, e un amico produttore di New York mi disse di trasferirmici perché in Italia non facevo nulla di veramente importante. Così mi sono trasferito a New York, per circa sei anni. New York era la mia meta ideale: capitale musicale, capitale culturale, uno stile di vita ancora abbastanza vicio al quello europeo, e comunque a sei ore di volo dall’Italia, perché avevo lo studio a Treviso ancora attivo e mi serviva un luogo da cui potessi tornare in relativamente poco tempo. Così sono stato là per un po’. Finché un mio cliente mi ha portato a Los Angeles e tutto è cambiato un’altra vota.

Perché?
Ho visto questa estate perenne, un clima – anche umano e culturale – perfetto, e così mi sono deciso ad andare lì.

Rispetto a quando eri arrivato a New York il cielo stava cambiando da un punto di vista professionale? Se non sbaglio siamo a cavallo dei primi anni ’10, e LA stava tornando prepotentemente alla ribalta dopo un momento in cui New York era sicuramente un polo di maggiore attrattiva, è così?
Sì, è proprio così. Quando stavo iniziando a mettere radici a NY, dopo gli anni di assestamento, diciamo, c’era una frase che mi sentivo dire da tutti, ed era: “si è trasferito a LA!”. C’è stato un momento in cui tutto quell’humus musicale e imprenditoriale che aveva interessi e affari a New York improvvisamente si trasferiva in California. Buona parte dei miei contatti, dei miei riferimenti, nel giro di poco tempo se ne andavano a Los Angeles. E non capivo perché tutti andassero lì, poi ci sono stato e tutto mi è stato chiaro.

Perché?
È un insieme di tanti fattori diversi. Fondamentalmente Los Angeles è una città “easy” nello stile di vista, nella mentalità, il clima mite certamente aiuta una sorta di rilassatezza, che non significa che si lavori di meno, ma che ci sia uno spirito diverso. Poi qui oltre all’industria musicale ci sono gli epicentri del cinema mondiale, della tecnologia… Credo ci siano 500 persone che vengono a vivere qui ogni giorno. E una tale varietà di professionalità per cui magari lunedì lavoro con Lil Wayne, martedì con Disney per un film e mercoledì con una casa di videogame.

 

Com’è cambiato il modo di lavorare da quando sei negli USA?
Molto spesso i grandi nomi hanno questi entourage che si dedicano a comparti specifici: 3/4 persone che fanno le batterie, altri che curano i suoni, altri questo e quello. Qui non c’è la figura di quello che registra, edita, mixa, il “genio tuttofare” per dire, ma tutto è altamente specializzato, se sei bravo a scrivere top line il tuo lavoro è quello di creare le migliori top line per ogni pezzo; se sei un bravo mixatore, devi stare a mixare, non pensare a tirare fuori i suoni dai software, poi produrre, poi mixare… è una filiera dell’alta qualità. Perché comunque sono tutti “cream of the crop”, la crema dei professionisti del settore. Questo è cambiato e cambia in una direzione sempre più specializzata nel dettaglio di ciascuna professione e mansione, appunto.

Un’idea molto diversa da quella italiana, anche europea, direi: qui anche quando ci sono i budget, è raro trovare dei team così ampio, c’è sempre una figura che tende ad accollarsi diversi ruoli e a controllare un po’ tutto, per quanto adesso stia cambiando anche qui il metodo di lavoro e a volte si vede questo tipo di squadra al lavoro su un singolo brano o album.
Io stesso in Italia facevo tutto, qui solo il mix. Nel tempo il lavoro si è evoluto grazie ai computer, oggi un disco intero si fa completamente “in the box”, prima ci voleva un sacco di hardware. Oggi questo circo è sostituto da un pro tools cazzuto e da un computer ben assettato: per darti un’idea concreta, nel mio studio nuovo che sto costruendo tutto è più piccolo. Il digitale ha trasformato il lavoro. ‘Donda’ l’ho fatto tutto dentro un computer.

Come sei passato in modo soddisfacente da uno studio molto analogico, ricco di hardware, a una soluzione in gran parte digitale?
Ho ricreato digitalmente il mio workflow analogico includendo anche le limitazioni che aveva, perché è chiaro che nonostante tutta alla bellezza e l’aspetto anche “romantico” dell’analogico, il digitale ha dalla sua un potenziale infinito di suoni e strumenti dentro un hard disk. Quindi non volevo perdere quel limite che aiuta a trovare soluzioni creative passando al digitale, mi piace pensare di dover comunque in qualche modo fare di necessità virtù, è motivante.

Cosa significa lavorare con Kanye West e un disco come ‘Donda’?
Sicuramente si può dire che Kanye è un Walt Disney, un Prince, un Michael Jackson; è un visionario, ecco. A costo di usare un termine abusato. Ma è così, è uno che va oltre i limiti di ciò che ha fatto ed è stato fatto per portare sempre qualcosa di sorprendente a se stesso e a chi lo ascolta. Kanye non ha filtri, è quello che vedi sui media. È autentico. Non è un tipo facile ma è geniale.

Non ci si abitua a una cosa del genere, vero?
No. È ovvio che quando mixo ‘Hurricane’ con i top di oggi, The Weeknd, Lil Baby, è impressionante anche per me, nonostante abbia lavorato tante volte con grandi artisti. Tutt’ora dopo oltre 20 anni mi emoziono davanti a una sessione del genere. Poi in realtà, se ci penso, è la stessa cosa che potrei mixare sul progetto del mio vicino di casa: io sono in uno studio davanti a un computer e a un mixer a lavorare di cesello su volumi ed effetti, cosa cambia sul lato pratico?

Ehm… la pressione?
Non ho sentito grandi pressioni su come affrontare questo lavoro. Kanye è uno molto preciso, mi dice cosa vuole che non faccia, stabilisce dei paletti, ma dentro quei recinto poi per il resto è massima libertà. Infatti credo che al 95% i miei mix in ‘Donda’ non siano più stati ritoccati da chi ha supervisionato il disco. Quasi mai le mie scelte non sono andate bene, e conta che c’erano 50 autori, 40 produttori, e tantissime persone coinvolte. Per più di 3/4 del disco non ho fatto grandi revisioni dei mix, anzi quando c’erano 7, 8 versioni erano prove che volevo io oppure quei clean edit dove invertivo le strofe, provavo delle soluzioni per scrupolo, ma sostanzialmente non intervenivo a fondo.

 

Quindi si ritorna al discorso di prima: quando nel tempo costruisci un team che funziona, poi i risultati sono anche qui, nel capirsi al volo, nella fiducia sul lavoro delle tue persone.
Certo.

E non hai avuto intoppi o problemi di quelli che pensi “qui non se ne esce”?
Sì, beh, non roba da strapparsi i capelli, ma su 3, 4 brani abbiamo fatto tante revisioni.

Quanto ci hai messo a mixare ‘Donda’?
Circa un mese.

Momento gossip: episodi strambi o curiosi durante la lavorazione?
Beh, Marilyn Manson su ‘Donda’ è un’aggiunta last minute che ho mixato in mezz’ora. Sai quelle cose che non ci credi, tipo la telefonata “arriva una voce in più, devi chiuderla entro un’ora” e comunque devi mantenere il livello di tutto il resto… ecco, non ci credi, ma lo fai.

Senti, mi pare che a Los Angeles ci stai alla grande, con enorme soddisfazione e un lavoro di assoluto prestigio. Dovessi tornare in Italia come ti immagini?
Mah, non so come sarebbe, mi sono abituato alle dinamiche di qui e non sarebbe semplicissimo, sebbene ogni tanto qualche cliente mi contatti: per dire, ho mixato un brano per Fedez una settimana prima di iniziare ‘Donda’. Però è difficile che ci siano clienti dall’Italia, mi piace Sfera, mi piace Salmo, mi piace quel suono, con loro sarei felice di fare qualcosa. Sarei anche contento di fare eventi in italiano dal mio studio, workshop etc. Io dico sempre che sono diventato italiano quando sono venuto qui: se guardi i miei video su YouTube, la mia immagine Instagram, è quella dell’italiano con il papillon, la camicia a modo, quasi un archetipo che mi serve per distinguere e darmi un tocco personale, diverso dal tipo in hoodie e sneakers o ciabatte che se ne sta in studio al buio. Per loro è esotico, è eccellenza. Me la gioco questa carta.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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