Domenica 25 Agosto 2019
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Chiacchieravo all’ADE con Mike Mago

Un simpaticissimo artista e label owner di Utrecht trasferitosi ad Amsterdam da un po’, non proprio giovanissimo ma comunque nel momento più importante della sua carriera. Si tratta di Mike Mago, che in seguito alla sua hit Outlines con Dragonette (Spinnin’ Records) ha definitivamente messo il piede nella porta della scena principale future house. Sempre legato a Spinnin’ Records ha in seguito pubblicato Deeper Love, riscuotendo discreto successo e tenendo il riflettore puntato su di sé nel periodo più importante, ovvero quello immediatamente dopo l’estate e giusto in tempo per l’ADE. Ho incontrato Mike al primo piano del Felix Meritis, il quartier generale dell’ADE, dopo aver assistito ad un suo panel concentrato sul tema del remix. Più che un’intervista è stata una chiacchierata, perché fin da subito Mike si è dimostrato un tipo alla mano e farsi due risate non è riuscito così difficile.

Curiosità: perché “Mike Mago”?

In Portogallo ero un appassionato di capoeira, e nell’ambiente di questa danza si è soliti dare nickname: Mike Mago era il mio, con Mago che in portoghese significa ciò che significa in italiano e Mike che è l’abbreviazione del mio nome, Michael.

Tutto è cominciato con ‘Outlines‘, la tua collaborazione con Dragonette.

Che a sua volta è nata quasi per caso. Stephan (il suo manager, ndr) è sempre stato in ottimi rapporti con il manager di Dragonette, la quale l’anno scorso stava lavorando ad una collaborazione con Don Diablo, ai tempi seguito a sua volta dallo stesso Stephan. Questo buon rapporto tra i due mi è tornato utile nel momento in cui casualmente un giorno dissi a Steph che amavo la voce di Dragonette e che sarebbe stato bellissimo collaborarci. Lui ha organizzato tutto e nel momento in cui mi è stato annunciato che ci avrei prodotto insieme per me è stato fantastico. Come hai detto tu tutto è iniziato con Outlines, prima di essa non mi vergogno a dire che non ero nessuno: è stata una grande emozione sapere che avrei avuto a che fare con una voce del suo calibro. Ho dato il meglio di me, lei mi ha mandato la sua chord line e io ho fatto il resto. Il risultato è quello che conoscete.

Ho saputo che sono in arrivo altre release con la cantante francese: è vero?

Vero! Non abbiamo ancora niente di firmato, ma per il momento posso dirti che si tratterà di un brano già finito nel momento in cui stiamo parlando. Brano che adoro già per il semplice fatto di averlo composto con lei, con la quale fosse per me collaborerei a vita (ride). Uscirà molto probabilmente il prossimo anno, in seguito ad altre release che hanno la precedenza in questo inverno.

Intorno a febbraio quindi?

No, più avanti, come minimo marzo e come massimo ottobre. L’arco temporale è piuttosto vago, lo so, ma come ti dicevo ci sono altri brani in arrivo nel frattempo: quattro singoli totali, di cui dobbiamo ancora stabilire l’ordine.

Tutti out su Spinnin’ Records?

Sì, assolutamente.

Creare una hit non è una questione di tempo: alcune nascono nel giro di poche ore, altre richiedono mesi di lavoro. Sei solito dilungarti in studio?

Più tempo impieghi davanti allo schermo, più imperfezioni troverai in ciò che fai. La stessa Outlines a risentirla adesso per me qualche difetto ce l’ha ancora. Diciamo che finché si tratta di brani con una portata minore, magari concepiti solo per il dancefloor, allora posso anche crearli di getto e sperimentarli subito sulla folla. Tuttavia non si può essere troppo frettolosi con tracce che sai dovranno essere passate alla radio: quello è un altro discorso. In quel caso tutto deve essere perfettamente al suo posto, perché i tuoi fans la ascolteranno tutti i giorni e non devi deludere le aspettative.

BMKLTSCH è la tua label. Quando, come e perché hai deciso di fondarla? (Si pronuncia Boomclatch, giusto?)

(ride) Sei uno dei pochi che è riuscito a pronunciarla bene! Ho creato BMKLTSCH ancora prima di diventare un produttore di musica elettronica. Ai tempi ero semplicemente un dj appassionato di dance con tanta voglia di condividere buona musica con il mondo e allo stesso tempo mettere piede nell’industria musicale in qualche modo. Così ho creato la label, promuovendola con piccoli party e guadagnando molto molto lentamente. E’ una cosa partita e avanzata con tempi molto lunghi, portata avanti con il piccolo grande sogno di farla diventare un giorno qualcosa di importante. Inoltre con il tempo mi sono reso conto di non aver nulla da invidiare ai produttori che facevo firmare con la mia etichetta, e che a livello tecnico-artistico più o meno stavamo sullo stesso piano; quindi perché non provarci anch’io? D’altronde la label con cui uscire ce l’avevo già pronta!

Avete qualche release imminente?

Sì, la prossima è di Audiowhores, un esperimento tech house molto interessante, e ce n’è un’altra pronta subito dopo.

L’ADE è un ambiente incredibilmente stimolante per artisti, managers, giornalisti e addetti ai lavori vari. Tuttavia non è facile per un giovane talentuoso riuscire a lasciare il proprio nome impresso nella mente della persona giusta, in questa giungla di demo, CD, email e account Soundcloud. Dammi la tua opinione, dal punto di vista olandese e da quello dell’artista lanciato sulla scena.

La più grande sfida per ogni produttore emergente è il primo passo, e questa certo non è una novità. Avere un contratto discografico, un manager o anche soltanto l’occasione di far sentire la tua musica attraverso un qualsiasi portale è il massimo a cui si possa aspirare. Tutto comincia da lì, e da cosa nasce cosa. Come hai detto tu è difficile, perché effettivamente ci troviamo all’interno di una giungla, quindi non saprei dirti quale sia la “formula” del successo, perché la fortuna ha sempre un ruolo dominante nel tutto. Ti basti pensare che c’è chi viene scoperto subito, raggiunge l’apice del successo e mette un punto alla propria carriera a ventisette anni e chi invece a ventisette anni non è ancora nessuno, come è stato per me! (ride) Personalmente mi ha aiutato il fatto di essere il proprietario di una label nonché dj, quindi mi è sempre venuto più facile attirare personaggi utili. Nonostante ciò comunque i passi da compiere sono stati infiniti: il primo artista a firmare con l’etichetta, il primo dj a suonare per un nostro party, il primo pubblico e così via.  A ripensarci effettivamente non ho mai cercato il successo; è stato lui a trovare me. Per tanti anni ho svolto questo lavoro mosso da sola passione e voglia di condividere la mia musica con tante persone, niente di più. I guadagni sono arrivati, certo, ma dopo davvero tanto tempo: c’è stato un periodo, per esempio, in cui non potevo esibirmi all’estero perché non avevo soldi per finanziarmi le trasferte. E’ stata dura, per tanto tempo.

L’importante è non arrendersi mai, allora. 

Mai e poi mai, anche se non è detto che prima o poi i riflettori si puntino su di te semplicemente perché non hai mollato e lo meriti: ci sono tanti talenti incredibili che forse non verranno mai scoperti.

Talento e fortuna, ho sempre pensato fosse l’equazione perfetta.

Sì assolutamente, è la fortuna alla fine che fa la differenza. Così è la vita!

Tu ricordi il momento della tua carriera in cui ti sei reso conto di aver attirato l’attenzione delle persone giuste al momento giusto?

Due momenti, per l’esattezza. Il primo è stato quando la mia label si è unita alla sua prima promo company: non significava solo più visibilità, ma anche più release, più soldi e quindi occasioni da cogliere. Da qui, in poco tempo è arrivata The Show e poi il sign con Spinnin’ Records, che sicuramente costituisce il secondo momento fondamentale della mia carriera, dal momento che nell’incontrarli mi dissero che mi stavano seguendo da tanto tempo.

L’EDM, per come la intendiamo e definiamo oggi, è vicina ad una fase di stallo, un po’ per la scarsa originalità dei suoi rappresentanti ed un po’ per l’avanzamento costante del successo di altri generi musicali: vedi la rivalutazione della deep house o le sonorità bass e trap provenienti dagli Stati Uniti. Di cosa abbiamo bisogno?

Ogni situazione ed ogni pubblico avrà sempre la “sua” musica. Non esisterà mai, secondo me, una “deep house popolare” che possa riempire uno stadio, e questo gap forse è affievolito dalla future house rimodellata come la intendiamo oggi: vedi Avicii, il suo ultimo album è molto housey, e lui di arene sold out se ne intende. Secondo me abbiamo bisogno di vedere i big adattarsi e riscriversi, modellare il proprio sound, mettersi alla prova. Non servono nuovi protagonisti quando chi è sotto i riflettori sa stare al passo con i tempi, no?

A proposito di chi è sotto i riflettori: è uscita la “grande classifica”, con un risultato che per molti è stato inaspettato. Fossi io a decidere al primo posto ci avrei messo Diplo! 

Una riflessione difficilissima da fare, non ti so dire chi metterei io, perché non sempre gli artisti preferiti vengono alla mente così in automatico. (Dopo qualche minuto di back up e vari mumble mumble) Ti dico: Oliver Heldens in terza posizione, perché con le sue produzioni sta dominando la scena; Martin Solveig in seconda posizione, perché suono da sempre i suoi brani; primo in classifica Armand Van Helden, semplicemente perché è lui!

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25 anni. Romano. Letteralmente cresciuto nel club. Ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Se non lo trovi probabilmente sta aggiornando le playlist di Spotify.

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