Martedì 01 Dicembre 2020
Interviste

Tech in the studio with: Claude VonStroke e le bozze che diventano hit da club

Il dj celebra i 15 anni della sua label con ‘Freaks & Beaks’, il suo quarto album. L'annuncio arriva con una doppia uscita di singoli e la prima puntata di una serie di documentari in sei parti

Con due brani del nuovo album ‘Freaks & Beaks’, ‘Youngblood’ con Wyatt Marshall, e ‘All My People In The House’, pubblicati come doppio singolo, Barclay Macbride Crenshaw, in arte Claude VonStroke riporta ai piani alti il concetto della musica elettronica quasi svincolandosi dai generi e illustrando il meglio delle capacità e delle visioni della sua etichetta  Dirtybird. Innegabili talenti musicali ruotano attorno al logo alato di un brand che ha sempre fatto leva su bassi frenetici e su percussioni devastanti. Il lavoro dell’artista di Cleveland, cresciuto a Detroit e da anni adottato dal sole della California racchiude in sé tutto quello che c’è da sapere sulla tech-house e sulla minimal, sulla techno di provenienza leftfield e sulla deep house.

Non è finita: la label pubblicherà un libro fotografico facendo così debutto, quarantene permettendo, all’Art Show di Los Angeles. Barclay approfitta del momento per rivelare un desiderio, ossia lavorare nuovamente con Green Velvet per il progetto Get Real, e descrive il luogo per lui dove tutto nasce. “In quello che mi piacerebbe definire come uno studio di registrazione, uno spazio occupato da attrezzature che colleziono da quando avevo 11 anni. Un registratore a 4 tracce, alcuni microfoni. All’inizio non avevo soldi ma ora scelgo l’attrezzatura in base a ciò che penso funzionerà meglio o produrrà i suoni più strani. Mi piace avere molte cose che possano creare imprevisti in fatto di creazione”.

 

Ti piacciono anche gli strumenti facili da usare?
Sì, quelli con cui sequenziare e suonare può essere un gioco da ragazzi. Ad esempio, evito cose della Elektron perché ci sono troppi menù da consultare. Nella mia configurazione attuale ho un mixer preimpostato, quindi non devo accendere il mio computer per ascoltare ad esempio un suono di sintetizzatore. Adoro le attrezzature con i comandi chiari, leggibili. Ho finito una collaborazione con Marc Houle, Catz n Dogz, Steve Darko e Walker & Royce. Ho anche pronto un altro EP e non voglio perdere tempo. Sono bravo ad arrangiare. Non sono il miglior sound designer del mondo ma penso di sapere davvero bene dove mettere le mani in una produzione. E poi lo studio lo usa anche il mio amico Wyatt Marshall, per produrre il mio programma radiofonico. Lui mi cura tutti i collegamenti, Midi e del routing audio. Quando ho iniziato a fare quel lavoro mi sono reso conto di non avere più abbastanza tempo libero. Di tanto in tanto un ragazzo, Dennis Liu, viene in studio e sistema i file per me quando sono in viaggio.

Chi sono i tuoi collaboratori? Come ti organizzi?
Con Kevin Grainger, che nel Regno Unito lavora al Wired Mastering. Ma molte volte chiamo Sam Walker del Walker & Royce perché sa fare un missaggio davvero di qualità oppure la Darkarts di Los Angeles. In questo periodo lavoro tantissimo, giorno e notte. Il mio studio è il mio ufficio. L’ho chiamato Birdhouse Studios perché questo è anche il nome del mio programma radiofonico e del mio festival, e il suo trattamento acustico lo ha curato Brian Smith, che è un vecchio fonico. Vorrei davvero che tutto funzionasse sempre al 100%, a pieno regime. Da me il Midi ancora regna sovrano. Se potessi cambiare qualcosa, vorrei avere una stanza più grande. Ho tutto stipato in una stanza grande quanto una camera da letto. Vorrei anche che i dispositivi UAD avessero dei controller di mixer fisici con fader e manopole contenuti, così eviterei di occupare spazio con un mixer ingombrante.

 

Solitamente come abbozzi le idee?
Proprio come uno schizzo su tela. Se mi piace lo sviluppo, lo organizzo e valuto se ha abbastanza appeal per essere una vera e propria traccia. Faccio centinaia di bozze senza preoccuparmi se saranno buone o no. Non mi faccio influenzare dalle mode e non mi interessa quale sia la fonte sonora, se analogica o digitale, Juno e Minimoog o Ableton Live, voglio solo che il suono sia speciale. Più il tempo passa e più il processo di produzione si velocizza, è vero, ma quello che non sacrificherò mai è la qualità. Quindi dico solo: se hai bisogno di tempo, prendilo. Io lo faccio per sperimentare ma non ho ambizioni particolari. Faccio solo un po’ di loop finché non mi colpiscano con qualcosa di magico. In realtà la mia pratica non è scientifica, credo invece di più all’esperienza e alla spensieratezza. Se sto bene creo meglio.

Si avverte la presenza del Prophet 6 nella maggior parte delle tue tracce. Non ne puoi fare a meno?
È quello che conosco meglio. Mi piacciono i modulari. Uso anche Maschine per buttar giù al volole idee. Uso ASM Hydrasynth e Drumbrute Impact. Collego tutto attraverso un canale di un mixer di Allen & Heath e gestisco tutto poi in the box attraverso UAD. Ho molti synth e drum machine analogici. Utilizzo un paio di macchine API e un filtro e delay della italiano della Erica Synth che sono fantastici. Sono un autodidatta, ho un approccio singolare con l’hardware. Ho preso lezioni di violoncello e di piano per tutta la mia infanzia. Penso che questo atipico background musicale mi abbia davvero aiutato. A noi maschietti piacciono i gadget, la tecnologia. Ecco, mi piacerebbe davvero vedere più donne in studio.

Cercare di essere originali al giorno d’oggi è facile o difficile?
Penso sia difficile semmai credere in se stessi. Se non ottieni la risposta che desideri da un’etichetta, pazienza. Ma non rinunciare mai a te stesso, alle tue idee. Nel mondo si contano milioni di produttori che usano le stesse formine per biscotti acquistabili a stock e possono ricreare qualcosa di pre esistito. Non ha senso essere tra questi perché non ci si esporrà mai onestamente al pubblico. Al mondo di questi tizi davvero non interessa. Pensiamo invece alle intelligenze artificiali, che potrebbero rendere le persone ancora più creative perché le aiuteranno a gestire ed escogitare nuove vie e nuovi risultati. Penso spesso a Ed Rush e a Optical, che stavano usando i vecchi LFO e i filtri dell’Emulator 4 per creare la hardcore jungle negli anni Novanta. Bene, nessuno avrebbe mai pensato a queste tecniche di produzione sfruttando dei parametri inusuali di un campionatore. Ma non credo che i computer avranno mai un anima e quindi noi produttori a livello di occupazione siamo al sicuro per un po’.

 

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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