Lunedì 19 Agosto 2019
Festival

Club TO Club inizia col botto: un grande Chet Faker

Club TO Club 2014 inizia dalle contaminazioni, terreno che da sempre rappresenta il manifesto del festival torinese. Inizia dai live, con l’attesissimo Chet Faker, fenomeno australiano capace di essere accattivante per il pubblico più attento, per quello più modaiolo (leggete pure alternativo/hipster) e per chi ha un gusto pop sofisticato ma tutto sommato abbastanza classico. Meno innovativo e strambo di James Blake, più concreto nel sound e con un potenziale vocale da vero fuoriclasse, nel giro di pochi mesi è letteralmente esploso, tant’è che i biglietti venduti per la data torinese e per quella milanese il giorno prima sono stati davvero parecchi. Il cTOc inizia però qualche ora prima, con il primo degli eventi Absolut Symposium al Marriott AC Hotel (voglio peraltro sottolineare la figata dei concerti e dei dj set in un hotel di lusso, location dall’allure decisamente internazionale, roba che quando succede all’ADE o a Los Angeles tutti a dire “troppo avanti”: beh, succedono anche in Italia, queste cose, tanto per dire). Il concerto di How To Dress Well (intervistato sul nostro sito giusto poche settimane fa, ricordate?) inizia troppo presto per i miei orari e impegni, infatti arrivo soltanto verso la fine dello show, in tempo per sentirmi appena quattro pezzi. Ma nonostante il mio giudizio non possa certo essere esaustivo, devo dire che quanto ho sentito mi ha conquistato: grande voce, band in forma e arrangiamenti azzeccati. Un piacere breve ma intenso, come si dice in questi casi.

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Il tempo di un boccone, di spostarmi all’Hiroshima Mon Amour (confesso: per me è il club con il nome più figo della storia), ed ecco spegnersi le luci ed entrare in scena il Chet. Si tratta di un one-man-show e il set up è piuttosto semplice: microfoni, qualche macchina, sintetizzatori/tastiere. Quando vedo una strumentazione simile sono sospettoso, l’effetto-karaoke con base lanciata tipo piano bar è dietro l’angolo, ed è una cosa che mi irrita. Invece, fin dai primi brani, Chet lavora per davvero a quei beat, generando e modificando suoni, pattern, effetti, dandosi da fare dietro le macchine. La voce è impeccabile, la differenza rispetto al disco la fa un’interpretazione ispirata, con un controllo molto maturo dei propri mezzi vocali. Lo spettacolo è tutto in crescendo: Faker alterna le canzoni a vere produzioni live strumentali, dove inizia costruendo i beat per poi metterli in loop e suonarci sopra. Il repertorio è limitato dalla breve carriera discografica, ma le sue hit ci sono tutte, compresa la cover di “No diggity” dei Blackstreet che ha contribuito in modo determinante al suo successo. Altro fattore vincente è l’attitudine da popstar dell’artista australiano, molto abile nell’instaurare un rapporto confidenziale con il pubblico (va detto che l’Hiroshima è uno di quei locali che hanno proprio le dimensioni “giuste” per un concerto di questo tipo) e nel gestire i tempi di scena: sicuro di sé, bravo comunicatore, piacione il giusto. Il pubblico è conquistato, non si fanno prigionieri.
Il finale è tutto per i pezzi più forti: “1998” e, a degna chiusura, “Talk is cheap” (la mia preferita, lo ammetto) voce e piano (tastiera).

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Che dire, Club TO Club inizia davvero col botto. Complimenti. E complimenti a Chet Faker: non ero certo prevenuto, anche perché “Built on glass” è un disco che amo e che ho ascoltato molto, ma l’hype generato in questi giorni mi faceva temere che fosse tutto sopravvalutato; inoltre, quando un artista ha dalla sua delle canzoni forti e le porta dal vivo senza una vera band, spesso mi delude, perché mi manca quella botta che sanno dare i musicisti sul palco. Invece in questo caso l’elettronica e la forza scenica di Chet si sono tradotte in uno show spettacolare e davvero senza difetti. E’ nata una stella? Credo proprio di sì. Ora vogliamo che brilli sempre più luminosa.

PS. Tengo a dire che questo articolo nasce con la collaborazione di Giorgio Valletta, anche se non ha contribuito direttamente alla sua stesura: ma insieme a lui ho visto il concerto, e ho discusso su molte delle considerazioni che sono poi, in un modo o nell’altro, finite qui dentro.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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