Giovedì 21 Novembre 2019
Festival

Club TO Club: le nostre cartoline da Torino

Testi di Alberto Scotti e Matteo Roma

Un altro anno, un altro Club TO Club. Inevitabile calamita per chi ama la musica, ci sentiamo di dire “musica” senza aggettivi che ne limitino il campo. Una line up eccellente, pur con qualche nome che fa capolino ormai un po’ troppo spesso nel cartellone torinese. Ma tant’è. Non possiamo certo lamentarci di vedere Four Tet ogni anno. Dopo il gustoso antipasto del mercoledì (Apparat soundtracks) e del giovedì, che purtroppo ci siamo persi (Floating Points porta in giro un live di altissimo livello, dove le macchine si sposano al meglio con la piccola orchestra, e vedere questo show nella cornice del Teatro Carignano dev’essere un’esperienza mozzafiato), arriviamo a Torino per il weekend, pronti a immergerci nell’atmosfera del festival. Se gli artisti in cartellone rendono alta ed eccitante l’aspettativa, quest’anno attendiamo al varco anche gli altri aspetti di C2C, quelli che nelle ultime edizioni l’hanno reso un po’ meno accattivante. Purtroppo il Lingotto si riconferma location spoglia, male allestita e piena di difetti strutturali: nessun vero visual (a parte il live di Thom Yorke, che, crediamo, avesse una propria produzione), luci gestite male (assolutamente slegate durante il set di Four set, ad esempio), situazione bar e cibo inaccettabile (bar poco forniti, baristi maleducati, due porchettari in cortile, in una città che gode di risorse gastronomiche eccellenti). Altro punto negativo è l’allestimento: risolvere la situazione “tropicale” della Sala Rossa era doveroso, e la nuova Sala Gialla di Red Bull Music Academy è decisamente migliore e molto accogliente; peccato per il lungo e sconfortante corridoio tra questa e il padiglione principale.
Non siamo qui per fare le pulci e sparare a zero; le critiche qui sopra non sono tenere, ma amiamo questo festival e lo supportiamo da sempre, per questo siamo severi con gli aspetti che riteniamo ormai inderogabilmente da migliorare. Club TO Club è indiscutibilmente una di quelle che chiamiamo “eccellenze”, e per questa ragione riteniamo che sia ormai imprescindibile un salto in avanti di tutti gli aspetti extra-musicali, che rendono l’experience degna di essere vissuta al meglio, senza il nervosismo e lo stress di certi piccoli disagi.

 

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Thom Yorke über alles
La serata inizia con Holly Herndon e i suoi messaggi che dal computer finiscono direttamente negli occhi del pubblico; l’ambiente inizia a farsi caldo solo più tardi, però, con i Battles nella main room- band forse un poco sopravvalutata – e Omar Souleyman in Sala Gialla, tanto atteso quanto insipido. Tra chi lo santifica come coolest act degli ultimi anni e chi ritiene sia un pacco clamoroso, dal nostro punto di vista è una sorta di Toto Cutugno mediorientale, che invece di portarsi la band (favore che avrebbe reso molto più interessante il suo live) si accompagna a un tastierista con le basi registrate tipo karaoke, cosa che accentua l’effetto “matrimonio” del suo show (sarà voluto?).  Per i primi venti minuti si balla, poi ci si annoia un po’. Nel padiglione, intanto, Four Tet fa la sua cosa, né più né meno del solito. Eppure, ci tiene incollati al dancefloor con il suo groove ipnotico. Irresistibile. Una certezza. Poi tocca all’evento più atteso. Thom Yorke. Un simbolo generazionale, e il segnale di come C2C si stia smarcando dall’etichetta di festival elettronico tout court per arrivare a un pubblico sempre più ampio e trasversale (segnali che già si erano avuti con Battiato lo scorso anno). Yorke non è solo il-cantante-dei-Radiohead, è l’icona dell’antistar, l’alternativo radicale sempre e comunque, e averlo qui ha un significato pesante che un macigno per la reputazione del festival. Ora, non so cosa sia successo, ma Four Tet finisce all’1, e Thom arriva sul palco all’1.50. Un vuoto immenso, 50 minuti ingiustificabili sul main stage di un festival prima del main event. Ma attendiamo fiduciosi, anche perché spostarsi in Sala Gialla è impossibile, c’è una coda tipo grande esodo di inizio agosto sulla A14. Ma dicevamo, Thom Yorke. Con lui on stage Nigel Godrich e Triak Barri a comandare la parte visual. Uno show solidissimo, scolpito, un concerto per voce, synth, chitarra e visual, monolitico e profondo. Nessuna concessione ai classici dei Radiohead o a momenti facilotti, Thom te lo becchi così com’è o niente, baby. Un flusso ininterrotto di suoni e colori, una delle cose più fantascientifiche in giro. Con un artista così sul palco, la tentazione di invocare una “Karmapolice” è forte. Yorke, invece, a costo di sacrificare un po’ di fruibilità (non è uno show leggero), porta in scena uno spettacolo denso come un buco nero. Magistrale.

 

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Todd Terje e gli altri
Mentre nella sala principale le suggestioni eteree di Thom Yorke incantano i presenti, in Sala Gialla tocca al live del norvegese Todd Terje. Dopo un Anthony Naples molto convincente, sarà suo il compito di far divertire una folla sempre più numerosa che ha riposto grosse aspettative nei confronti di questa performance. Si parte con alcuni edit disco d’annata che hanno fatto la fortuna degli Essential Mix di Terje (e non solo). Il mood “sorrisoni” si impossessa rapidamente dei presenti, e quando si giunge a metà performance il buon Todd ingrana la sesta con la sequenza “Spiral”-“Delorean Dynamite” che genera l’euforia collettiva. Bassline travolgenti, synth aperti ed il sorriso sotto i baffi del producer norvegese che osserva i presenti prima di chiudere, prevedibilmente ma altrettanto inevitabilmente, con “Inspector Norse”, tra gli applausi generali per un live ben calibrato che porta il fattore festa ad un livello superiore. Si torna dunque nel main stage dove un – questa volta breve – cambio palco introduce il dj set di Jamie XX, reduce dai successi dell’album “In Colour”. Luci tutte per lui e subito un groove house che stacca nettamente dal live di Thom Yorke. L’atmosfera si fa calda e il londinese stasera non scherza, spaziando con grande gusto attraverso sfumature brazilian e percussioni fino alla svolta jungle che regala il momento drum & bass più gradevole con chicche quali “Only You” di Nookie e “Black” di Dj SS. Alcune transizioni sono studiate a tavolino con il classico dimezzamento dei BPM che permette a Jamie di andare verso contaminazioni hip hop, dub e garage, chiudendo con il suo remix di “Bloom” dei Radiohead, quasi a tributo della precedente performance. A conti fatti il suo dj set sarà uno dei momenti migliori di Club To Club, emozionante, vario e stilisticamente indiscutibile.

 

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Jeff Mills, l’esibizionista del sabato sera
Il sabato torinese si apre per noi con il live di Oneohtrix Point Never, che ci porta nei lidi della ambient drone più malinconica. Per lo statunitense Lopatin le aspettative erano alte; purtroppo la sua performance è stata inficiata da una pesante discontinuità che l’ha resa interessante ma leggermente sottotono. Fortunatamente Andy Stott non tradisce la fiducia del pubblico e si conferma un fuoriclasse capace di grande versatilità, adattandosi ad ogni contesto senza mai smarrire la propria identità. La sua esibizione scorre con grande intensità e ci dà conferma di come questo artista sia una vera e propria eccellenza del genere.

Il colpo d’occhio si fa piacevole con il “XV Anniversary Stage” finalmente gremito per l’arrivo di Nicolas Jaar. Per lui due ore di dj set prima dell’arrivo dell’Exhibitionist Jeff Mills, una posizione non proprio comoda che lo costringerà agli straordinari. Il newyorkese esplora territori intimi ed introspettivi prima di colpire il pubblico con alcune staffilate techno che scatenano i presenti. Al culmine della sua esibizione c’è spazio anche per un tribute disco che riempie di colore il Lingotto. Sono le 3 circa quando Jeff Mills fa capolino per il quindicesimo anno consecutivo sulla consolle di Club To Club e si prepara a condurci nella sua dimensione. Abbiamo avuto diverse occasioni di ascoltare l’icona di Detroit, ma questa sera appare davvero in forma smagliante, con un’invidiabile precisione tecnica e una selezione che non lascia un solo istante di respiro. Mills incalza in un set che rende difficile staccarsi dal dancefloor e come sempre le incursioni della Roland sono perfettamente disegnate per riempire gli spazi tra un colpo di cassa e l’altro. Al termine del suo set, dopo un lungo e doveroso applauso, salutiamo il Lingotto assieme ad altre migliaia di persone, stanchi ma molto soddisfatti.
#C2C15 sabato 7 - foto di Matteo Bosonetto141

 

Way back home (con qualche considerazione)
Sulla via del ritorno a casa ci concediamo un momento di riflessione sulla dimensione internazionale che il Club To Club ha assunto nel corso della sua onorata ed invidiabile carriera, con una buona presenza di persone proveniente da Francia, Germania, Inghilterra e non solo. A fronte di una risposta così importante (circa 40.000 presenze) è spontaneo chiedersi se sia possibile risolvere alcuni problemi di natura logistica che si sono manifestati durante il festival: drink a costi eccessivi in rapporto alla qualità (a causa di una presunta ordinanza comunale); chiusura dei bar alle 3 (le serate finivano alle 6…); un po’ di penuria per ciò che concerne il fattore relax e il cibo. Il contenuto indubbiamente c’è ed è di quelli per palati fini, ora è necessario che si affini al meglio anche il contenitore. Saluti da Club To Club!

Foto di Andrea Maccchia e Matteo Bosonoetto courtesy of Club TO Club

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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