Venerdì 04 Dicembre 2020
Costume e Società

Il clubbing ha un problema con la parità di genere?

Cresce il numero e il peso di dj, manager, PR, e figure professionali di sesso femminile nel mondo della musica elettronica. Ma tutto questo va di pari passo con una parità tra i generi?

Le DJ MAG Top 100 Djs, e in particolare la Alternative Top 100, hanno evidenziato l’avanzata delle figure femminili e la loro crescente importanza nel settore. Guardando alla Alternative, dove trionfa Charlotte de Witte, ben cinque tra le prime dieci posizioni sono occupate da dj donne. E 20 su 100, un quinto dell’intera classifica, sono donne. Apparentemente, è una vera rivoluzione. Ma andando più a fondo?

Da sempre, il mondo dei club e la sua cultura sono un esempio di inclusività e di rispetto di tutte le diversità e di tutte le minoranze; anzi, spesso sono stati il posto dove le minoranze hanno trovato casa, voce, e megafono per esprimere istanze poi diventate uso e costume anche al di fuori delle mura (reali o simboliche) del club. Ma siamo sicuri che dopo tutto questo tempo la club culture rappresenti ancora un mondo così aperto e avanguardista? Siamo certi che non siamo stati superati dai tempi che corrono? Siamo davvero convinti di essere ancora quella comunità aperta e illuminata? Forse le cose non stanno proprio così, e se questo mondo ha ancora una coesione e dei valori condivisi, è ora di metterli sul piatto e di fare un esame di coscienza.

 

Erick Morillo è scomparso il 1° settembre scorso, e accanto al ricordo artistico che ne hanno dato diverse testate giornalistiche, c’è stato il commiato più commosso e partecipato lasciato da parecchi colleghi sui social. Commiato a cui ha reagito una fazione invece decisamente meno addolorata dalla scomparsa del dj, che ha preferito porre l’accento sulle accuse di stupro che stavano (e stanno) gettando un’ombra pesantissima sulla vita del noto producer. Accuse che non vedranno probabilmente un riscontro, data la dipartita del protagonista della vicenda. E che restano quindi un punto interrogativo, a voler essere in buona fede. Punto interrogativo a cui non possiamo certo dare una riposta in questa sede, per mancanza evidente di tutti quei fatti che comprovano la colpevolezza o l’innocenza del soggetto in questione: non eravamo presenti durante i fatti, e sappiamo soltanto ciò che la cronaca ha riportato. Questo non significa sminuire le accuse e umiliare l’accusatrice; significa semplicemente non condannare a prescindere sulla base di ciò che sembra emergere dalle cronache. Tuttavia, vista la visibilità del personaggio e lo scalpore suscitato dalle accuse a carico di Morillo, ancora una volta si sono accesi – ed è sacrosanto – i riflettori sulla considerazione delle figure femminili nel mondo dei club. E non solo. Immediatamente dopo il dibattito su Morillo, sono spuntate storie analoghe su di lui e anche su Derrick May, altro nome più che storico della scena, sul quale sembrano circolare da tempo voci di atteggiamenti molesti verso le donne alle sue serate, che durerebbero da anni. In questo caso, gli sviluppi sono ancora tutti da verificare, e le accuse sembrano moltiplicarsi dopo che un suo amico e collaboratore (ad oggi, ex), Michael James, ha rincarato la dose con un lungo status su Facebook dove accusa pesantemente May in un’ottica che non lascia scampo a dubbi e casualità, asserendo invece che le sue abitudini da molestatore sono prassi da decenni. E ancora, negli ultimi mesi si stanno moltiplicando i profili Instagram dedicati al coming out di vittime di presunte molestie o violenze da parte di dj e artisti dance: un caso clamoroso è quello di Bassnectar, nome che dalle nostre parti non è esattamente famosissimo ma che in America è un gigante.

Il ritornello è sempre lo stesso: un dj famoso è un dio, nel proprio ambiente. Tutto gli è concesso, dai capricci sul rider tecnico a quelli sull’hotel o sul bere. Quando però l’elemento umano subentra nell’equazione, il gioco prende una piega diversa. Perché troppo spesso chi sta intorno all’artista, sia il team sia lo staff di un club o di un festival, fa finta di non vedere o non sentire. E la questione, ovviamente, è parecchio delicata. Il problema, inutile negarlo, esiste. Il confine tra avances e molestia è molto sottile. Ed essere una superstar con un potere e una posizione molto forti, è un fattore determinante, una leva di persuasione enorme rispetto a certi atteggiamenti e a certe dinamiche. Non è certo storia nuova: in qualsiasi ambiente lavorativo e sociale il problema delle molestie sulle donne è emerso da tempo ed è al centro di un dibattito sociale importante per la maturazione individuale e collettiva della società. Ma qui non siamo in “qualsiasi ambiente lavorativo”, perché il mondo del clubbing, che oggi può vantare figure professionali precise e riconosciute, con ruoli ben delineati, e spesso ricoperti da donne, è un ambiente particolarissimo per sua stessa natura. È un mondo festaiolo, liberale, libertino e godereccio, è un luogo dove molto è concesso con sospensione dei giudizi morali a cui siamo abituati fuori, nel “mondo vero”. E questo è un fattore che rende ancora più sottile la soglia tra comportamenti semplicemente volti all’approccio (in luoghi dove è assolutamente normale che avvengano) e le reali molestie, o peggio ancora, le esplicite violenze, e dall’altro lato la vigliacca convinzione che spesso le violenze “ce le si va a cercare” perché si accetta il privilegio di stare in consolle, di bere lo champagne o i drink offerti dal dj o dall’entourage di turno. Sappiamo come funziona: il club è, a suo modo, una corte dove si fa di tutto per stare nei backstage, nei privé, ai tavoli, in consolle, e per compiacere il re; dove i braccialetti e i free drink sono ambiti status symbol da esibire. E quindi, oggetto di scambio.

 

Naturalmente, a monte di tutta questa intricata rete di comportamenti, c’è proprio quella mentalità che non consideriamo quasi mai e che diamo per scontata. Ed è quella di un maschilismo dilagante, oggettivo, al netto di qualsiasi posizione possiamo avere in merito e senza, ancora una volta, voler per forza saltare sul carro degli accusatori da processo sommario, mediatico, o peggio ancora social. Di una prospettiva che ancora oggi, nonostante negli ultimi anni molte delle figure di maggior successo non solo tra i dj ma anche tra manager e operatori del settore siano donne, prende sempre il punto di vista maschile (per la selezione all’ingresso, banalmente). Ci sarà sempre qualcuno pronto a mettere in discussione il valore di una dj o di una producer sulla base di considerazioni che esulano dalla pura materia musicale; ci sarà sempre chi porrà le cose su un piano di critica personale, estetico, che farà allusioni sessuali, che non tratterà la situazione da un punto di vista strettamente artistico né tantomeno paritario. E c’è una fortissima disparità nella percezione di una dj rispetto a un collega maschio. È palpabile. Il problema è proprio la mancanza di una forma mentis, di un imprinting che dalla partenza metta le cose sullo stesso piano, e che fa sembrare le donne ancora troppo “ospiti” in un ambiente che fino a pochi anni fa era vissuto, per molti versi, con un cameratismo da caserma, da nerd dei dischi, dove le donne erano solo un orpello utile in certi momenti e occasioni, o al massimo il raro esemplare di specie esotica da esibire.

Le conseguenze sono inevitabilmente quelle di un ambiente incline alla sopraffazione, alla legge del più forte. Ed è paradossale perché proprio nella sua estrema libertà di costumi e mentalità, il mondo del clubbing fonda le sue radici e la sua cultura. Anzi, proprio nel momento in cui la cultura è entrata nel club, o per meglio dire il momento in cui il club ha capito di possedere una propria cultura specifica, questo mondo ha acquisito una sua dignità sociale, uno spessore, e delle caratteristiche che lo hanno connotato in tutte le sue dinamiche. Ora, pensando alla piega presa nel tempo, forse queste caratteristiche sono mutate, e lo spirito delle origini è diventato qualcos’altro. O più semplicemente, è il mondo ad essere andato in una direzione diversa. Ed è quindi il momento di porci delle domande scomode: siamo sicuri di essere onesti con noi stessi? Siamo abbastanza attenti a fare in modo che intorno a noi, per quanto possiamo fare come clubbers, come dj, come organizzatori, come giornalisti, si sviluppi un clima, un environment sano? Siamo sicuri di prendere in considerazione esigenze e punti di vista che non sono quelli settati sui nostri standard di maschi bianchi occidentali?
Prendiamo queste domande come una sorta di test d’ingresso, e facciamo che siano l’inizio di qualcosa (ad esempio, abbiamo dato spazio a Boudica, una realtà che tratta di artisti non binari in modo schietto e senza filtri). Perché nessuno qui vuole essere giustizialista con il compianto Erick Morillo, con Derrick May o con chiunque altro finisca nel mirino. Ma nemmeno si deve far passare in cavalleria una serie di comportanti che, quando non sono esplicitamente criminali, sono comunque dannosi e malsani, scorretti e violenti. E sarebbe ora che nessuno si ponesse nell’ombra di comportamenti del genere senza pagarne le conseguenze.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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