Mercoledì 19 Giugno 2019
Costume e Società

Il clubbing per adulti

Dal divertimento per giovanissimi a comfort zone degli over 30: ecco come si è trasformato il modo di vivere la discoteca e il dj set

“Bella serata, bella gente, zero ragazzini”. Questa frase la potevate sentire, spesso e volentieri, un po’ di anni fa. Era come una moda, come un mantra diffuso tra appassionati e addetti ai lavori delle discoteche. Tradotto: la serata si considerava riuscita quando il pubblico era abbastanza adulto, over 25, con molte donne, con una certa presenza di gente disposta a spendere al bar o ai tavoli, e poco pubblico giovane, più caciarone, casinista, e con le tasche meno gonfie. Tradotto ancora: una buona serata era quella che permetteva larghi incassi e non rovinava l’immagine con giovani in sneakers e magliette fluo. Come cambiano i tempi.

Salto temporale. 2019. Oggi il pubblico dei club, ma soprattutto dei festival, è esattamente quello coloratissimo delle sneakers e delle magliette sgargianti, stilose anche negli outfit total black come vuole la prassi techno. Curioso, no? Si andava a ballare e all’ingresso era preteso un abbigliamento da matrimonio: scarpe eleganti, giacche, camicie. Impensabile per stare comodi e ballare, per l’appunto. Oggi il costume sociale è stravolto, anche grazie ai club più alternativi che non facevano queste (ridicole) selezioni alla porta e sulla distanza hanno dettato legge. E oggi “zero ragazzini” è spesso un brutto segnale. Perché la dance e i mondi musicali da ballare (trap, reggaeton, aggiungeteci l’appendice che preferite) appartengono ai giovani e ai giovanissimi, ed è bello e giusto che ci sia un ricambio di pubblico, un ricambio generazionale che porta a fare tardi chi ne ha possibilità e fisico, magari non dovendosi svegliare alle 7.30 per andare al lavoro o accudire i figli e non avendo tempi di recupero biblici dopo qualche eccesso. Non fa una piega. Eppure, la generazione che si vedeva rimbalzare alla porta per il dress code negli anni in cui essere uno dei “ragazzini” diventava un problema per entrare, nei club ci è comunque cresciuta, e chi oggi ha dai 35 anni in su – diciamo fino ai 50, 55, in linea di massima – si è proprio abituato al fatto che nel weekend si possa fare tardi, o che una volta ogni tanto si possa andare a sentire quel dj che ci piaceva tanto e che ancora fa la seratona in città. Se mettiamo sul piatto il fattore orario, poi, il quadro è completo: oggi capita sempre più spesso che i dj suonino a orari da concerto, con un set della durata da concerto, massimo un paio d’ore, e quindi tutto l’evento sia costruito non sul club e sulla sua continuità ma sulla star e sulla sua performance. Dei problemi e delle trasformazioni che questa attitudine sta portando ai club ne parleremo a parte, anche perché, come accennato poco fa, le generazioni più giovani ai locali preferiscono sicuramente i festival. Intanto, concentriamoci su questo nuovo fenomeno sociale.

 

Qualche anno fa, in occasione dell’ADE, ero ad Amsterdam con dei colleghi, e ci siamo spinti fino allo Ziggo Dome per sentire Calvin Harris e Tiësto.  Lo Ziggo Dome è un palasport di grandi dimensioni, da artisti pop di una certa levatura, per capirci. Il Forum di Assago, costruito però vent’ani dopo e con quasi il doppio dei posti. In tribuna accanto a noi, una coppia olandese, distinata, sulla cinquantina, che sorseggiava birra e mangiava snack mentre Tiësto suonava trance e EDM. Come fosse, appunto, un concerto pop. Eros Ramazzotti. E ho provato una strana, confortevole sensazione, la stessa che ho sentito nei giorni scorsi. Sabato sono stato al live di Paul Kalkbrenner, vissuto un po’ da addetto ai lavori, per la verità, per seguire un incontro tra il pubblico e il dj berlinese. Venerdì invece Fatboy Slim era in scena a Milano, e pur non essendoci stato, ho avuto un feedback dettagliato dal mio amico Ciro, da anni compagno di festival e serate, che non si è lasciato scappare il set di Fatboy. Il racconto e l’umore erano quelli di chi va a vedere gli artisti con la curiosità e la passione di sempre, ma, inevitabilmente, con un piglio più distaccato rispetto a chi va a ballare con la foga – sacrosanta – dei vent’anni. Stesso film quello del pubblico di Kalkbrenner, dove le età erano eterogenee e le generazioni si mischiavano. La sensazione di comfort zone che ho provato è quella per cui a 40, 50 anni non ci si sente esclusi, non si è fuori tempo massimo. Per varie ragioni: in primis il fatto che se negli anni ’90 la discoteca intesa in senso contemporaneo era la novità del momento, oggi è la normalità che accompagna chi ci è cresciuto, un divertimento tra i tanti per chi ci ha fatto l’abitudine, non più il tabù carbonaro di chi fa tardi ad ogni costo. In secondo luogo, i dj sono diventati popstar, e la centralità della loro figura ha trasformato molte serate nel modo in cui Tiësto pensava le sue fin dagli anni passati, attirando fan giovani e ben felici di ballare nel parterre e signori più maturi comodi in tribuna.


Il clubbing come lo intendiamo ha ormai trent’anni di storia. Non è più soltanto una faccenda per giovanissimi.
È diventato adulto ed è diventato per adulti: negli orari, nei prezzi (spesso molto alti), nelle modalità di fruizione. Non l’avremmo immaginato, nelle serate infinite degli anni ’90 o negli after che ci concedevamo quando di andare a casa non ne avevamo proprio voglia. E invece è successo. Siamo invecchiati, sono invecchiati i dj e la musica più rivoluzionaria del mondo è invecchiata con noi. Ma non ci siamo lasciati. Abbiamo solo cambiato il modo di vivere questo amore. È bello così, se abbiamo un’età che supera, diciamo, i 35. È bellissimo che la musica e il club siano due fatti socialmente accettati. È preoccupante, semmai, vedere come nel giro di pochi anni proprio le generazioni che dovrebbero alimentare questo amore, quelle giovanissime, non si sentano più attratte da questo mondo. Qui si apre un vaso di pandora, ed è un’altra storia, che ci promettiamo di approfondire presto. Ma intanto, guardiamo il bicchiere mezzo pieno: il clubbing “per adulti” non è così male. Clubbing is no hobby, diceva uno slogan. È un amore che dura tutta la vita.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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