Domenica 25 Agosto 2019
Costume e Società

Il Cocoricò ha chiuso. Un drammatico selfie dell’Italia, dentro e fuori dai club

La chiusura definitiva e ufficiale del più importante e famoso club italiano ci spinge ad aprire una seire di pensieri e riflessioni sullo stato di salute non solo del clubbing, ma di tutto il nostro Paese

Il Cocoricò ha chiuso. Definitivamente, per ora, salvo nuovi colpi di scena. Che tradotto significa l’eventuale acquisizione del marchio e della gestione del club da parte di qualche nuova società pronta a buttarsi nell’impresa di rimettere in piedi un gigante. Come hanno riportato tutti i giornali, dai quotidiani alle riviste di settore, il Tribunale di Rimini ha rigettato la richiesta di concordato preventivo proposto dalla società che gestiva il Cocoricò, scrivendo di fatto la parola fine a una vicenda che si protraeva da tempo e di cui abbiamo parlato in diverse occasioni, risalendo direttamente alle parti coinvolte (QUI, QUI e QUI, per esempio). Sarebbe stato bello scrivere (e per voi leggere) un articolo in cui avrei dovuto raccontare un annuncio epocale, sorprendente, straordinario, come la riapertura del Cocco, dopo un periodo decisamente travagliato. Sfortunatamente, non è così.
Se ne sono lette di tutti i colori, invece, su questa chiusura, dalle analisi lucide e anche emozionanti su cosa è stato il Cocoricò, fino a becere speculazioni da clickbait, scritte senza conoscenza, cultura e senza un minimo di tatto e rispetto da chi dovrebbe proprio fare altro nella vita invece di scrivere su siti di settore. In tutto questo marasma emotivo, l’unica verità oggettiva è che abbiamo, tutti, perso un club che ha contribuito alla fondazione di una cultura e di un’epica musicale.
Per capire bene di cosa stiamo parlando, è necessaria una premessa storica.

La riviera romagnola è uno dei luoghi di villeggiatura più frequentati del mondo. Rimini, Viserba, Viserbella, Bellaria, Igea Marina, Riccione, Cattolica, Gabicce, fino al confine marchigiano la Riviera è parte dell’immaginario collettivo italiano fin dagli anni ’60 del celeberrimo boom economico, e lo è anche in quello di tedeschi, olandesi, danesi, inglesi, che da mezza Europa vengono a godersi il Belpaese, da giugno a settembre. In agosto sono invece gli italiani a invadere le spiagge, i ristoranti, gli hotel e le balere. A dirla tutta, questa lingua di Adriatico non è particolarmente bella; la qualità del mare più a sud, o intorno alle isole italiane, è infinitamente migliore, e pure il territorio offre di meglio. Ma i romagnoli sanno conquistare i turisti con i loro modi affabili, con il sorriso e la battuta perenne, con quell’attitudine alla vita facile e piaciona che non si trova da nessuna altra parte del mondo. Bastano due ore a Riccione per sentirsi a casa. Ci sanno fare. Come nessun altro. E così il turismo diventa la prima fonte di guadagno, in zona.

Nel 1989, i gloriosi e sfavillanti anni ’80 italiani stanno volgendo al tramonto. Sono stati un secondo boom e i soldi girano a palate. I costumi sociali e culturali si sono molto allentati, e dopo i cupi anni ’70, gli italiani hanno voglia di leggerezza. Nel frattempo, le balere stanno lasciando il posto alla loro evoluzione, le discoteche, e naturalmente la Riviera ne diventa il regno. Negli anni ’90 sarà solo accelerazione, e da queste parti nasceranno club come funghi. Ma il finale degli ’80 sta regalando a Riccione e al mondo la più famosa piramide dai tempi dell’Antico Egitto.
Il Cocoricò nasce su una collina, è un locale gigantesco, architettonicamente futuribile, in linea con i tempi, e ha una caratteristica che lo rende immediatamente riconoscibile: ha la forma di una piramide di vetro, perciò durante le brevi e calde notti estive si può vedere il sole sorgere mentre si sta ancora ballando e la luce irradiare la sala piano piano. Si può anche ammirare l’alba sul mare, ed è uno spettacolo che toglie il fiato se pensate di farlo mentre uno dei vostri dj preferiti sta suonando alle 5 del mattino.
Nel giro di pochissimo, il Cocco diventa l’epicentro delle terremoto che sconvolge il litorale romagnolo, capofila di una golden age delle disco che per tutti gli anni ’90 proporrà sette giorni su sette divertimento per i giovani di tutta Europa, magari proprio i figli di quegli immigrati del turismo che venti, trent’anni prima venivano a svernare al mare. Echoes, Baia Imperiale, Peter Pan, Prince, Pascià, Eku, Villa Delle Rose, Embassy, i nomi sono tantissimi. E a metà anni ’90 Riccione e Rimini fanno concorrenza a Ibiza, il turismo è in larga parte giovanile e si crea la cultura di andare in vacanza per andare a ballare, ogni sera, con i migliori dj internazionali e con moltissimi resident italiani di altissimo livello. Sono gli anni di Ralf, di Ricky Montanari, Flavio Vecchi, e del Cocoricò di Cirillo e Saccoman fissi in Piramide. Anche la stampa estera si accorge di questa capitale del clubbing, perfino i protezionisti inglesi non possono fare a meno di scrivere articoli di grande interesse verso il fenomeno Riccione (ripescate i DJ Mag inglesi dell’epoca per credere). L’indotto è un giro d’affari immenso, giusto per dare una misura palpabile e pragmatica della situazione.

 

Ma cos’ha in più il Cocoricò rispetto a tutti gli altri? Innanzitutto, la vocazione di locale alternativo per eccellenza. Il luogo dove techno, trance, breakbeat, e sperimentazioni varie – ricordiamoci che si parla della prima parte degli anni ’90, e questi generi sono le assolute novità – possono fiorire e attecchire sotto la grande Piramide. E poi c’è la controparte house, il Titilla che diventa il privée più esclusivo d’Italia, la sala più desiderata. E il Morphine, con i suoni più alternativi e ricercati, quasi ostentatamente diverso anche dalla due sale principali, già di loro non proprio canoniche nel suono e nel pubblico. Tre anime, tre facce della stessa medaglia. Il Cocoricò negli anni ’90 intercetta lo spirito del tempo, portando in Italia tutto quanto di nuovo possa essere eccitante e travolgente. Anche con dei rischi: i giovani Daft Punk vengono fischiati, per dirne una. Aphex Twin e soci allontanati dalla consolle. E le certezze: la cricca progressive italiana, l’epopea trance dei primi Paul van Dyk, Ferry Corsten, Armin van Buuren. Il Cocoricò diventa leggenda, diventa uno di quei club in cui i dj di tutto il mondo vogliono andare a suonare. Poi, certo, cambiano i tempi, arriva la techno, arriva un mondo che sta cambiando soprattutto dal punto di vista imprenditoriale, il turismo globale, il rimpasto e una prima significativa perdita di status. E la ripresa, gli anni dell’electro-house, che sfociano nelle stagioni EDM, ultimo vero colpo di reni del Cocco (anche qui, lo spirito del tempo intercettato nel modo giusto).

Il 2015 è, di fatto, l’anno della fine. L’anno della prima chiusura e dei guai giudiziari, l’anno dei debiti, l’anno che taglia le gambe al Cocoricò. Anche se qualche sprazzo si intravede, il livello non sarà mai più lo stesso. Il Cocco ha chiuso e non è la prima volta che un locale storico abbassa la saracinesca. Soprattutto in Italia. Se ci pensiamo, tutti i luoghi culto che negli anni ’90 erano la mappa degli appassionati, che ben prima di Google Maps e delle chat o dei forum sapevano a memoria come orientarsi tra statali, autostrade, e province italiane, non esistono più. Una mitologia che andava da Bergamo alla Toscana, dal Veneto alla Riviera, da Perugia a Napoli. E che ora sopravvive soltanto nei video caricati su YouTube, nei file su Mixcloud, nei libri, nei documentari, nelle serate revival. E nel cuore di chi c’era. Quindi, nulla di nuovo, il tempo passa e cancella, cambia, trasforma tutto. Però, il Cocoricò rappresenta un simbolo. Intrinsecamente alla club culture, il simbolo forte dell’Italia su uno scenario internazionale prestigioso. Al di fuori della nostra sfera di percezioni e valori, in una prospettiva più ampia, ha rappresentato un periodo storico in cui l’Italia ha avuto una forza motrice estetica, culturale, economica. Forse per l’ultima volta nella storia recente. Inutile negare il fatto che viviamo un momento molto delicato, di risacca sociale e di livellamento culturale. Apparentemente il clubbing è uno dei termometri meno indicativi di tutto questo, ma invece proprio sapere che tutti i fattori si allineano in maniera negativa – opinione pubblica compresa – per lasciare che anche un tempio – e volente o nolente il Cocco lo era – venga chiuso senza gloria, e anzi con quei tipi di commenti e di sarcasmo da webeti, per dirla alla Mentana, dice moltissimo su un Paese che sta smarrendo una sua identità e che non trova la bussola. Non serve entrare nel merito del “sistema dance”, come sempre e da sempre fatto di orticelli: c’è chi piange, c’è chi impugna i crediti, c’è chi pontifica su come si sarebbe dovuto fare. Le solite profezie a tragedia avvenuta. Grazie tante.

No, in un momento come questo è necessario semplicemente riflettere su come un Paese che fino a quindici anni fa prosperava in un settore dal forte impatto economico e culturale si ritrovi oggi a piangere ogni giorno una chiusura, un divieto, una revoca, con un totale sbriciolamento corporativo e senza reali visioni imprenditoriali, se togliamo le eccezioni (e nelle eccezioni rientrano anche alcuni ottimi festival, ma tutto questo è un altro discorso). Che poi se ne parli con maggior enfasi se chiude un club famoso a livello mondiale come il Cocoricò, questo è logico. E drammaticamente simbolico. Ma per ogni Cocoricò ci sono decine di locali, quelli delle statali, delle provinciali, della mappa degli anni ’90, che non riescono più a tirare avanti. La miopia è stata certamente di chi li ha gestiti e non ha colto i segni dei tempi. Ma visto che lo stesso identico ragionamento possiamo farlo per molti altri aspetti della nostra vita quotidiana, dalla politica che vive di like (da tutte le parti, se ci fate caso, non solo nei personaggi più evidentemente social-addicted) al mercato del lavoro che non gioca mai d’anticipo, dal calcio decaduto a fenomeno locale a un sistema culturale sempre meno rilevante, forse, invece di pensare a fare battute e a danzare sul cadavere ancora caldo di un mito, è il caso che vediamo questo eclatante caso come un momento per pensare seriamente a come invertire la rotta.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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