Giovedì 17 Ottobre 2019
Costume e Società

Come Kalkbrenner ha cambiato le regole di Tomorrowland

 

Spesso in redazione ci accartocciamo su questioni che fondamentalmente interessano solo i maniaci e pochi altri. Per questo l’annuncio di Paul Kalkbrenner sul Mainstage di Tomorrowland sapeva di feticcio, a metà tra profanazione e illuminazione in uno stato di sublime eccitazione simile a quello generato dal passaggio di Gonzalo Higuain dal Napoli alla Juventus. Come reagirà il pubblico del festival belga, abituato negli ultimi anni ad un certo tipo di performance e sonorità, al viaggio techno dell’istrionico musicista elettronico tedesco, ci chiedevamo? Il set di Kalkbrenner era già nella storia ancor prima di essere messo in atto. Se la memoria storica non mi inganna, è la prima volta che la consolle del Mainstage di Tomorrowland subisce una trasformazione epocale in termini di setup. Anche Moby nel 2009 e i Faithless nel 2011 si erano esibiti con una consolle tradizionale (4 CDJ e un mixer) con i fuochi d’artificio a tempo sulle tracce rave classic del primo e con Maxi Jazz nelle vesti di master of ceremony in piedi sulla consolle pilotata da Sister Bliss. Tomorrowland era ancora lontano dalla popolarità globale che lo ha portato ad essere il festival più visto e ambito del mondo e con essa sono arrivate anche le prime discussione polemiche, quelle che fondamentalmente interessano solo i maniaci e pochi altri. Dal 2012 in poi, l’esplosione di un certo tipo di sonorità, ribrandizzata per comodità e logica di marketing sotto la sigla EDM, l’impressione è stata quella di un’omologazione del suono che preferisco piuttosto includere in naturale processo di sviluppo e posizionamento. L’arena del Mainstage di Boom si presta in egual misura ad entrambi le dimensioni, con la caratteristica che la seconda, quella della EDM, ha avuto dalla sua l’affermarsi della rete come fonte di vanità assoluta e dei social network come luogo della vanità assoluta e patria degli scandali user-generated, che l’hanno resa da una parte un prodotto globale, riconoscibile e di successo ma dall’altra una facile preda per statisti della musica e professionisti della speculazione. Per questo la scelta di inserire Paul Kalkbrenner nella line up della maggiore attrattiva del Festival aveva il sapore di una sfida, di una voglia di cambiamento che fa parte della natura delle cose.

 

 

Una decade. Questo è il tempo necessario ad un ciclo musicale per nascere, crescere, dominare e ridimensionarsi. Dalla piramide dei Daft Punk a Coachella, che ha scritto le regole della performance elettronica contemporanea, al live set del tedesco al Tomorrowland sono passati dieci anni. L’evento ha dunque assunto una portata di dimensioni storiche anche perché per la prima volta i CDJ e il mixer hanno lasciato il posto al multicanale di Kalkbrenner e all’effettistica che l’accompagna. Ma siccome questo interessa solo i maniaci e pochi altri, credo che sia più utile sottolineare il fine dell’esperienza piuttosto che il mezzo dell’esecuzione anche perché su quest’ultima non c’è niente da dire tanto è impeccabile. È necessaria una premessa. Il produttore di “Sky And Sand” non ha mai nascosto le sue manie di grandezza, non ha mai nascosto la voglia di arrivare con la sua musica a più persone possibile, tema caldo tra i musicisti e addetti ai lavori, non sempre (anzi quasi mai) d’accordo sul tema. Ricordo con piacere una bellissima imitazione proposta da Fiorello nel suo programma radiofonico “Viva Radio 2”, dove un Franco Battiato decisamente contrariato non si capacitava di cotanto successo, chiedendo al fido Sgalambro quali sono stati gli errori che li hanno portati al numero uno della classifica di vendite. Una caricatura fantastica che spiega meglio di qualsiasi parola il rapporto dell’arte con la fama. Dopo aver suonato di fronte a cinquecentomila persone alla Porta di Brandeburgo per la Celebrazione dei 25 anni dalla caduta del muro di Berlino, il Mainstage di Tomorrowland è stata una passeggiata di salute. Presunzione, narcisismo, sicurezza, chiamatela come volete, ma il modo in cui Kalkbrenner ha gestito il suo slot di un’ora è stato da manuale. D’altronde il suo carisma e la sua personalità sono elementi che non scopriamo certo adesso. Inoltre il live avviene in un momento storico perfetto: il tedesco colleziona successi in giro per il mondo (in Italia è stato il concerto con più spettatori paganti di inizio 2016). I tempi erano dunque maturi per il passo definitivo, sollecitati da un contratto con Sony Music che di fatto ha sancito e benedetto la sua onesta fame di gloria. La reazione del popolo di Tomorrowland è stata intrinsecamente omogenea ed estrinsecamente eterogenea, nel senso che in sostanza non è successo niente di più, niente di meno di quello che accade di solito per gli le esibizioni pomeridiane e cioè la pista in fiamme con il popolo tedesco a osannare il loro centravanti di sfondamento vestito a tema, e la collinetta piacevolmente rilassata, forse un po’ più del solito, ma senza infamia. Fermarsi a ragionare su quello che sta accadendo oppure ricevere passivamente input differenti non ha fatto altro che educare orecchie sollecitate da massicce dosi di esercizi più fisici che mentali, assolutamente giustificate ma sicuramente rinfrescate da una boccata di ossigeno utile più alla sala dei bottoni che al Festival stesso che gode di ottima salute. L’ennesimo sold out in mezz’ora è la dimostrazione che la dance è qui per restare e regala una serenità nel poter gestire i contenuti più unica che rara. Portando la sua musica sul Mainstage, Paul Kalkbrenner ha vinto. Il Tomorrowland stesso ha vinto e probabilmente continuerà a farlo. La line up della prossima edizione sarà fondamentale per capire il futuro dell’electronic dance music, assolutamente non in crisi ma solo alla ricerca di nuovi stimoli e strumenti per proseguire l’eredità dei padri fondatori dei quali da domenica scorsa anche Paul Kalbrenner fa parte.

 

Pic: Tomorrowland Facebook Page

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Ale Lippi
Scrivo e parlo di Electronic Dance Music per Dj Mag Italia e Radio Deejay (Albertino Everyday, Deejay Parade, Dance Revolution, Discoball). Mi occupo di club culture a 360°, dal costume alla ricerca musicale.

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