Lunedì 30 Marzo 2020
Esclusiva

Il Coronavirus e la situazione dei club a Milano: parlano i titolari e i gestori

Il Coronavirus, la forma di influenza virale che si sta diffondendo in tutta Italia e nel mondo in queste settimane, sta creando una situazione difficile, soprattutto perché, essendo ancora in una fase iniziale sia a livello epidemico sia a livello di studio e ricerca sul virus, la stessa opinione pubblica è divisa, e si fatica a contenere momenti di isteria collettiva, proprio quando invece la prudenza e la cautela dovrebbero essere messe davanti a tutto, ma senza creare allarmismi eccessivi, perché diffondere il panico non è certo il modo migliore per responsabilizzare e rassicurare la popolazione in momenti così concitati. E questo vale soprattutto per chi si occupa di media e informazione, perché la nostra responsabilità è grande in questo momento, e alcun clamorosi dietrofront nelle aperture e nelle homepage di testate note e importanti dell’opinione pubblica nazionale, dopo giorni di titoli sensazionalistici, ci fa ben sperare in questo senso.

Zoomando sul nostro mondo, uno degli effetti collaterali del Coronavirus è l’ordinanza che vuole la chiusura dei bar e dei locali alle 18 in Lombardia, e in particolare a Milano tutto questo sta generando seri problemi alla concentrazione di concerti, eventi, serate nella città che più di tutte in Italia ne è il centro. Una misura cautelativa poi rapidamente modificata (qualche ora fa la rettifica che permette aperture dei bar a orari consueti ma con cautele particolari su “come” vivere situazioni ad alta concentrazioen di persone) ma che, nei suoi effetti più pratici, sta facendo cancellare e spostare tantissimi eventi, e la ricaduta economica è facilmente immaginabile. I gestori e i titolari dei locali hanno prontamente allestito un tavolo di discussione, via Facebook, chiamando in causa il sindaco Beppe Sala (che intanto ha preparato un efficace video a uso e consumo social, con consueto hashtag di sorta, ottimo spot per la città e per il suo spirito pragmatico) e cercando di capire come è possibile trovare un equilibrio tra necessarie restrizioni e chiusure e contenimento dei danni economici.

 

Perché una cosa che spesso tendiamo a dimenticare, quando viviamo il party o il concerto, è che dietro il palco, le luci, gli abbracci e il momento (nostro) di svago, ci sono persone che lavorano, ci sono fornitori, dipendenti, tasse, bollette da pagare, e sono economie che vivono sul sottile filo di una o due aperture settimanali (per i club) o del margine di guadagno su bar e biglietti (concerti e serate one shot). Chiudere per una settimana può essere un danno, chiudere per due può iniziare a diventare una preoccupazione seria, senza paracadute economici adeguati, che sia la scorta di utile messa via dal locale o una misura decisa in sede pubblica per risarcire o compensare i mancati guadagni. Una situazione complicata, che si evolve di ora in ora, e che abbiamo voluto indagare proprio con alcuni tra i più noti gestori, organizzatori, titolari e organizzatori di eventi di Milano.

“Al momento non è chiaro quando potremo riprendere ad operare. Temiamo che l’ordinanza della regione Lombardia possa essere prorogata un’altra settimana e, insieme allo spostamento del Salone del Mobile, potrebbe essere un colpo mortale per il mondo della cultura e degli eventi già in ginocchio” dicono Marco Greco e Albert Hofer, titolari di Le Cannibale, organizzazione di eventi tra le iù note e attive in città. Fa eco Tiberio Carcano, che gestisce Rollover Milano  e Apollo Club: “al momento sappiamo che l’ ordinanza di chiusura durerà fino al 1 Marzo ma non escludiamo che in questi giorni possano prolungare i giorni di chiusura. Credo che venerdì sapremo le prossime evoluzioni“. Rocco ‘Rocoe’ Civitelli organizza invece il party Body Heat in via Paolo Sarpi, il cuore della Chinatown milanese, la zona più colpita dal fuggi-fuggi generale e dai timori della popolazione. “Personalmente non ho contatti diretti con le istituzioni che si occupano della questione, mi pare che sia tutto in continuo movimento e non ci siano certezze su durata e natura dell’ ordinanza”, ci dice.

 

Se da un lato la misura è certamente una cautela necessaria vista la situazione generata dalla diffusione del Coronavirus, dall’altro, per un tipo di esercizio che vive sul margine di due serate (in media) alla settimana, il danno economico è notevole. E si cercano soluzioni che possano limitare le perdite e allo stesso tempo non mettere a rischio la salute delle persone. Interviene Riccardo Lai, player importante del settore con Amnesia Milano e Social Music City, venue che muovono notevoli quantità di persone. “Il danno economico è estremamente pesante, ma sono in accordo con le misure di sicurezza attuate. Non sono d’accordo per il metodo, avrei chiuso tutti i luoghi di aggregazione, per evitare eventuali ulteriori settimane di chiusura. Non vedo soluzioni, spero che le persone siano in grado di riprendersi in fretta da questa situazione totalmente fuori controllo”. Della stessa opinione Tiberio Carcano: “il danno è notevole ed è maggiore proprio in proporzione alle capienza dei locali. I locali più grandi soffrono tanto proprio in ragione dei costi fissi più alti e della programmazione che viene fatta. Non è facile ottenere rimborsi da artisti internazionali e molto spesso i voli e gli spostamenti sono già acquistati da mesi e non rimborsabili. A mio avviso l’unica soluzione è che le istituzioni si facciano carico di intervenire economicamente per sanare queste situazioni”. Lorenzo Rubino è parte della direzione artistica del Circolo Magnolia, club che ospita concerti e dj set, ed è il responsabile della comunciazione del cpub. Afferma che “la programmazione del Magnolia ha una media di tre o quattro aperture a settimana, ma ovviamente il fine settimana è il nostro core business, cosa che credo valga per molti dei club a cui siamo vicini. Per un’attività che, come la nostra, vive di pubblico e di introiti da esso derivati, la limitazione delle perdite, si limita alla semplice – per modo di dire – spending review. In questo momento stiamo cercando di arginare il tutto valutando la possibilità di una cassa integrazione, fino ad arrivare a quello che mai vorremmo attuare ovvero il licenziamento di parte del personale per far fronte alle contingenze”. Un punto di vista complementare a quello di Davide Volonté e Massimiliano Ruffolo, rispettivamente responsabile comunicazione. titolare del Rocket Milano: “come abbiamo scritto nella lettera aperta uscita in queste ore sui social (e firmata da più di cento realtà milanesi di cultura, somministrazione e spettacolo) non chiediamo la riapertura immediata, non abbiamo le competenze di quantificare la reale pericolosità di questa cosa. Siamo consapevoli della gravità della situazione. Chiediamo invece di attivare immediatamente ammortizzatori sociali e provvedimenti per azzerare gli adempimenti fiscali nell’immediato. Le nostre sono realtà che si basano sulla continuità di lavoro, quasi giorno per giorno. Le liquidità disponibili per “stare in trincea immobili” sono poche. Quindi, come in progetto per aziende e situazioni nella zona rossa, chiediamo un occhio vigile anche sulla nostra situazione in zona gialla”

 

Punti di vista assolutamente pertinenti. Volendo fare gli avvocati del diavolo, nei club si suda, ci si scambia drink, si è molto vicini, insomma non è una ambiente proprio asettico. Pensare di tenere aperti i club, al di là di un ragionevole pensiero al portafogli, non è un’idea egoista nell’ottica della salute pubblica? “Verissimo, e siamo d’accordo su questo. Siamo pienamente consapevoli di essere una potenziale fonte di diffusione (come lo sono mercati, negozi, ristoranti, centri commerciali che sono ancora aperti). Non vogliamo riaprire con il paraocchi, non chiediamo questo. Ma, come dicevamo, avere un supporto prima di tutto comunicativo (le notizie ci arrivano frammentate e confuse dopo i due fogli di ordinanza iniziali) e in secondo luogo economico. La notte, i club, i bar, i teatri, i concerti, i cinema creano lavoro oltre che cultura. Non vogliamo essere relegati a ruolo di mondo leggero e superficiale che puoi chiudere e riaprire quando vuoi senza prestare attenzione all’importantissimo peso economico che ha” continua il team del Rocket Milano. Sulla stessa unghezza d’onda Le Cannibale: “quello che chiediamo in maniera accorata è di considerare insieme all’urgenza sanitaria anche l’emergenza economica e sociale. Il nostro settore, che ha contribuito in maniera determinante a portare Milano a risplendere nel mondo, è messo in ginocchio dal divieto di operare, dalla paura insita nei nostri cittadini e dall’incertezza assoluta in cui siamo obbligati ad lavorare. Noi ci rimboccheremo le maniche, ma questa volta (e per la prima volta) siamo noi ad avere bisogno delle istituzioni, non viceversa”.

Tra i sacrosanti status di chi sostiene – più che giustamente – che perdere una o più settimane di lavoro rischia di compromettere della attività che hanno conti da pagare, dipendenti, fornitori e una serie di costi, ci chiediamo se davvero chiudendo una settimana o due per un’emergenza si rischia di fallire. Fermo restando la legittima preoccupazione, non è una lamentela eccessiva in questo senso? Non ci sono paracadute (privati e pubblici) per questo? Torna ad intervenire Riccardo Lai di Social Music City e Amnesia Milano: “non si rischia di fallire, ma ogni azienda ha una situazione differente a me sconosciuta. In ogni caso penso che sia un gravissimo danno economico che andrà avanti anche oltre questo “coprifuoco”. Sono molto spaventato per come la gente ha reagito, mi preoccupa il fatto che potrà non esserci una ripresa immediata. Questa è l’unica cosa che mi preoccupa davvero”. Più cauti e meno ottimisti Lorenzo Rubino e i soci del Circolo Magnolia: “parlando sempre a nome esclusivamente nostro, sette o quattordici giorni di chiusura di un’attività, su trenta, sono un problema a livello assoluto. Qualsiasi sia il campo e il settore in cui si opera. Sappiamo che sembra banale, ma due settimane di stop significano due settimane in cui non si lavora, due settimane in cui non ci sono introiti ma in cui comunque rimangono vive delle spese, non è difficile immaginare come velocemente la questione possa diventare grave“. Ago della bilancia la risposta di Rocco ‘Rocoe’ Civitelli (Body Heat), che dice schiettamente “non posso certo parlare per tutti! Ogni club e organizzazione è strutturato in maniera differente, è composto da squadre differenti ed ha economie molto diverse. Non mi risulta ci siano paracaduti, ma ci tengo a fare presente un fatto: in questa vicenda del Coronavirus, ci stanno perdendo tutti. È un avvenimento che, specie in questa gestione che tende a drammatizzare tutto e dare priorità al panico, sta danneggiando l’ economia intera; trovo molto autoreferenziale ed egoistico pensare che l’intrattenimento sia l’unico ambito a patire. Ho visto i ristoranti e, per quanto autorizzati a  lavorare, erano semi-vuoti (almeno fino a ieri sera); gli albergatori lamentano disdette delle prenotazioni… e così via. Ho letto tanti appelli e richieste di indennizzi da parte di categorie diverse dalla nostra e posso garantire che sembravano tutti molto sensati”.

 


La situazione è sempre molto provvisoria e in trasformazione.
Se da un lato Milano sembra in qualche modo pronta a rimettersi in carreggiata al 100%, i timori e le cautele restano. Dai grandi eventi ai club di medio-piccole dimensioni, tutti nutrono legittime preoccupazioni sui prossimi mesi, per le ripercussioni di queste chiusure. La cultura e l’intrattenimento non hanno la priorità della sanità e della tutela della salute dei cittadini, in questo momento, è cosa certa e ragionevole. Tuttavia, il sistema dei club e degli eventi è molto sviluppato e ha un suo peso, in termini di lavoro, di economia, di occupazione. E anche di svago, nel senso che proprio nei momenti più drammatici serve forse esorcizzare le paure liberando la testa. Oltre al momento contingente, staremo a vedere come questa inedita emergenza si ripercuoterà sul futuro: sui rapporti tra sistema-clubbing e istituzioni (argomento molto importante); sul trend generale, che è in positivo da quasi un decennio; sull’immagine di Milano come città leader del Paese, anche nel nostro mondo.

 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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