Martedì 07 Luglio 2020
Costume e Società

Cosa balleremo quest’estate? E dove?

Riapre tutto: aziende, ristoranti, bar. Le manifestazioni portano in piazza decine di migliaia di persone. Ma club e festival restano fermi

In questi primi mesi del 2020 abbiamo avuto tutti la testa molto occupata da una pandemia che ha praticamente bloccato il pianeta. Un virus che ci ha costretto a rallentare, a fermarci, a fare i conti con una serie di aspetti della vita sociale contro cui mai avremo immaginato di sbattere. La maggior parte di noi è nata e cresciuta in una società senza guerre, senza povertà vera, senza problemi di prime necessità inevase. In sintesi, siamo sempre stati bene, chi più chi meno. E col tempo, abbiamo seriamente pensato di essere una società invincibile. Con dei ritmi e delle esigenze imprescindibili. Invece, il Covid-19 ha bloccato tutto e ci ha messo nelle condizioni di rivedere diversi aspetti di ciò che facciamo e delle dinamiche che fanno girare le nostre vite. A maggior ragione, quando parliamo di musica. Il bilancio è drammatico: l’estate è alle porte e ancora non sappiamo se e dove sarà possibile andare a ballare. E soprattutto, manca la musica.

Il 2020 era inizato molto bene, con diversi successi e un curioso fermento verso la musica dance, dopo qualche stagione di risacca. Gli anni ’10 sono appena finiti, ci siamo lasciati alle spalle – da qualche stagione ormai – le fortune dell’EDM, che, con buona pace di chi l’ha sempre detestata, ha messo il turbo a tutta la club culture. E anche trap, dancehall e reggaeton nel 2019 hanno iniziato ad avere il fiato corto. Con l’inizio del nuovo decennio, la cassa in quattro stava tornando, ancora una volta, prepotentemente al centro della scena: basti pensare a hit come ‘Boogieman’ di Ghali e Salmo, a ‘Bando’ di Anna, e ovviamente alle tante club-hit internazionali che partendo da un sottosuolo techno e house, stavano cominicaindo a girare per bene anche in circuiti più mainstream. Un po’ come è successo a tante tracce delle ultime due stagioni (basti citare ‘Losing It’ di Fisher, per dare un’idea). Ma poi è arrivato il virus, e quindi il lockdown, e quindi i club chiusi, i festival annullati, e un generale “ci vediamo nel 2021” che ha distrutto le aspettative e i progetti di molti artisti e discografici, scatenando anche un certo panico tra dj, manager, agenzie di booking e promoter.

Se marzo e aprile sono stati i mesi della preoccupazione e delle previsioni più nere, nelle ultime settimane abbiamo tutti rialzato la testa, perché davanti a noi uno scenario e delle previsioni più ottimistiche, e la voglia di tornare a vederci, a frequentarci, a stare bene nei locali e nei festival si fa più forte. D’altronde sta arrivando l’estate, e la bella stagione chiama la voglia di ballare. È un assioma. Ma proprio qui sorge la grande domanda: cosa balleremo quest’estate? Perché è abbastanza chiaro che dopo i primi mesi dell’anno, non ci sono più state hit. Avete notato? Non è uscito nulla di così potente da poter mettere in piedi un trend per l’estate. Non ci sono hit da club e anche il numero di produzioni di genere è drasticamente calato. All’inizio del lockdown abbiamo sentito molti producer affermare “con i club chiusi, avremo tanto tempo per fare musica nuova”. Solo che questa musica non è quasi mai dedicata ai dj e clubber. Probabilmente, perché a stare lontani dai club passa anche l’ispirazione per quel genere di produzioni. La musica dance deve rispettare un requisito fondamentale: dev’essere funzionale, deve far ballare. E se i dj e i producer non hanno il dialogo costante con chi li va a sentire, quel tipo di energia, anche in studio, viene meno. Avere i club chiusi per tre mesi non è certo stimolante in questo senso. La dance è un linguaggio in costante e rapida trasformazione; i mesi della pandemia hanno tirato un pesante freno a meno a questa corsa.

Ma c’è un altro, enorme, problema a complicare ulteriormente un anno che sarà difficile dimenticare: anche ammesso che nel giro di poche settimane escano una serie di pezzi stratosferici, non sappiamo come e dove sarà possibile ascoltarli. I festival sono tutti cancellati; i club non hanno ancora delle certezze sulle riaperture. Solo l’idea di immaginarci in mezzo ai nostri amici, a centro pista, sotto cassa, a entusiasmarci quando entra un basso che fa saltare tutto e la cassa che fa ripartire un drop, ci commuove. L’idea di ascoltare, di guardare i nostri dj preferiti, di fare l’alba, di uscire dal locale con le orecchie ancora gonfie di musica, ci fa stare male. Eppure, ad oggi, a metà giugno 2020, il futuro prossimo di tutto questo mondo galleggia nell’incertezza, correndo il rischio, più forte di giorno in giorno, di affogare.

Se vogliamo guardare la realtà, è vietato riunirsi, ci sono disposizioni sanitarie e sociali precise che proibiscono l’apertura di locali come le discoteche, e impediscono lo svolgimento di eventi come i concerti e i festival. Però è possibile fare manifestazioni. Lo ha dimostrato la destra politica a Roma. Lo hanno dimostrato innumerevoli manifestazioni anti-razziste nel fine settimana. Lo dimostrano bar e locali di aggregazione dove le distanze sociali, com’è logico che succeda, saltano insieme alle mascherine. Eppure, i club no. I concerti no. I festival no. C’è qualcosa di profondamente ingiusto che sta diventando grottesco. Di più: surreale. Riapre tutto, si fa spalluce, si fa passare in cavalleria, si fa finta di niente anche di fronte a decine di migliaia di persone accalcate nelle piazze. Se ci pensate, è la cosa più vicina a una concerto o un festival che si possa immaginare. Ma loro sì. E noi, no. C’è qualcosa che non va.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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