Martedì 23 Luglio 2019
Costume e Società

Cosa siamo diventati?

I dj sono diventati superstar, e il nostro mondo si è trasformato rapidamente, diventando alla moda. Molto. Forse troppo. Ma ogni cambiamento ha in sè un aspetto positivo e uno negativo.

La foto in apertura mostra Diplo, che non ha certo bisogno di presentazioni, insieme a Tim Cook, l’amministratore delegato di Apple, la più importante azienda del mondo. I due sono al Coachella Festival, e l’immagine è emblematica per diverse ragioni.

Fino a pochi anni fa, sebbene la figura del dj avesse gradualmente guadagnato prestigio sociale, dignità professionale e innegabile fascino, sarebbe stato difficilissimo pensare al CEO di un’azienda nota a livello globale insieme a un mettitore di dischi, e per di più nel contesto di un festival musicale. Ma il mondo è cambiato rapidamente e queste tre realtà sono ormai molto vicine tra loro. Le grandi aziende, i marchi globali, sentono sempre più la necessità di personaggi famosi a cui accostare la propria immagine pubblica; i festival musicali sono diventati colossi economici a cui spesso partecipano, dal punto di vista finanziario, uomini potenti che decidono di investire in questo settore. E soprattutto, i dj sono diventati maledettamente cool. Sono cambiati, i dj. Diplo in questo senso è probabilmente l’esempio più netto. Da globe-trotter zaino in spalla, beatmaker underground che cercava sempre la novità più esotica, Wes Pentz ha conosciuto il successo mondiale come dj e come producer, fino a diventare un frontman che non sa resistere ad apparire nei video e, ultima incarnazione, un influencer tutto dedito alla moda e alle pose su Instagram, strumento con cui ha allargato i confini della propria popolarità molto al di là della scena musicale. A dare un rapido scroll al suo profilo, lo vediamo a torso nudo sulle rocce di qualche montagna, oppure griffatissimo nel backstage di una sfilata parigina, o ancora nel mezzo del party modaiolo o in un Paese remoto davanti a uno sfondo suggestivo. Di recente, subito dopo Coachella, lo abbiamo visto suonare country al festival Stage Coach (un festival country molto importante, organizzato nello stesso luogo di Coachella una settimana più tardi), con tanto di impeccabile costume da cowboy e una traccia pronta per l’occasione. Non se ne fa scappare una, Thomas Wesley Pentz. Non mancano neppure le foto e i video con i figli piccoli. E l’esempio vale per quasi tutti i grandi nomi del panorama internazionale, che, ciascuno a suo modo, mostrano un immaginario ritagliato su misura per sé. David Guetta è ormai di casa a Miami e sugli yacht di lusso in mezzo al jet set internazionale; Steve Aoki passa con disinvoltura da un aokijump alla pubblicità di qualche collaborazione con la moda o all’apertura della sua catena di pizzerie. Per non parlare delle onnipresenti Peggy Gou, Amelie Lens, The Black Madonna, sulle quali ormai si ironizza per la presenza, davvero ingombrante, su qualsiasi pagina web.


Dunque, cosa è diventato il mondo dei dj?
Bella domanda. È evidente che dagli anni ’80 ad oggi la figura del dj è esplosa nella cultura di massa in modo analogo a quanto era accaduto alle star del rock’n’roll tra la fine degli anni ’40 e i ’70, epoca in cui i grandi della musica vivevano di eccessi, con cachet stellari, aerei privati, ville di lusso e tutti i vizi del caso. Non è uno scandalo. I primi dj superstar, negli anni ’90, si erano visti catapultare molto al di fuori delle consolle, pensiamo a Paul Oakenfold, a Pete Tong, a Carl Cox, Frankie Knuckles, Fatboy Slim. Ma quello che è accaduto – rapidamente – negli ultimi sei, sette anni, è la trasformazione stessa del dj. Vediamo sempre più spesso personaggi che in tempi rapidissimi riescono ad arrivare molto in alto, agganciandosi in breve a management e agenzie potenti, in grado di piazzarli su stage importanti. E con un’adeguata strategia di comunicazione (social e dintorni) si diventa l’imbuto per sponsor e collaborazioni prestigiose e molto remunerative. C’è qualcosa di male in questo? Intrinsecamente, no. Se si ha successo, se si è riconosciuti come icone dal proprio pubblico e da una fetta ampia di persone, è normale e naturale che arrivino proposte commerciali e d’immagine. E visto che una carriera non dura per sempre, è sacrosanto potersi assicurare un sostanzioso conto in banca e appagare, perché no, l’ego.

Il problema è che parallelamente a questa trasformazione, ce n’è spesso anche una, innegabile e negativa, che riguarda il livello artistico generale. Perché se un dj deve suonare cinque date a settimana, e in teoria preparare dei set curati e quindi ascoltare un mare di musica, e poi occuparsi anche di pubblicità, foto e video shooting, contratti, riunioni, e trovare il tempo di spostarsi da una città all’altra e magari anche dormire qualche ora, è inevitabile che la qualità del lavoro ne risenta. Diplo ha pubblicato negli ultimi mesi un EP house, i pezzi firmati Silk City insieme a Mark Ronson, l’album del progetto LSD, delle release a nome Major Lazer, e molto altro è già in cantiere. Tante hit (più o meno), nulla di indimenticabile. Guetta ha dovuto re-inventarsi con il progetto tech-house Jack Back per tornare a divertirsi senza passare più tempo in riunioni con i manager che in consolle. Peggy Gou ha lanciato la sua linea di moda e buona parte del suo tempo è occupato nella cura del profilo Instagram. Va bene così? Al pubblico piace, tutti siamo avidi di novità, di click, di immagine, di forma più che di contenuto. Così gira il mondo in questi anni. Eppure si sta perdendo quell’amore sano e appassionato per ciò che il clubbing e i dj rappresentavano: l’essere “anti”, l’essere diversi per definizione, l’essere quelli che scoprivano dischi pazzeschi e introvabili e li proponevano al pubblico come alternativa al suono delle masse. Se invece oggi i dj sono quelli che producono e suonano la musica delle masse, in set che spesso sono delle fotocopie per mesi e per masse che sono più impegnate a filmarsi con il dj alle spalle che ad ascoltare la musica, qual è il senso?


Su DJ Mag UK è apparso qualche giorno un articolo provocatorio in cui ci si chiedeva se non è ora di mettere un divieto sull’uso dei telefoni nei club.
Una discussione che negli anni si è accesa diverse volte. Sarà difficile che si arrivi a tanto, ma è pur vero che nei club in cui questo divieto esiste, ci si concentra molto di più su quella sana e liberatoria esperienza che è la condivisione di un momento umanamente molto bello e quasi trascendentale, quello della danza e di una musica da fruire collettivamente. Non si torna indietro, non è sbagliato essere diventati pop, è molto bello che da nicchia di serie B i dj e la club culture siano diventati dominanti nel sistema musicale mondiale. Ma bisogna pure pensare a quando questa sbornia passerà, bisogna volare senza perdere i valori che tengono i piedi ancorati a terra. A dirla tutta, la stessa cosa vale per il pubblico, per tutti noi utenti comuni che ci lasciamo prendere la mano dal selfie e dall’hashtag facile, trasformando le nostre abitudini e contribuendo a creare quel circolo vizioso che poi, in qualche modo, costringe tutti, noi e le star, a giocare questo campionato, volenti o nolenti.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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