• SABATO 21 MAGGIO 2022
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La Prima Festa dell’Amore di Cosmo e l’evoluzione dei live

Tre giorni di concerti, live e dj set. Tanti ospiti. Tantissimo pubblico. La tre giorni bolognese di Cosmo è stata un successo, ma soprattutto una nuova idea di concerto e live show che getta le basi per un futuro diverso e creativo

Una giornata speciale che poi sono diventate tre, che poi sono diventate qualcosa che in qualche modo richiama l’idea di un festival. Anche se con modalità leggermente diverse, anche se l’headliner è uno, sempre lo stesso. Ma di fatto, La Prima Festa dell’Amore, il live bolognese di Cosmo annunciato per lo scorso ottobre e poi slittato allo scorso weekend pasquale, per ovvie ragioni sanitarie, è stato un evento che si può ricondurre a certe tipiche dinamiche di festival, da un lato, e dall’altro a qualcosa di nuovo, che sta prendendo piede in Italia come fuori, e che sta delineandosi come un’evoluzione interessante e futuribile di fruire concerti e, appunto, festival.

Ma partiamo dalle formalità. Com’è andata la tre giorni “cosmica” all’Arena Joe Strummer di Bologna? Bene, benissimo. Due sold out e un quasi. E un pubblico appassionatissimo che ha seguito con amore e calore il cantante e performer (termine irritante che significa tutto e niente ma che proprio per questo è adatto a descrivere quello che fa uno come Cosmo sul palco, tra voce, synth, strumenti elettronici vari) eporediese, fin dagli act pomeridiani, e anche durante gli after show all’Estragon, proprio lì a cento metri dal tendone che ospitava i concerti: Whitemary, Tamburi Neri, Dame Area, Lu-Wei, Luca Clandestina, Steve Pepe, Cobra, Tropicantesimo, Kreggo, Splendore, e poi Foresta e Hugo Sanchez sempre presenti. Già, il tendone: ecco l’idea. Invece dei canonici show nei palasport o nei grossi club (perché questa è la misura di un tour di Cosmo nel 2022) il cantante e la sua squadra hanno avuto la brillante idea di allestire uno spazio ad hoc, un “non-luogo” plasmato a immagine (anzi, a immaginario) e somiglianza del Cosmo-verso. Un tendone da circo, quindi, fortemente significativo rispetto alla giocosità che Cosmo ha negli anni sempre più messo a fuoco nella propria visione poetica ed estetica sia su disco ma soprattutto dal vivo. E con un allestimento scenico di forte impatto: una scenografia “vegetale”, con una sorta di foresta sul palco tra piante e rampicanti sulle casse, e poi una grande mirrorball e il cielo stellato con le fasi lunari proiettato sul soffitto del tendone.

Per quanto riguarda gli show, è quasi inutile ribadire quanto Cosmo sia oggi uno degli artisti maggiormente in forma sullo scenario italiano, uno che per idee e qualità della proposta se la gioca serenamente con quelli bravi a livello internazionale. I brani sono costantemente reinventati e riarrangiati per sorprendere e per non essere mai uguali a se stessi, e per creare quel flow perfetto tra momenti alti, intensi, e altri più rilassati e di recupero. Ne avevamo già parlato in occasione del concerto del Forum del 2019, e del suo show all’Alcatraz di novembre 2021. La formula funziona ed è perfetta così, con Hugo Sanchez e Foresta ad accompagnarlo e con qualche ospite che fa parte e non parte dell’assetto fisso della band (che poi è anche il bello di concerti così “aperti” sotto ogni punto di vista). Si balla, tanto, tantissimo; si aspettano quelli che già sono dei classici generazionali, da cantare in coro; si resta sorpresi per certe variazioni e riarrangiamenti. Fin qui, la cosa davvero importante è sottolineare come questo artista abbia davvero colto lo spirito del nostro tempo, diventando in pochi anni un big della musica (parlano i numeri ma anche l’entusiasmo del suo pubblico) perfettamente spendibile in contesti nazional-popolari come in quelli alternativi come in quelli più arty. Un equilibrio raro da trovare, e prezioso.

 

Ma c’è dell’altro. C’è l’idea “matta” del tendone che non è solo esigenza di trovare uno spazio che non fosse un palasport ma nemmeno un club – perché il tendone è chiuso ma è aperto, e in tempi di restrizioni sempre dietro l’angolo ma anche di timori diffusi tra il pubblico questa non è una considerazione secondaria -, ma è anche e soprattutto un mezzo per arrivare a una concezione nuova di concerto, di raduno, di happening, la placenta che può ospitare davvero un mondo nuovo, che ha preso vita per tre giorni ed è un universo sospeso in cui si fa concreta la possibilità di gestire tempi, spazi, e messa in scena in una maniera unica, personalissima. Senza il contenitore obbligato del club e del palazzetto, con la sua confgurazione architettonica e di conseguenza anche psicologica, sociale, nonché, appunto, di concezione dello spazio e dei tempi artistici. Una dichiarazione forte: ci prendiamo uno spazio tutto nostro per realizzare davvero la nostra idea di concerto, al 100%. È l’inizio di qualcosa.

Perché se ci pensate, Cosmo non è il primo: abbiamo gli esempi di Pharrell Williams con il suo Something In The Water a Virginia Beach (purtroppo messo in stand by dal Covid e poi dalle controversie tra l’artista e l’amministrazione locale dopo l’uccisione del cugino di Williams da parte di un poliziotto), evento in cui Pharrell ha curato line up e direzione artistica oltre che il suo concerto; di Astroworld a Houston, in Texas, curato da Travis Scott (purtroppo segnato da una grave tragedia nella sua ultima edizione); in Italia, di Jova Beach Party, che ha preso spazi non convenzionali come le spiagge; di Terrfaforma, The Island, La Prima Estate, di Lost, dell’ultimo Jazz:Re:Found, di tanti festival che proprio quest’anno saranno ancora più orientati verso un’esperienza che non si limita a un palco con un pubblico davanti. Ma che, al contrario, cercano un coinvolgimento maggiore, totalizzante, che parte dall’idea e dalla concezione alla base dell’evento. E così è stato per Cosmo, con la differenza che, analogamente a Pharrell o Jovanotti, è un singolo artista a dare vita a un “suo” mondo, certo collettivo, certo condiviso con altre personalità sul palco, ma comunque forte di un manifesto personale che non può far altro che rafforzare la poetica dell’artista.

Che sia questo il futuro? Siamo arrivati all’inizio del 2020 pieni di certezze e di routine che bene o male scorrevano sul loro binario. Poi qualcosa ha tirato bruscamente il freno a mano. Così, la ripartenza è stata attesa a lungo, e in molti nel nostro settore hanno avuto modo di riflettere e re-inventare o re-immaginare tanto. Ecco, l’idea che i concerti in futuro usciranno sempre più spesso dalle dinamiche a cui ci eravamao abituati, è entusiasmante. È una novità. È un’evoluzione. È un modo per dare spazio alla creatività, per far lavorare tante persone, per stupire e farci emozionare. E in fondo, questo è ciò che deve fare la musica.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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