Domenica 27 Settembre 2020
Interviste

Tech in the studio with: Cube Guys, le feste saranno a caratteri cubitali

Freschi dei remix per Basement Jaxx e Todd Terry, Roberto Intrallazzi e Luca Provera non si fanno fermare nemmeno dalla pandemia. E da una Bergamo provata lanciano segnali di speranza per il settore

Sono due, sono portatori sani di buonumore e di musica da festa. La forza dirompente della loro musica li ha resi celebri ovunque. Le performance dietro le consolle dei miglior club del pianeta non sono altro che la conferma delle capacità artistiche e produttive della coppia, vergata a caratteri cubitali: The Cube Guys. Un progetto discografico nato nel 2005 dalla collaborazione dei dj e produttori Roberto Intrallazzi e Luca Provera, che è sempre stato caratterizzato da sound allegro, vivace, latino e a tratti progressivo, tribal, tech e vocal.

Sempre in evidente e continua evoluzione e sempre più internazionale, la coppia ha fatto passi da gigante nella discografia. Certo, Intrallazzi è stato un re incontrastato degli anni Novanta con la band F.P.I. Project ma poi ha smarrito un po’ per strada i compagni delle scorribande passate Fratty e Presti. Si è rifatto negli ultimi 15 anni grazie al sodalizio con Provera. Sono nati così, d’istinto, questi Masters At Work in salsa tricolore che col trascorrere degli anni si sono avvicinati sempre più all’elettronica e ai maggiori club della Terra. E Intrallazzi si racconta.

 

I dj set dai balconi sono ormai un ricordo. Ma quali possono essere le nuove cassa di risonanza della musica, soprattutto house?
Qualsiasi tipo di spettacolo è gioia e festa, proprio come ora che i fatti reali minacciano il sorriso di tutti. Noi non ci siamo mai esibiti né da un balcone né con una storia su alcun social perché nel momento più importante è difficile fare queste cose, strideva con quello che a 200 metri di distanza succedeva nella nostra città, Bergamo. Tutti e due abitiamo nella stessa via dove hanno transitato i tristi carri militari che tutto il mondo ha pianto. La house non ha bisogno della cassa di risonanza dei balconi ma del supporto della proposta all’interno dei futuri club. Spero che nel momento della rinascita l’amplificazione sia pilotata da operatori che in primo luogo scelgano persone che si sono sempre distinte per l’impegno e professionalità che hanno dato in questo genere ed in questo lavoro. Lasciatecelo dire, speriamo che la rivincita sia subordinata anche dalla scelta del talento tutto italiano, visto che da esterofili abbiamo sempre prediletto il dj produttore del giardino accanto, specialmente europeo.

Dal 9 marzo scorso avete chiuso i CUBE Studios. Poi cosa è successo?
Da subito abbiamo acceso in nostri portatili e portato avanti il lavoro della label dalle nostre abitazioni private, interagendo con l’ausilio di un potente cloud. Perciò, ogni sessione è ben visibile e aggiornata a casa di ognuno. Abbiamo potuto terminare e consegnare un importante remix per l’Atlantic Records di New York e ultimare le produzioni che usciranno a breve su Cube Recordings. Io ho lasciato una bottiglia di un buon vino sotto casa di Luca. Brindare alla vita è importante.

 

Come è nata l’idea della produzione dei remix di Basement Jaxx e Todd Terry?
L’anno scorso, durante la WMC19, proprio a Miami, ci contattò il manager dei Basement Jaxx; ci invitò a remixare qualche brano del loro catalogo. Subito pensammo a ‘Red Alert’ per quello che aveva significato per noi come dj da club. Luca propose al manager di pubblicare il remix sulla nostra label, accettarono subito, entusiasti di uscire su una delle dieci etichette house più considerate nell’attuale mercato internazionale. Nel caso di Todd Terry, stavamo lavorando ad un brano house strumentale a cui abbinammo la voce di Gipsyman da cui emerse subito il potenziale. All’ADE 2019 incontrammo Terry che, dopo averlo sentito, ci chiese espressamente di pubblicarlo su CUBE. Che dire? Per noi sono grandi soddisfazioni.

Come sono cambiati i ruoli di chi opera negli studi e nel flusso di lavorazione dei pezzi?
La tecnologia ci ha permesso di stare vicini pur essendo lontani, i ruoli non sono assolutamente cambiati, e la gestione della label avviene come sempre, selezionando, remixando, masterizzando e programmando la promozione con tanta determinazione e cura. Non abbiamo più una tabella lavorativa precisa, non che ci sia mai stata ma prima (del lockdown) iniziavamo la mattina per terminare la sera verso cena, a parte il tempo dedicato alle performance e i relativi viaggi. In questo momento, lo smart working ci permette di lavorare quando si ha la voglia e ispirazione, senza mai togliersi dagli impegni calendarizzati, come per esempio le video chat con i nostri manager esteri.

 

La produzione quindi come viene organizzata, oggi?
Molto semplice, quando decidiamo che una cosa è pronta la scheduliamo 45 giorni prima dell’uscita per anticipare una serie di strategie promozionali che servono ad avere un minimo di preordini all’interno dei portali più importanti. Questo ci ha permesso di avere una buona considerazione professionale con gli A&R dei negozi virtuali. Ognuno di noi possiede più portatili. Il nostro software di riferimento è Logic, perciò con tutti i plug-in che esistono ora si può tranquillamente avere la copia precisa dello studio ufficiale in casa, se non meglio. L’unico problema sta negli ascolti: le nostre amate Adam ci mancano veramente tanto.

Pensando e sperando in un futuro roseo, cosa accadrà in piena fase 3?
Immaginiamo che tutto sia legato a quello che stiamo seminando e anche raccogliendo, senza scorciatoie. Noi abbiamo sempre pensato che solo lavorando e creando un suono e un brand personale saremmo stati riconoscibili anche in momenti meno fortunati, come quando la house music lottava con il genere EDM. Noi siamo stati sempre coerenti, tenendo i denti stretti. Facciamo lo stesso tutt’ora.

Ci sono tanti professionisti da cui traete spunti tecnici?
Se dobbiamo dirla tutta, più che la professionalità vera e propria, riteniamo che l’arma e la dote che in studio devono spiccare su tutto sia la creatività. E uno dei maestri in questo è Pharrel Williams. Un mito. In tutto.

 

Non è facile per gli artisti accettare di non potersi esibire e tenere in vita la propria azienda. Ci sono soluzioni?
I risultati che il live genera, come la promozione di brani che verranno pubblicati o la fidelizzazione e creazione di un proprio pubblico, sono tutto. La sopravvivenza viene sopratutto dal fatto che abbiamo sempre creduto nel nostro operato e su quello che potrà generare in futuro. Del resto, lavoriamo tutti i giorni per la label, pensiamo sia il nostro vero core business, grazie al quale oggi rimaniamo sul mercato e teniamo attiva sia la società e la credibilità artistica, che grazie al nostro impegno ricevono sempre più consensi. Insomma, ci abbiamo creduto veramente. In un futuro roseo auspichiamo si faccia riferimento a dati tangibili e non virtuali.

Qualsiasi strumento è utile allo stimolo creativo? Anche nelle nuove tecnologie ci sono aspetti interessanti da valutare?
Secondo noi in un prossimo futuro qualcosa sicuramente cambierà e se il talento sarà relegato solo a una libreria di suoni e loop, colpevoli anche di tante tracce anonime, lo scenario attuale vedrà mutare diverse dinamiche. Deve ritornare la musica negli studi: porte aperte a musicisti ed arrangiatori. La sperimentazione poi sarà sempre relegata a un mondo più underground, svincolato dai numeri e dalle vendite. Da lì, in futuro, nasceranno delle idee che potenzialmente potranno diventare mainstream, sia come generi che come suoni. Per quanto riguarda la house, sarà sempre il genere del dj professionista che si ispira ai grandi del passato, quelli che hanno fissato le linee guida di una professione che non esisteva. Il dj che di giorno produce e di notte si esibisce, quello: il dj che sognava di suonare con una band dal vivo ma non ne aveva le qualità tecniche assolute per farlo.

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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