Domenica 15 Dicembre 2019
Costume e Società

La dance non è più la rivoluzione. Facciamocene una ragione

La dance e la club culture hanno ormai 40 anni di storia, e tutto si è trasformato. Ma nell'era dei super dj si sta meglio o si sta peggio?

Everybody wants to be a dj. Tutti vogliono essere dj. Fare il dj. Moltissimi vogliono i benefit del dj. I cachet stellari, i milioni, i jet privati, i party esclusivi, i driver con la macchina di lusso all’aeroporto e in hotel, i backstage, essere l’oggetto del desiderio di molte persone. Gli anni ’10 sono stati il decennio che ha stravolto la concezione stessa della parola “dj”. La sua figura, la sua importanza, il suo ruolo. Il dj, oggi più che mai, è una rockstar. E questa trasformazione è avvenuta in tempi relativamente brevi, perché se è vero che anche in passato c’erano alcune star che incassavano moltissimo e avevano fan e trattamenti esagerati, si trattava di una cerchia ristretta di fenomeni che andavano ben oltre la media. Ma oggi le cose stanno diversamente. Lo vediamo ogni giorno.

Un dj di cachet “medio”, diciamo qualche migliaio di euro in un forbice che va dalle poche centinaia di parecchi resident alle cifre a cinque zeri dei nomi più importanti, oggi ha intorno a sè un servizio e uno stile di vita dalle esteriorità ben marcate, alcune delle quali abbiamo elencate a inizio articolo. Spesso non sono nemmeno scelte degli artisti: management e team fanno a gara per dare ai propri assistiti l’immagine più patinata, i migliori comfort, fino al punto che tutto ha preso ormai una direzione grottesca sulla via del lusso. Una famosa frase attribuita a Joe T Vannelli, all’apice del suo successo, era più o meno questa: “se arrivi con una macchina che vale meno del cachet che chiedi, probabilmente ripensano alla cifra da darti a fine serata”. Non siamo sicuri che la frase fosse proprio così, e che Joe sia effettivamente il padre di questa massima, perché il passaparola trasfigura tutto verso il mito. Ma il concetto resta valido, specialmente nella testa dei manager, dei tour manager e di chi si occupa del booking dei dj.

Oggi, all’alba degli anni ’20, i dj hanno un’immagine pubblica molto più articolata di quanto non fosse una ventina d’anni fa. Un dj è davanti al pubblico quando è in consolle, da quando arriva al club e viene visto scendere dall’auto nera del driver. Ma anche prima e dopo: in hotel, in aeroporto, in studio, perchè tutte queste attività vengono pubblicate sui social, che sono a loro volta il megafono e lo specchio di ciò che il dj intende comunicare al suo pubblico. E qui si innesca la gara a chi ce l’ha più lungo. Quest’epoca ci vuole tutti fighi, apparentemente ricchi, capaci di vacanze da sogno, cene in ristoranti prestigiosi, amanti dell’alta moda, e questo processo non può che accelerare quando si innesca su chi ha un’immagine pubblica. I social sono lo specchio della vanità, e per mantenerla, questa vanità, occorre alimentarla. È ormai sotto gli occhi di tutti.

Ma siamo sicuri che tutto questo abbia fatto bene alla scena? Ed esiste ancora una “scena”, considerando quanto si è allargata la musica elettronica e quante derive abbia preso la professione del dj? Belle domande. D’istinto, viene da rispondere che tutto questo ha rovinato uno spirito originario fatto di passione purissima per la musica, nell’epoca mitologica in cui il dj era quell’appassionato che faceva un mestiere ritenuto dai più la versione sfigata del musicista, “uno che mette i dischi degli altri, mica suona”, nei casi migliori uno che faceva qualcosa di intrigante ma misterioso. Ai tempi, negli anni ’70 e ’80, i dj erano figure timide, con la testa sul mixer e con poca voglia di stare sotto i riflettori – mica tutti, eh, ma in molti casi le cose stavano così. Negli anni ’90 la ruota ha cominciato a girare, ma anche dopo il 2000 i dj, per quanto ormai supercool, difficilmente potevano fare richieste da rockstar. C’erano grandi e pesanti borse di vinili, c’erano campionatori e drum machine per i live, raramente un amico assistente che guidava la macchina e aiutava con i borsoni. Eppure, proprio come nel rock, e poi nel rap, ecco che le trasformazioni e la progressiva importanza di serate, club, festival, ed economia intorno ai dj, ha portato allo stato attuale delle cose. Il lusso, le richieste, i capricci, le regole, i paletti, le esclusive e i soldi. Una storia che abbiamo già visto, niente di nuovo. Tutta quella sana e pura passione a puttane (spesso, letteralmemte). D’altro canto, è facile sostenere la tesi opposta: si sta meglio oggi, non c’è dubbio. Maggiore professionalità nel settore, maggiori opportunità, strutture, voce in capitolo sulle richieste e sui contratti. Oggi il dj è uno che mediamente se la passa meglio di trent’anni fa, per come girava le cose. E se si ha l’abilità e la fortuna di arrivare ai piani medi, non solo a quelli alti, si può facilmente mettere da parte un discreto gruzzolo nel giro di pochi anni.

Allora qual è la verità? La verità è che vedere il bicchiere pieno o vuoto, senza il mezzo, è la prospettiva sbagliata da cui guardare. Bisogna pensare invece da un punto di vista storico. La house, la techno, la dance in generale ha ormai trentacinque anni di storia. I primi dj “famosi” risalgono addirittura degli anni ’70. Quindi, se facciamo un paragone con gli altri grandi fenomeni musicali diventati cultura e costume nel Novecento, il rock, il rap, il jazz, vediamo semplicemente la stessa evoluzione. Si comincia per passione del nuovo, in modo pionieristico. Poi la rivoluzione ha successo e diventa establishment. È normale: tutti vogliamo vivere con ciò che ci rende felici, e se ci offrono condizioni di vita migliori, economicamente e non solo, per fare ciò che amiamo, difficilmente ci tereremmo indietro. Il problema che spesso non vediamo è che ormai anche la nostra rivoluzione, quella dei dj e della musica dance, ha quasi qurant’anni. È alla terza generazione. Non è più una novità. Prendiamone atto: la dance è vecchia, è storia, ha una storia, ha un sedimento. La house e la techno sono nate a metà anni ’80. Non possiamo pensare che restino fresche e rivoluzionarie per sempre. Non possiamo pensare che i dj siano ancora gli anti-sistema. Oggi, sono, siamo il sistema. Prenderne coscienza significa capire l’universo dentro cui ci stiamo muovendo, e capire da che parte si vuole stare. Il guaio non è aver perso la carica rivoluzionaria che inevitabilmente non c’è più. È semmai quello di diventare noiosi. Mi viene da sorridere quando si accusano i trapper di essere vuoti, di dire cose volgari, scorrette, fuori luogo. È quella la forza di chi è giovane e cambia le regole, al di sopra del bene e del male, in una sospensione del giudizio. I genitori che puntano il dito contro i figli che amano la trap sono gli stessi che amavano i rocker trent’anni prima, proprio perché dicevano cose volgari, scorrette, fuori luogo. Poi il rock è cresciuto, i rocker si sono sistemati, sono invecchiati, e così i fan. E tutto è diventato smussato, attento a non essere scomodo. Ed è proprio allora che è diventato noioso. 

Oggi viviamo un periodo di risacca nella dance, non ci sono grandi novità e suoni eclatanti all’orizzonte. E a ogni parte la voce dei “conservatori” che iniziano a raccontare di quando c’erano loro (ah, signora mia, che bei tempi, era tutta campgna, ehm, tutto vinile!) si fa sentire. Eppure, c’è così tanto lì fuori che avanza, è un errore arroccarsi su posizioni consolidate tagliando fuori tutto o quasi. Non staremo diventando noiosi?

 

 

 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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