Venerdì 23 Ottobre 2020
Interviste

Dardust, il tempo di cambiare partendo da Sanremo

Neoclassico ed elettronico, è il progetto musicale in grado di unire il mondo pianistico minimalista all'immaginario elettronico di matrice nord europea. Per arrivare a un solo fine: la hit
Foto: Emilio Tini
 
 
Lo sapranno, all’Istituto musicale Gaspare Spontini di Ascoli Piceno, che l’alunno Dario Faini è diventato prima Dardust e poi un’icona di quella musica che furoreggia nelle playlist di Spotify e fuoriesce nelle belle stagioni dai finestrini delle auto? Forse. Passare da pianista a producer specializzato in musica elettronica e infine in produttore seriale di successi non è impossibile. Ma non è nemmeno facile, soprattutto quando trascorri gli anni a realizzare tracce sofisticate, quasi sperimentali, diversamente avanguardiste, e poi viri, bruscamente, verso il pop, fai ciao con la manina all’underground ed entri a testa alta negli studi televisivi, nei teatri, prima a X-Factor e poi a Sanremo.
 
Se il tuo curriculum diventa una biografia non è poca cosa: o bari spudoratamente o dici la verità come Dardust e dai inizio al gioco degli elenchi. Sembra una lista in mano a un buttafuori di un club, invece la raffica di nomi vergati nei comunicati stampa di questo produttore in ascesa parla chiaro: Annalisa, Emma, Fedez, Levante, Francesca Michielin, Elisa, Elodie, Fabri Fibra, Mahmood, Jovanotti, Sfera Ebbasta e tantissimi altri, troppi da citare. Lasciata alle spalle l’esperienza ormai lontana con gli Elettrodust, Dario è inarrestabile, implacabile anche quando deve essere intervistato. Dopo la co-produzione con Charlie Charles di ‘Soldi’, che fece sbancare Mahmood al Festival lo scorso anno, a Sanremo 2020 Dardust è tornato con un trittico d’eccezione: Rancore (decimo con ‘Eden’, traccia dal beat incessante e maledettamente modern hip-hop), Eugenio In Via Di Gioia (‘Tsunami’, un groove elctro urban valso un Premio alla Critica) ed Elodie (settima con ‘Andromeda’, e brano dal gusto decisamente internazionale). E poi, c’è il suo album: ‘S.A.D Storm and Drugs’, lavoro completo, maturo e assolutamente rappresentativo del progetto dell’artista. Se volete andare a sentirlo dal vivo, le ultime tre date del tour sono state posticipate èer i problemi legati al Coronavirus di queste ore:
8 aprile – Hiroshima Mon Amour – Torino
9 aprile  – Magazzini Generali – Milano
15 aprile – Spazio Rossellini – Roma 
 

 

Domanda da un milione di dollari: come si fa una hit?
Quando produco un brano penso a essere libero, penso alle mie reference: in primis deve essere un suono contemporaneo. Il resto vien da sé. Il fatto inoltre della undergound che può diventare pop è un grande risultato.
 
E come ci si relaziona con essa? Un successo non è un brano qualunque: è un volano, una dinamo che rigenera tutto e tutti.
Io penso solo a sentirmi responsabile di quello che faccio. Le conseguenze sono importanti, certo: ma il mio intento è un altro, è cambiare i colori delle composizioni. Faccio questo mestiere per conoscere persone, artisti. Nel fare il mio meglio, con onestà e sincerità, la mia testa mi porta a volte di fare qualcosa di memorabile.
 
Come ti sei avvicinato alla musica elettronica?
Da giovane ascoltavo molto i Kraftewerk, i Depeche Mode, gli Underworld, i Chemical Brothers, poi mi sono comprato un computer e ho iniziato a fare cose mie.
 
 
Foto: Alessio Panichi
 
Nel tuo staff, chi si occupa delle melodie, chi dei minimi dettagli? In generale, chi fa cosa in una produzione firmata Dardust?
Non c’è una regola. Nasce tutto da un beat asciutto, da effetti, poi scrivo un basso. Si può arrivare ma anche partire da un riff. Fondamentale è avere un partner di produzione come Vanni Casagrande, questo devo dirlo. Ma l’ausilio di ghost producer o di personaggi a cui delegare o commissionare lavori, no, non lo voglio. Voglio le mie sfumature.
 
Ma fuori dallo studio ci sarà un faro da seguire in questa pazza pazza discografia odierna?
Sì e si chiama Klaus Bonoldi (capo A&R Universal Music Italia). Mi fido ciecamente di lui. E quando mi fido, poi arrivano i risultati. Mi dice ‘lavora con Mahmood’, e io lo faccio e ci sono i risultati aspettati; o mi dice ‘lavora con Rancore’, e anche qui ci sono soddisfazioni. Klaus è il mio editore.
 
Quale tecnica non hai mai cambiato, dai tuoi inizi legati alla produzione musicale?
Penso che il mio suono sia caratterizzato da riverberi controllati dal sidechain. È una cosa che mi porto dietro da anni. La mia passione mi porta a mantenere certe formule, a cui sì, sono affezionato.
 
Cosa pensi di tutti questi personaggi, per lo più appartenenti alla fascia pop, che da ormai anni vogliono farsi produrre dai dj?
Ne penso bene. Io sono della… scuola ‎Jon Hopkins, quindi non voglio perdere un certo tipo di immediatezza e di schiettezza nel suono. C’è bisogno di questo.
 

Come è stata l’esperienza a X Factor? Le tue musiche hanno accompagneranno un inedito opening con Alessandro Cattelan e Marco D’Amore.
Sicuramente sono tappe da fare. Portare un pezzo di rottura come ‘Sublime’ è stato bello. Io, in fondo, non ho mai pensato di mediare. Porto in giro sempre quello che mi va.
 
Come portare a Sanremo un beat ballabile o addirittura la cassa in quattro?
Quando produco un brano penso solo a essere libero, l’ho detto più volte. Un brano,prima di tutto, deve essere contemporaneo. Anche per Sanremo.
 
È da poco uscito il tuo nuovo album, ‘S.A.D. Storm and Drugs’. Te lo stai godendo o penso già al prossimo?
Porto avanti un certo tipo di pensiero, sull’elettronica, che mi esime dal seguire canoni. Dopo ‘S.A.D. Storm And Drugs’ vorrei innamorarmi di una nuova scena.
 
Come si chiama il tuo studio di registrazione?
DRD e ora è in piena fase di restyling. Per altre cose invece mi appoggio allo studio e alla figura di Tommaso Colliva.
 
A livello di immediatezza, ragioni da… dj in fase di produzione?
Mi piacciono Bonono, Nicolas Jaar, sono meno affascinato da dj mainstream come Garrix o Guetta. Quindi sono su quella lunghezza d’onda. Sto lavorando con Benny Benassi, poi, uno di ampie vedute. Mi piace molto la cassa in quattro, i drop anni Novanta. Il discorso iniziato recentemente da Ghali, Achille Lauro e Salmo mi sembra interessante. Abbiamo avuto gli anni Ottanta, che non moriranno mai. Ma è venuto il tempo di cambiare.
 
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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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