Giovedì 21 Novembre 2019
Clubbing

David Guetta ha messo in scena il meglio della dj culture mondiale

Il tour nelle arene della superstar francese è uno show di altissimo livello, dove si fondono passato, presente futuro della dance, tra suggestioni techno, grandi hit e una scenografia curatissima

foto Francesco Prandoni per gentile concessione di Vivo Concerti

Da bambino ero milanista, figlio di un milanista sfegatato, ed ero abituato bene: Sacchi e Capello, i tre olandesi, Savicevic, Baggio, Baresi e Maldini, scudetti e coppe a pioggia. Da ragazzino, mi innamorai della dance e anche lì ero abituato bene: tutte le radio passavano musica da club anche in fasce oggi impensabili, grazie al boom delle discoteche, del Deejay Time, delle compilation. Sognavo di mettere i dischi e di farlo davanti a folle oceaniche. Pensavo che i dj prima o poi sarebbero arrivati a suonare negli stadi, a fare concerti come quelli che all’epoca soltanto le rockstar riuscivano a sostenere. Il tempo ha scombussolato le carte in tavola e le mie certezze: la dance sembrava scomparsa dai radar, il Milan ha avuto alti e bassi (per pietà umana preferisco non battere oltre su questo tasto che oggi più che mai addolora molti). Ma i dj hanno saputo diventare le nuove rockstar. Da outsider, da figure ai margini della musica, sono diventati i personaggi più desiderati, le icone della nostra epoca. E hanno realizzato ciò che speravo: suonano negli stadi, nelle arene, nei palazzetti. In tutto questo passaggio David Guetta ha avuto un ruolo da protagonista, è uno che ci ha creduto con ogni goccia della sua energia. Da resident nei club di Parigi agli slot marginali a Ibiza, da protagonista dell’isola alla cime delle classifiche e oltre. David Guetta ha capito che poteva diventare una popstar, e l’idea gli è piaciuta.

foto Pippo Mantovani

Un lungo percorso che l’ha portato a traguardi come la serata alla Tour Eiffel o al tour nelle arene con cui sta girando in questi primi mesi del 2018. Naturalmente tutta questa popolarità non gli ha risparmiato critiche, anzi il tiro al bersaglio nei confronti di Guetta è fin troppo facile: non è più un vero dj, suona con il sync, anzi i set sono pre-mixati, ormai è pop, non c’entra niente con la vera essenza della club culture, ha portato tutto a un livello troppo diverso dalle origini. Detto da chi magari poi questa bandiera dell’integralismo la piega e mette nel cassetto davanti alla prima marchetta, ma questa non è la sede per le polemiche. Guetta non è uno stupido, e sa che con questo tour si gioca molto. A 50 anni e con una concorrenza più agguerrita che mai, imbarcarsi in un tour da frontman significa portare in giro una produzione live con i fiocchi, e dimostrare di essere ancora il capo in un gioco dove i boss cambiano con più rapidità che in Gomorra. Guetta non è uno stupido, e nel tour che sta toccando l’Europa, e che è sbarcato sabato 20 gennaio al Forum di Assago, Milano, ha messo in campo tutto se stesso. La produzione del palco è di altissimo livello, un’architettura ricca, con soluzioni video e di light design sfarzose ma in linea con ciò che ci si aspetta da un concerto pop declinato in chiave dance. Ci sono richiami a ciò che succede nei superclub, ci sono le fiammate e i coriandoli da festival, ma tutto in una cornice sobria nella sua opulenza, e decisamente calibrata sul set dell’artista e sulla sua centralità sul palco. Ecco, il set. Ora viene il bello.

foto Francesco Prandoni per gentile concessione di Vivo Concerti

Perchè al centro di tutto il buon David ha messo la musica. Ha capito che non poteva fare il compitino, non sarebbe più bastato il carico di drop e di remix dei suoi stessi pezzi, non sarebbe stato sufficiente portare in scena ciò che dal 2010 in poi, dai gloriosi giorni della Swedish House Mafia, tutti i dj pop-oriented hanno fatto. Guetta sa di avere un pedigree troppo importante e che questo tour deve rappresentarlo in tutto e per tutto. Passato, presente, futuro. Così se la prima parte è esattamente la festa colorata che ci si aspetta, la retorica dell’EDM nella sua declinazione più aggressiva di drop, suoni spigolosi, canzoni da cantare in coro, a un certo punto, piano piano, si scivola nella seconda parte dello show. “I want to take you back to the old school!” ci dice introducendo un remix di ‘Hey Boy Hey Girl’ dei Chemical Brothers, preludio di una sequenza progressive (nel senso anni ’90 del termine), poi techno, poi deephouse, in cui snocciola classici come ‘My Beat’ dei Blaze e hit alternative come ‘Cola’ di CamelPhat e Elderbrok, il tutto con un cambio di scenografia che trasforma il Forum (decisamente imbottito di pubblico) in un club da 10mila persone, che pare di stare a Berlino: via le luci, via gli effetti speciali. Si fa sul serio, si mixa davvero, come a sbattere in faccia ai critici dal sorrisetto facile che lui è e sarà sempre prima di tutto un dj, cuffie in testa e mani sul mixer. Con tanto di passaggio un filo fuori tempo a un certo punto. Tutto vero. Poi da Berlino voliamo in Olanda, ci spostiamo in zona trance per un po’. Quella bella, senza gli eccessi uplifting ma con le costruzioni lunghe e mentali. Una sequenza che culmina con ‘Opus’ di Eric Prydz, semplicemente il pezzo di musica elettronica più emozionante degli ultimi anni. Roba da pelle d’oca.

Da lì si emerge verso l’ultima parte dello show. Puro pop. ‘Imagine’ di John Lennon per commuoverci, una cover tamarra oltre il consentito di Bob Marley per farci cantare, i Daft Punk omaggiati con ‘One More Time’ nel giorno del compleanno di ‘Homework’. Le sue hit sparate ad altezza cuore nel finale. Ma quante na hai fatte, David? ‘Titanium’, ‘Love Is Gone’, ‘Sexy Bitch’, ‘When Love Takes Over’, ‘I Gotta Feeling’ dei Black Eyed Peas, che ha cambiato la storia della musica e che fa venire giù il palazzetto. La chiusura è una dedica al pubblico, una dichiarazione d’amore: “I can’t win, I can’t reign/I will never win this game/Without you, without you” risuona la voce di Usher ed è il finale perfetto di una serata perfetta. Nessuna sbavatura, nessun dubbio sulla meraviglia di uno show che riesce a coniugare con gioia e credibilità le parti migliori della dj culture dalle radici ai frutti più saporiti, qualunque sia il gusto che preferiamo. C’è spazio per un bis, una ciliegina sulla torta che per Guetta è lo sfizio di ricordare come tutto ebbe inizio: un remix di ‘Just A Little More Love’, la sua prima piccola hit degna di nota, scritta e prodotta nel lontanissimo 2001 con Joachim Garraud e cantata da Chris Willis. Un team indimenticabile. Una vita fa. Un’altra vita, un altro mondo, un’altra storia. Anzi, la stessa storia. Quella che racconteremo ai nostri figli e nipoti. Gli faremo ascoltare ‘Just A Little More Love’ e sarà come dire loro “c’era una volta…”. E sarà la nostra fiaba preferita, quella di un dj che ha portato ciò che amiamo in paradiso.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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