Domenica 19 Maggio 2019
Esclusiva

David Guetta, gli Eiffel 65, la nostalgia che ci uccide

 

Un fenomeno interessante che si è sviluppato negli ultimi anni è la sempre crescente tendenza dei producer dance a realizzare cover di vecchi successi dance. In realtà, i produttori di musica da club hanno da sempre sfruttato i grandi successi per farne non solo dei remix, ma spesso delle vere e proprie cover. Gli anni ’90, il periodo d’oro della dance made in Italy, erano zeppi di interpretazioni (spesso grossolane) dei grandi successi internazionali, organizzati come instant-hit per seguire la scia e raccogliere la “scarpetta” delle hit. Mi viene in mente DJ Miko sulle 4 Non-Blondes, o A.D.A.M. ft. Amy con la cover di ‘Zombie’. L’obiettivo era chiaro: portare sul dancefloor chi non era molto avvezzo al genere sfruttando l’affezione per i grandi successi radiofonici. Poi le strade del pop e della musica da club si sono separate per un po’, tralasciando chiaramente l’arte del remix che anzi ha avuto un ruolo crescente e sempre più importante nel mercato discografico. Negli ultimi cinque anni l’invasione EDM ha invece riportato il pop in modo massiccio sulla pista da ballo, ma ha soprattutto sortito l’effetto opposto: la dance ha tracimato i suoi confini diventando il paradigma della musica che ascoltiamo alla radio o in TV. The Black Eyed Peas, Coldplay, Jovanotti: tutti vogliono un produttore dance per dare un gusto contemporaneo ai loro brani. In ordine di tempo, l’ultimo è Drake, che ha pescato un meraviglioso brano house di qualche anno fa, ‘Superman’ di Black Coffee, prendendolo di peso per confezionare la sua ‘Get Together’. Ma la dance ha ormai una sua storia e una sua cultura ben sedimentate, a differenza dei ’90 in cui era tutto pionieristico e nuovo. Oggi i produttori dance, quando vogliono fare la furbata, non vanno soltanto a pescare il campione o la citazione giusta dal pop, non si devono attaccare a un carrozzone di successo. Possono sfruttare la storia stessa del genere, proponendo le cover di vecchi brani del passato. E’ ciò che ha fatto, per esempio, David Guetta con ‘Blue’ degli Eiffel 65 a Miami. L’aveva già fatto con ‘Better Off Alone’ di Alice Deejay, che era diventato ‘Play Hard’. E come nel suo caso, in tanti altri abbiamo assistito a questo dejà-vu (solo di ‘Show Me Love’ di Robin S abbiamo sentito decine di versioni).

 

 

La dance ha la sua storia

Il fenomeno è curioso proprio perché la dance, da sempre sinonimo di novità, di rottura di schemi, avamposto di ciò che per sua natura va al di fuori della tradizione, ha ormai una sua storia pluridecennale, e quindi non è così anomalo pensare che un artista oggi voglia omaggiare un vecchio successo da club o semplicemente farne una nuova versione. Chi mai si stupisce quando un cantante pop fa una cover di un vecchio pezzo? I Guns ‘n’ Roses hanno costruito una carriera da icone del rock anche su cover eccezionali, ad esempio. Invece abbiamo visto un buzz abbastanza critico intorno all’operazione di David Guetta. Maurizio Lobina, uno dei tre Eiffel 65 (ora in due, ma ai tempi di ‘Blue’ c’era anche Gabry Ponte) ha pubblicato un video in cui spiegava un po’ la sua visione della faccenda, anche per rispondere ai numerosi fans indignados che già volevano vedere il produttore francese impalato nella sala grande dello Studio Zeta, sacrificato sull’altare degli anni ’90 italo-dance, giustiziato per il suo irrispettoso e blasfemo gesto. Ne abbiamo parlato la settimana scorsa. La frase finale del video, “c’è molta differenza tra fare la storia e fare successo”, è stata da molti interpretata come un frecciata a Guetta, tanto da far scoppiare qualche polemica. Polemica che poi lo stesso Lobina ha sedato in diretta su Radio Deejay venerdì pomeriggio al telefono con Albertino in ‘Albertino Everyday’ (lo ascoltate QUI). Il produttore torinese ha poi ulteriormente spiegato con un nuovo video dalla sua pagina Facebook puntualizzando: “non sono così arrogante o così poco umile” da insinuare che Guetta non abbia fatto la storia, e specificando che la frase è rivolta a mo’ di consiglio a tutti i giovani aspiranti producer. Ma sui social la reazione di fronte alla cover di Guetta ha innescato un effetto molto triste.

 

 

La nostalgia sta uccidendo l’Italia

Gli scudi che si sono levati a difesa di ‘Blue’ e contro David Guetta (poco fa scherzavo sulla faccenda della giustizia sommaria allo Studio Zeta, che nemmeno esiste più) mi hanno messo tristezza perchè rappresentano il solito, vecchio “si stava meglio prima”. Il passato è rassicurante, è vero, e anch’io a diciotto anni mi ascoltavo ‘Blue’ a palla in discoteca cercando di limonare. Ma arrivare a dire male di Guetta per difendere il passato – perché di questo si tratta – è proprio il sintomo di una società che non sta bene. Ora, non so se Maurizio Lobina volesse davvero essere costruttivo con la sua frase ad effetto oppure cercasse di mettersi una medaglia al petto. Di sicuro ‘Blue’ ha fatto la storia. Di sicuro, come dice proprio Maury, Guetta ha fatto una decina di ‘Blue’ in vita sua. Ha cambiato il paradigma della dance. Eppure ho letto frasi come “vedremo se tra dieci anni balleremo ancora ‘When Love Takes Over’ o ‘Titanium'”. Che sono già dei grandi classici. Bisogna essere sordi e miopi per cercare sempre e comunque riparo nella belle epoque della dance italiana di vent’anni fa. Tuttal’più, è una logica che accetto da chi ai tempi era protagonista e oggi vive di ricordi, ma che i trentenni stiano lì con i gomiti sul davanzale della nostalgia, lo trovo un suicidio estetico. Un’eutanasia culturale. E’ vero, gli anni ’90 sono stati favolosi e irripetibili per chi lavorava in questo mondo. Ne parlavo giusto un paio di sere fa con il nostro direttore Marco Mazzi e con un discografico. Ma sono andati, finiti, il mondo oggi è completamente diverso e le sue dinamiche stravolte. Nella DJ Mag Top 100 Clubs di quest’anno c’è un solo locale italiano, il Guendalina. Siamo rimasti indietro, abbiamo una mentalità antica. E siamo qui a complimentarci per i nostri successi passati, mentre gli svedesi e gli olandesi macinano mercato e creatività. E’ lo specchio di una società che celebra il passato, sempre. La TV ripropone sketch degli anni ’60 o vecchi format ripescati come ‘Rischiatutto’ e ‘Ciao Darwin’; la radio è spesso congelata in palinsesti fissi da un decennio; la musica e il suo sistema ruotano intorno a meccanismi e glorificazioni stantie. Gli unici che riescono a fare cose nuove hanno buon gioco: i rapper, i producer di musica elettronica. Può non piacervi la trap, potrà starvi antipatica la sfacciata mentalità imprenditoriale dei rapper o la logica veloce del mondo della musica da club, ma nel nostro Paese molto vive di passato e per il passato, e trovo che se anche noi che ci occupiamo di musica iniziamo a cristallizzarci sulle cover dei vecchi successi, è davvero la fine.

 

 

La differenza tra mitologia e nostalgia

Il mio collega Federico Piccinini, mentre parlavamo di questo articolo che sto scrivendo, suggeriva che “anche nel cinema e in certe serie TV americane c’è questa tendenza a rifare cose del passato, mancano proprio le idee nella nostra epoca”. Vero. Infatti spesso lo penso anch’io, e mi sembrava un ottimo spunto a corredo di questo approfondimento. Ma in realtà le cose non stanno proprio così. I reboot nel cinema possono indicare semplicemente una scarsità di idee, e in parecchi casi è così; ma tante altre volte sono invece l’opportunità per dare vita a nuove versioni, stravolgimenti nella continuity, creare vere e proprie trame alternative o parallele a ciò che era. Come nei fumetti. In cui si cancella la vecchia storia per costuirne un’altra, o per narrare parti di storia mai affrontate prima o sotto una prospettiva diversa. E questa è la differenza che corre tra creare una mitologia, arricchendo il pantheon già esistente, e celebrare semplicemente la nostalgia, il passato. Ecco, tornando alla dance, e prendendo in prestito la frase di Maury Lobina, mi piacerebbe vedere il nostro glorioso passato utilizzato senza timori per costruire e rafforzare una mitologia (ed è paradossalmente ciò che fa Guetta quando registra una sua vcover di ‘Blue’ aggiornata al sound del 2017) anziché rivendicato come un intoccabile monumento. Perché le generazioni cambiano, ed è giusto aggiornarle. Perché, sempre parafrasando un altro autore di ‘Blue’, che ne sanno i 2000?

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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