Mercoledì 20 Gennaio 2021
Interviste

Davide Ferrario, l’elettronica e la libertà d’espressione

Partito dalla musica anni '90, si è inizialmente interessato della matrice elettronica di provenienza Brit Pop. Oggi il produttore veneto appartiene a quella categoria di artisti intenzionati sempre a osare

In quasi sedici anni di carriera musicale, Davide Ferrario ha avuto occasione di collaborare con veri mostri sacri della musica, da Franco Battiato (“sia in studio che nei live”) a Max Pezzali – di cui da anni è un membro fisso della band -, da Syria a Fred De Palma e tanti altri. Produttore e dj, tempo fa ha aperto una data milanese degli Infected Mushroom per un live sofisticato, ricercato e progressivo. Originario di Monselice, in Veneto, si è trasferito a Milano dieci anni fa. Nell’elettronica e dal suo Frigo Studio, Davide trova la sua libertà d’espressione.

Il suo ultimo lavoro è ‘Desert’, che vede la collaborazione di Paola Dalai. Davide qui ha prodotto la parte strumentale, la Dalai e Tommaso Ferrarese hanno invece scritto testo e linea vocale. Un beat ricco di venature afrohouse. L’etichetta con cui collabora, la My Other Side Of The Moon, che ha sede in Mozambico, ha fatto il resto, con un pack ricco di remix.

 

Ci sono degli elementi ricorrenti nelle tue produzioni, che vanno poi a comporre il tuo stile. Sono presenti anche in ‘Desert’?
Certo, ci sono elementi che mi caratterizzano più di altri e che amo molto: il piano, i synth, in qualche modo sono come un marchio di fabbrica. Sono un chitarrista ma quando entro in studio sono soprattutto un producer, quindi posso ampliare la mia anima da musicista suonando diversi altri strumenti e modellando poi suoni e tracce nella maniera che preferisco.

È stata My Other Side Of The Moon a chiedere i remix di Enoo Napa, Mike Dem, Neil Amarey e Breeze And The Sun?
Sì, e sono onorato che tutti loro abbiano accettato. Hanno smontato la canzone e l’hanno rimontata a modo loro, come con il Lego. Il risultato è davvero bello e la release sta piacendo.

Cosa è cambiato a livello professionale per te dallo scorso marzo?
Credo di essere tecnicamente diventato più bravo, avendo trascorso molto tempo a fare quello che faccio, ma non sono ancora bravo quanto vorrei. Quando sai fare più cose fai meno errori e gli orizzonti si allargano. Puoi dare un po’ più di elementi per scontati e la composizione, che è inevitabilmente legata alla produzione, diventa più fluida. Avere un set-up più o meno definito certamente aiuta ad avere un iter di lavoro chiaro. Lavoro come un artigiano. Vado in studio tutti i giorni e tutti i giorni ne esco con qualcosa di fatto. Poi, quasi sempre, non mi piace, ma qualche volta invece mi piace, e allora penso che ne sia valsa la pena.

Prosegui sempre la collaborazione con i Kollectors?
Certo. Kollectors è il nostro spin-off. Con Mike Dem e Viel siamo diventati amici. È un piacere mettere e produrre musica assieme.

 

Quale tecnica non hai mai cambiato, da quando hai iniziato a produrre?
Non lo so, ma posso dire che il mio assoluto al momento è utilizzare solamente strumenti e mai plug-in. Odio le scorciatoie.

Cosa pensi di tutti questi personaggi pop che da ormai anni vogliono farsi produrre dai dj o da gente fortemente legata alla musica elettronica?
Onestamente non me n’ero mai accorto. Mi era sembrato, al contrario, che alcuni dj volessero farsi produrre i dischi da ghost producer che lo sanno fare davvero.

Ti affidi a collaboratori esterni?
Se tralasciamo il mastering, per quanto riguarda le produzioni che escono come Davide Ferrario, assolutamente no. Posso perderci la vita, stare un mese su una cassa, ma faccio tutto da solo.

Provi ancora amore per la deep house o negli ultimi anni i tuoi gusti sono cambiati?
La deep house è un contenitore molto grande in cui credo di rientrare ancora. Parlando di musica da club, è ancora il mio ascolto principale e, in fondo, credo che lo rimarrà per spirito e contenuto. Poi a me piace la melodia, ma l’impianto di ciò che faccio è certamente deep.

Davide Ferrario al Fabrique, foto di Sergione Infuso

 

Quando sei arrivato a dire: mi faccio la mia struttura?
Quando avevo troppi sintetizzatori da tenere nel mio appartamento da cinquanta metri quadrati. Avevo bisogno di un luogo dove si sentisse bene e dove poter andare a lavorare. Detesto stare in casa con le ciabatte. Non riuscirei a produrre nulla. Per me è necessario uscire di casa e recarsi in un altro posto.

Chi è il tuo partner e come è composto il tuo staff a livello produttivo?
Le mie produzioni, come dicevo, sono interamente opera mia. Non mi dà una mano nessuno. Non sono ancora in quella fase. Sto ancora imparando e mi piace sudare per arrivare al giusto risultato; soprattutto perché, in un mondo in cerca di semplificazioni, mi sono posto dei paletti che pochi che conosco accetterebbero. Sono troppo autistico in questo.

Quindi, come sei arrivato al set up attuale?
Va chiarito che il set up definitivo, probabilmente, non esiste. Cambierei sempre qualcosa. Dietro ci sono anni di ragionamento, diluiti nel tempo. Sto ancora sveglio fino alle quattro del mattino a cercare la macchina che possa risolvere una determinata mancanza. Ora sono abbastanza felice, devo dire. Non ho particolari esigenze ulteriori. Ho sostituito definitivamente tutto ciò che era emulato con strumenti veri, incluso il pianoforte. Questo è stato il pensiero alla base dei miei acquisti, tralasciando gli ascolti e gli aspetti più tecnici.

Produrre vuol dire diverse cose. Anche comporre.
Se ti piace farlo, è bellissimo. Il contro è che c’è un’offerta talmente grande che ovviamente si è appiattito un po’ tutto. Peraltro, non c’è una tale educazione al suono che permetta di riconoscere una cosa prodotta bene da una prodotta in modo approssimativo. L’amore per le cose che fai è l’unica cosa che può tenerti a galla sempre.

La tua formazione è da musicista, non da tecnico. Hai dei riferimenti artistici?
Conosco la tecnica sufficiente a fare le cose che voglio fare, ma non sono un fonico. Perdo settimane su cose che probabilmente un fonico farebbe in un’ora. La tecnica quindi, per me, è un effetto collaterale. Ho alcuni amici a cui chiedo cose continuamente. Raffaele Stefani, Giordano Colombo, Max Lotti, Pinaxa, Alex Trecarichi sono i riferimenti a cui mi rivolgo quotidianamente, che gentilmente mi sopportano e che in questa intervista ringrazio pubblicamente.

Sei appassionato di mixing e sound design?
Sono processi inevitabili, soprattutto quando usi strumenti reali e non patch o sample creati da altri. Non credo sia una reale passione, è più una necessità. Non potrei fare musica che così.

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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