Foto: @facebook.com/deadmau5
Ci si sveglia e Instagram ti mostra il tuo volto che promuove un altro artista. La voce non è esattamente la tua, ma ci manca poco. Dannatamente poco. A raccontare l’incubo digital-copyright è stato Joel Zimmerman, ovvero deadmau5, in un post che ha gelato il sangue a mezzo settore.
“Mi sono svegliato con la storia Instagram di un dj idiota – ha scritto, omettendo il nome per non dargli visibilità – Mi ritraeva lì in piedi a promuovere lui e la sua musica. Generata completamente dall’intelligenza artificiale, la voce non era al 100% ma dannatamente convincente. Dannatamente spaventosa”.
Parole che pesano come macigni, perché arrivano da un producer che di innovazione tecnologica ha fatto il suo marchio di fabbrica. Il problema, spiega Zimmerman, non è la tecnologia in sé: “L’intelligenza artificiale è fottutamente fantastica, l’intelligenza artificiale generativa non tanto”. Il bersaglio è chiaro: l’uso parassita, l’abuso compiuto da “idioti senza talento” che violano i diritti altrui per gonfiare la propria immagine.
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E il messaggio ai migliaia di aspiranti dj che ogni giorno popolano le piattaforme è secco: appropriarsi dell’identità altrui con l’IA non è un trucco furbetto, è una violazione. “Sono sicuro che questo è solo l’inizio – ha aggiunto – e che ne vedremo molti di più”. deadmau5 non è certo il primo a subire un deepfake: artisti del calibro di Grimes e David Guetta si sono già confrontati con il tema, tra aperture visionarie e pesanti strascichi legali. Ma il suo sfogo ha il merito di rimettere al centro il nodo del consenso. Perché oggi chiunque può clonare il timbro di un collega più famoso, piazzarlo su un beat mediocre e spacciarlo per collaborazione. E il confine tra omaggio e furto d’identità diventa labile, quando non già valicato.
Quello che preoccupa non è solo il singolo episodio, ma il clima che lascia presagire: una deriva in cui il talento autentico rischia di essere sommerso da un esercito di avatar non autorizzati, pronti a rubare la scena – e il suono – ai veri protagonisti. Perché se il volto e la voce di deadmau5 possono finire in una storia Instagram senza il suo permesso, può succedere a chiunque. Anche al dj della porta accanto.
L’appello del producer canadese non è quindi contro la macchina, ma contro chi la usa per imbrogliare. E in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale generativa galoppa più veloce delle leggi che dovrebbero regolarla, il rischio è di ritrovarsi tutti un po’ più vulnerabili, un po’ più sostituibili. A meno che, come chiede Zimmerman, non si cominci subito a mettere paletti chiari. Prima che sia troppo tardi.
19.02.2026




