Domenica 19 Maggio 2019
Clubbing

L’importanza del Deejay Time nella dance in Italia

La reunione live dello storico programma dance è qualcosa di più di un semplice revival. È un grande classico

Lo scorso sabato è andato in scena il Deejay Time live tour a Milano. Anzi, a Rho, per essere precisi, all’Open Air Theatre nello spazio Expo. Spiegare che cos’è il Deejay Time è superfluo, nei suoi anni di enorme successo era molto più di uno show radiofonico, è stato un fenomeno sociale capace di settare i gusti di un paio di generazioni sulla musica nuova, avendo il coraggio di puntare sulla dance nonostante le critiche di un establishment dello spettacolo che cercava a tutti i costi di denigrare la musica “unz unz” come qualcosa di basso, popolare, “la musica delle giostre”. Albertino, Fargetta, Molella e Prezioso avevano inventato un mondo, fatto di musica e ironia, battute e virtuosismi tecnici fusi insieme con leggerezza e straordinaria continuità e abilità. Per questo il programma fece un botto strepitoso e per questo è rimasto nei cuori dei fan di allora e nelle leggende dei giovani aspiranti dj delle generazioni a venire. Un paio di anni fa il gruppo storico si è riunito per un paio di puntate speciali nel pomeriggio di Radio Deejay, un po’ per gioco, un po’ per nostalgia. Poi la cosa ha preso una piega diversa, è nata la voglia e la progettualità di farne un format, con delle date live da portare in giro con un vero e proprio tour e alcune puntate in radio durante l’anno. Ecco, qui sorge un punto cruciale. L’idea è una figata o c’è il rischio di sporcare un passato così glorioso con un’operazione revival scialba per grattare un po’ di serate facili? Da fan della prima ora, nutrivo delle perplessità, e forse per questo me ne sono sempre inconsciamente tenuto alla larga, e fino a sabato avevo resistito alla tentazione di andare a vedere i magici quattro. Poi ho cambiato idea. Insieme all’amico Marco Rigamonti, a sua volta dj ed estimatore di tutta la musica dance, ho preso la strada per Expo per togliermi la curiosità.

 

Sabato scorso a #Milano #deejaytimeintour

Un post condiviso da Radio Deejay (@radiodeejay) in data:


Non ho citato lo spazio Expo a caso, all’inizio. La serata è un successo (lo vedete dalle foto) eppure all’inizio sembrava che non dovesse andare così, proprio a causa dell’eccessiva dispersività di Expo e di una location non esattamente facile da raggiungere. Ma la serata parte, la produzione live è uno show di stampo internazionale con i visual di Glamnoise e Van Orton (notevolissimi talenti italiani), il CO2, i coriandoli, tutti gli effetti speciali che vediamo ai festival o alle serate dei big internazionali. La musica rispecchia le aspettative: gli anni ’90 rivisti dal finestrino di un treno che rende affascinante il panorama, sia dove effettivamente c’è qualcosa di spettacolare, sia dove ci sono gli scheletri che preferivamo restassero nell’armadio. I quarantenni si ritrovano nelle hit di allora, i ventenni sono curiosi, i ragazzini e i bambini cantano quelli che ormai sono grandi classici. Che sia Sandy B o Playahitty, Alexia (a sorpresa live!) o Gala, Speedy J o Mimmo Amerelli, Corona o Da Hool, ci si accorge di una cosa. Questo non è revival. Questo è un classico. Il Deejay Time è un classico. Qualche anno fa mi colpì molto uno show di Tiësto allo Ziggo Dome, il palasport di Amsterdam, non tanto per la musica, quanto perché vicino a me c’erano coppie di distinti 50enni che ascoltavano il suo set seduti come fossimo a un concerto di Ramazzotti. Era pop. Era un classico. La stessa cosa è il Deejay Time: non è revival, è un classico. È qualcosa che è penetrato nel DNA degli italiani e ha reso la dance normale, popolare nelle vite delle persone. Nel frattempo lo spazio dell’Expo si è riempito parecchio e le previsioni del flop iniziale si sono trasformate in un grande successo di pubblico (qualche migliaio di spettatori). Vedo persone molto diverse tra loro, per età, estrazione sociale, gusto estetico, ballare e cantare per due ore la colonna sonora delle loro vite. Non è un luogo comune. È un cambiamento sociale messo in atto da quattro ragazzi capaci di inventarsi un mondo e portarlo in giro, ancora oggi, con uno spirito pieno di entusiasmo. E che insieme diventano molto di più della somma delle loro personalità e dei loro talenti. Diventano supereroi. Con il mio amico Marco ci scambiamo uno sguardo, gli dico: “abbiamo vinto, questa è la rivincita per tutte le volte che da ragazzino venivo preso per il culo perché ascoltavo la musica sbagliata e fare il dj era una roba da sfigati, non era vera musica”. Ridiamo.

Poi tutto finisce, ringraziamenti, applausi, selfie con il pubblico. Restano i protagonisti. Quattro amici che ne hanno fatta un’altra. Riuniti dalla vita e dal Deejay Time. Penso a quanta felicità è passata attraverso le loro vite, a quante persone hanno riso, ballato, capito cosa volevano fare della vita durante un pomeriggio passato ascoltando Radio Deejay o durante una serata all’Aquafan. Ed ecco il motivo per cui sono qui a scrivere di questa serata dopo quasi una settimana. Perché non è il semplice report di uno show. Ma è la fotografia di tante impressioni che hanno reso speciale un programma e sdoganato un certo tipo di musica nel nostro Paese. E’ uno dei motivi per cui noi che amiamo la dance, la house, la techno, le nuove avanguardie, tutta l’elettronica che volete, abbiamo vinto. Senza il Deejay Time la musica da club sarebbe penetrata senza dubbio in Italia, ci mancherebbe. Eppure questa storia ha portato le cose su un altro piano, allora e da allora. Un merito che viene oggi riconosciuto ma che all’epoca veniva spesso quasi negato. E invece ecco, dopo vent’anni e nel pieno di una popolarità senza precedenti della musica dance, la conferma di tutto ciò. Questa è una delle storie più importanti della musica italiana degli ultimi 50 anni. Portarla in giro non è revival, è una figata.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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