Martedì 23 Aprile 2019
Interviste

Dense & Pika alla conquista della scena techno inglese

La techno britannica ha un nuovo nome su cui puntare tutto: è quello dei Dense & Pika, in giro da diversi anni ma finiti ultimamente sotto i riflettori della scena

Quello dei Dense&Pika è un nome che sta iniziando ad ingranare sul serio, e non a caso il duo è ritenuto una delle migliori promesse della techno melodica made in UK. Non sono certo due ragazzini, Chris Spero e Alex Jones, essendo in giro dal 2011, ma la loro crescita è stata graduale e organica, senza hype mediatico, nelle modalità più classiche in cui un duo techno possa farsi n0tare; ovvero dalle viscere, dai basement, dal supporto degli alti rappresentanti della scena e con il lavoro parallelo sulla loro label Kneaded Pains. Su tutti, ovviamente, c’è Adam Beyer: insieme a Kneaded Pains, i due hanno trovato posto nella famiglia Drumcode, di cui riescono a rappresentare le sfumature più originali del mondo della casa dritta, ma non solo. La loro ‘Colt’, uscita nel 2016 su Hotflush Recordings, è stata definita “la nuova ‘Strings of Life'” da uno come…Noel Gallagher. La forza del suono firmato Dense&Pika è l’originale fusione tra sonorità tipiche dell’house – e qui ‘Colt’ ne è un perfetto esempio – e le linee tipiche della techno martellante. Un connubio vincente che mette d’accordo tutti e che consegna ai due un biglietto da visita molto interessante e ben riconosciuto. Lo ha capito Pete Tong, che li ha ospitati per il leggendario Essential Mix a giugno del 2018, ma anche il pubblico inglese: la loro ultima data al Village Underground di Londra, loro città natale dove sono tornati da headliners poche settimane fa, è andata velocemente sold out. Ottimi feedback anche dalla loro ultima tappa italiana, al Lanificio di Roma, appena venerdì scorso. Nel frattempo, Charlotte De Witte ha debuttato su Kneaded Pains con un remix di ‘Space Raiders’ di Eats Everything che è già primo nella classifica generale di Beatport. La prova del nove adesso è un album. 

  
Dal 2011 ad oggi avete fatto tanta strada, tenendo le vostre sonorità fresche ma allo stesso tempo coerenti. Qual è stata la chiave del successo?

Una sana etica lavorativa basata sull’impegno in studio ma anche il non aver mai guardato a cosa facessero gli altri. Non ci siamo fatti distrarre. 

E che mi dite dell’equilibrio mentale nelle situazioni di pressione? 

Lavorare in due significa avere la fortuna di avere sempre qualcuno con cui parlare, anche perchè soprattutto con i tour i momenti di solitudine si sprecano. Infatti, è una buona cosa che si parli di salute mentale degli artisti. 

Alex, se non erro tu sei di base a Londra, mentre Chris vive a Ibiza. Chris, come trovi l’isola nell’ultimo periodo? Ritieni ci sia bisogno di una ventata d’aria fresca, come qualcuno ci ha recentemente confidato?

Chris: Sì, vivo a Ibiza ma non solo per la musica, visto che siamo a febbraio e lì fanno diciannove gradi (ride). Sicuramente Ibiza necessita qualche cambiamento in termini di prezzi, perchè per il resto non c’è da lamentarsi secondo me. 

Immaginate di voler lanciare la Kneaded Pains nel 2019. Con le infinite possibilità offerte dal web, sia nella distribuzione che nella promozione dei brani, la considerereste ancora una buona idea? 

Nel 2011 abbiamo dato via a questo progetto per supportare i nostri amici e le nostre release che volevamo diffondere senza imposizioni. La label è cresciuta in maniera organica e naturale, per dirti fino a due anni fa non usavamo neanche i social media e pubblicavamo con nomi diversi. Possiamo quindi dirti che il nostro mindset non sia mai stato influenzato dal web. Sì, lo faremmo comunque. 

Come sta la scena clubbing londinese? So che la conoscete bene…

I festival fanno una concorrenza spietata, e la colpa è dei grossi cachet che offrono rispetto a quel che può permettersi un club. C’è una crisi, ma la club culture non morirà mai. I veri dj non smetteranno mai di amare gli scantinati con trecento persone.

A cosa state lavorando?

Ad un album! Uscirà quest’anno ma non sappiamo ancora quando. Anche il programma di Kneaded Pains è piuttosto fitto. 

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25 anni. Romano. Letteralmente cresciuto nel club. Ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Se non lo trovi probabilmente sta aggiornando le playlist di Spotify.

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