Mercoledì 18 Settembre 2019
Costume e Società

Diplo è lo specchio del nostro tempo, dalle favelas a Instagram

La sua storia è quella della musica e del mondo degli ultimi 15 anni

C’era una volta, laggiù nel Mississippi, un ragazzo di nome Thomas Wesley Pentz. Wes è il classico ragazzo americano, sembra uscito da un film: biondo, occhi chiari, sembra un marine. Wes è nato nel 1978, fa parte di quella generazione nata in analogico che ha incontrato la rivoluzione digitale nella tarda adolescenza e vede il mondo rimpicciolirsi attraverso i primi cellulari, la TV via satellite, internet e gli smartphone, un passo alla volta. Wesley dopo la High School si trasferisce in Florida e poi a Philadelphia per studiare, ma la sua passione è la musica e inizia a fare strani esperimenti con le produzioni. Non ha le idee molto chiare, gli piace un po’ tutto, ma sa che gli serve essere stiloso e originale per emergere nell’affollato panorama americano. Si tatua un diplodoco sull’avanbraccio e si fa chiamare Diplodocus, nome abbastanza figo. Troppo lungo. Accorciamolo. Diplo. Ecco, Diplo suona meglio. Sono i primi anni ’00 e la musica sta cambiando. Non solo la musica, a dire il vero. Il villaggio globale profetizzato negli anni ’90 sta diventando realtà. Internet ormai gode di connessioni abbastanza veloci ed economiche da permettere un utilizzo domestico e quotidiano. E nascono i primi social network: Fotolog, Flickr, Friendster e soprattutto Myspace, che permette di creare una vera comunità planetaria e tra il 2003 e la fine del decennio cambia la vita di molti aspiranti dj, producer, musicisti, offrendo una vetrina gratuita per la propria musica, mettendo in relazione diretta giovani talenti e professionisti del settore, quelli veri, in modo discreto e senza tutte le intrusioni che i futuri social imporranno agli utenti. Cadono dei muri importanti. Ed è in questo contesto che Diplo inizia a farsi conoscere.

Wes Pentz è un figlio del nostro tempo: le linee guida sociali del Novecento si stanno sgretolando, wanderlust e curiosità sono i nuovi valori di riferimento, e Diplo è un cittadino del mondo molto curioso. A metà degli anni ’00 lo troviamo in giro per il mondo: Londra, Brasile, Stati Uniti, viaggia e si abbevera delle culture musicali contemporanee dei luoghi dove si ferma. In Brasile conosce il baile funk di Bonde Do Role, Deize Tigrona, Edu K, intrufolandosi nelle favelas per conoscere l’essenza di quelle musiche irresistibili e sensuali, potenti e e affascinanti; in America si appassiona di musica dance in modo globale e trasversale, dalla black di derivazione funk e hip hop alla house all’electro più caciarona; in Inghilterra conosce una giovane musicista e artista di origine cingalese, Mathangi “Maya” Arulpragasam, che si fa chiamare M.I.A. e ha una certa attitudine e una buona dose di talento. Tra i due nasce una solida relazione professionale e una storia d’amore lunga quasi cinque anni. Saranno proprio i primi due album di M.I.A., ‘Arular’ del 2005 e ‘Kala’ del 2007 a far sbocciare un nuovo sound urbano, duro e spigoloso, in netta controtendenza con ciò che va di moda in quel periodo, e a mettere Diplo sulla mappa dei producer da tenere d’occhio. I pezzi di M.I.A. non suonano particolarmente bene, ma sono originali e non assomigliano a nient’altro che si sente in quel periodo. Inoltre, Diplo lavorando a questi pezzi incontra un altro grande produttore che sta dando alla musica elettronica una sua particolare interpretazione, Dave Taylor, in arte Switch. Tra i due si accende una scintilla.

Se i valori degli anni ’90 erano improntati sulla ricerca di un modo alternativo di vivere il liberismo e il rampantismo degli anni ’80, la generazione che ha tra i 20 e i 30 anni dopo il 2000 non si fa problemi a godere dei pregi della globalizzazione, fondendo le mentalità contrastanti del passato nel glocalismo che vuole un pensiero globale e una conoscenza locale. D’altronde il mondo si sta proprio connettendo in una rete sempre più fatta di chat e voli low-cost che ci permettono di restare perennemente in contatto, e trasformano la musica in un affare internazionale distruggendo la dimensione locale, regionale. La dance non se la passa benissimo, non è così cool, ma tra Philadelphia e Los Angeles il giovane Diplo sta mettendo in piedi Mad Decent, una label che è una sorta di ombrello dove tutti gli stili sono ben accetti, purché ci sia un sentimento comune verso la voglia di far ballare e divertirsi. Musica presa bene. È lo spirito di Mad Decent. I primi nomi pubblicati infatti sono Bonde Do Role, South Rakkas Crew, DJ Blaq Starr, El Guincho, Santigold, Crookers, Maluca, tutti artisti che rinnovano i canoni di house, electro, hip hop, o che su una matrice elettronica inglobano nella loro musica elementi esotici. La fotografia di quel mondo rimpicciolito dalle collaborazioni realizzate in remoto e dei viaggi che rendono tutto più vicino, anche i flirt tra culture musicali come il kuduro angolano e la fidget britannica, l’electro-house made in Italy e il carioca funk brasiliano. Se il decennio era iniziato con Myspace, si sta chiudendo all’insegna della grande G di Google e della grande F di Facebook. Un cambio netto di paradigma, un modo nuovo di vivere, dentro e fuori dal web.

Diplo in questo scenario sembra assumere i tratti di un predestinato, uno che aspettava solo il momento in cui le stelle si allineassero, era già pronto. L’allineamento avviene. È il 2009 e si forma la costellazione Major Lazer. Gli artefici sono lui e Switch. Due che sono partiti come alternativi anche per l’underground, due weirdos che arrangiavano e mixavano le produzioni in modo tutto loro, completamente fuori dagli standard. E che adesso si trovano in Jamaica a fare un album che cambierà le sorti della musica. Perché in ‘Guns Don’t Kill People… Lazers Do’ c’è un suono nuovo che mette insieme tutto. E un pezzo come ‘Pon De Floor’ che getta le basi per l’epica dell’EDM, sconvolge le playlist di ogni dj e fa il botto. Tanto che sarà una certa Beyoncé a volere la strumentale per un suo singolo. Da lì Diplo spicca il volo. Diventa frontman, diventa il produttore che tutti vogliono e lui monetizza. Negli anni ha imparato a fare di necessità virtù, ed è un incredibile connettore di persone e situazioni. Arrivano a pioggia le richieste di produzione anche da parte del pop pesante. Lui ci sta ma tiene un piede nel suo mondo, Mad Decent è più attiva che mai e da label di culto passa al fatturato. Major Lazer è attesissimo al varco con il secondo album, Switch si defila perché è un topo da studio più che da palco, Wes invece lì sopra ci sta proprio da Dio, con il suo fisico da modello e la faccia da belloccio hollywoodiano. ‘Get Free’ è un singolone commovente, ‘Watch Out For This (Bumaye)’ la sua controparte tamarrissima. L’obiettivo questa volta sono le heavy rotation delle radio e i download in quantità da chart. Centro. Il mondo cambia, Diplo è lì apposta per accompagnarlo. Sono gli anni in cui i comuni mortali si sentono vicini ai loro eroi in 140 caratteri. Il nostro uomo, manco a dirlo, diventa un star di Twitter, tra flame e cinguettii di una certa spavalderia. Inizia ad essere desiderato anche dalle star, non solo in studio. Si vocifera di un flirt con Madonna, di sicuro esce con Katy Perry, forse con Kate Hudson. Roba da rotocalchi. Roba da foto che scottano. Infatti – fateci caso – il nuovo grande social che ci accompagna anche in bagno è Instagram. Nuovo capitolo.

2015: ‘Lean On’ di Major Lazer (nel frattempo diventato un trio con l’ingresso di Walshy Fire e Jillionaire e l’uscita di Switch dal progetto), i singoli di Jack Ü insieme a Skrillex, le produzioni per Madonna, Sia, Justin Bieber, Britney Spears, Chris Brown, The Weeknd, Beyoncé. Diplo è diventato ormai un’azienda che mette le mani dappertutto e imprime il suo marchio su moltissima musica, passando senza colpo ferire dal pop alle tracce da club. Firma progetti come l’architetto di un grande studio che ha uno stuolo di collaboratori a fare molto del lavoro pratico. E in tour è inarrestabile. Sembra essere ovunque, con i Major Lazer o da solo, live, dj set, apparizioni con Jack Ü. È il suo momento magico e lo sfrutta. E quel momento continua fino a oggi, perché quel ragazzo che si faceva beccare facile su Myspace e ti dava la sua mail (parlo per esperienza personale) o andava serenamente a pranzo alla periferia nord di Milano dalla madre di amici, approfittandone per fare il bucato (anche qui parlo per testimonianze dirette) ha capito il gioco, è entrato in fortissima sintonia con la nostre epoca. Ha cambiato pelle come ha cambiato pelle il mondo, che dal 56k è passato alle connessioni Wi-Fi iperveloci che non ci danno tregua nemmeno al cesso. Diplo è l’immagine del mondo, l’Instagram story di un mondo che corre troppo rapido. Solo che le sue Insta stories sono viste milioni di volte, e Wesley Pentz da Tupelo, Mississippi, non è più il nerd alternativo pre-hipster ma un figaccione palestrato che si diverte ad andare alle sfilate e a fare il modello su Instagram mentre firma l’ennesimo remix o gira il nuovo video di Major Lazer. Perché ha capito che oggi è lì che si gioca la partita. E ha ragione. Ci piaccia o no. Questo non lo dico io, lo dicono i numeri. Diplo era la bandiera della musica diversa, fresca, alternativa, anche nei modi in cui riusciva a spingerla. Ha anticipato il mondo, poi ha aspettato che il mondo lo raggiungesse, e se ne è impossessato. Perché ne conosce il funzionamento. E nessuno rappresenta la nostra epoca meglio di lui. Nel bene e nel male.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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