Sabato 23 Ottobre 2021
Interviste

Dj Fede riporta in vita in vita i migliori anni ’90 nel suo nuovo album

Un nuovo album e tutta l'attitudine alla golden age di uno dei più importanti dj italiani del genere

Abbiamo imparato a conoscere Dj Fede non soltanto come uno tra i dj hip hop più abili e carismatici del nostro Paese, e non solo come un instancabile digger di suoni e dischi particolari. Ma anche come un producer illuminato, più attento a comporre dischi di qualità che a inseguire mode e stili del momento. Il suo nuovo lavoro ‘Still From The ’90s’ è un chiaro tributo, fin dal titolo, al suono boom bap e all’hip hop della golden age, aggiornato agli anni ’20 ovviamente, e che gode di collaborazioni prestigiose come quelle di Tormento, Dj Double S, Speaker Cenzou, Jack The Smoker, Esa, Inoki tra i tanti. Con il prezioso aiuto di Luca Gricinella abbiamo raggiunto Fede, che ci ha raccontato il suo nuovo lavoro discografico e che cosa significa per lui classico e il concetto, molto allargato, di anni ’90, in un’intervista davvero lucida e profonda.

 

Da frequentatore di club, anche e soprattutto come dj, come hai visto evolversi la presenza dell’hip hop nei club italiani dagli anni ’90 a oggi?
Le cose sono cambiate tantissimo dai miei inizi. Nei primi anni 90 l’hip hop nei club era quasi inesistente. Con l’avvento dell’acid jazz tutto il panorama della black music si è ritagliato uno spazio sempre crescente ma quasi irrilevante, soprattutto nelle grandi strutture. La crescita è stata continua fino ai primi anni 2000 quando, grazie a una serie di successi planetari a livello radiofonico e all’uscita del film ‘8Mile’ di Eminem questo suono è stato definitivamente sdoganato. Da quel momento in poi c’è stata una vera e propria esplosione: quasi tutti club, anche quelli importanti, avevano in programmazione almeno una serata settimanale legata al mondo della musica black e anche le ospitate dei DJ di fama mondiale si sono moltiplicate. Parlando dell’Italia, DJ Tony Touch, Cut Killer, DJ Premier sono stati quelli che hanno fatto più ospitate in assoluto, erano per noi ciò che sono stati Frankie Knuckles, Tony Humphries e David Morales per l’house. Dopo il 2005 credo di aver ospitato Tony Touch una ventina di volte e altrettante Cut Killer. Poi c’è stato l’ampliamento del suono, sono arrivati dei ritmi che nel club si sono affiancati al rap, come il reggaeton, il moombahton e la trap, sia quella italiana che quella latina, e tutto questo ora viene definito urban. Ovviamente rimangono le serate “pure”, ma la maggior parte mischiano un po’ tutto.

Anche se sei un portabandiera del suono anni ’90, da dj devi essere sempre aggiornato sulla trap perché il pubblico la vuole, giusto? Come selezioni le tracce trap che suoni? E chi della generazione trap, sia americana sia italiana, secondo te ha un talento innegabile?
Arrivo dal suono anni ‘90, è quello che amo ed è quello che ha segnato la mia crescita sia personale sia artistica ma, ovviamente, seguo e ascolto più musica possibile. A Torino abbiamo due serate diverse, Chica Loca, più urban, e Sayonara, più rap/trap. Per quanto riguarda la prima il pubblico è leggermente più adulto ed eterogeneo, mentre la seconda vede una clientela più specifica, leggermente più giovane e ‘modaiola’. Ci sono moltissime cose trap che mi diverto a suonare, nel club sono molto efficaci. Molto spesso in queste serate siamo due o tre dj e io, ovviamente, cerco di fare sempre la parte più classic, ma non disdegno assolutamente suonare un disco di Future o Post Malone. La selezione è sempre in base alle uscite e al mio gusto personale. Devo dire che non suonavo così tante tracce italiane in serate dal 2004, ora si suona quasi un’ora di rap/trap italiana, sempre diluita nella 4 ore e mezza di serata: la gente ha voglia di divertirsi e cantare, questi brani danno questa opportunità più dei pezzi americani o francesi. Sicuramente Future, Post Malone, Nicki Minaj e Bad Bunny sono i primi nomi che mi vengono in mente. Per quanto riguarda gli italiani, anche se suoniamo molto rap di Salmo, Marracash e Guè Pequeno, nel segmento trap suoniamo Sfera Ebbasta, FSK, Capo Plaza e Dark Polo Gang perché sono i più richiesti e cantati. Per quanto riguarda il talento credo che innegabilmente Sfera Ebbasta e Ghali siano stati i geni di questa ondata. Ci tengo a dire che la trap è una emanazione del rap, come lo è stato il crunk, che ha imperato dal 2008 in poi, ma sono tutti sottogeneri di passaggio e come è sparito il crunk anche la trap sparirà, anzi, credo che il declino sia già in atto da un annetto, mentre il rap rimarrà, probabilmente cambierà ancora forma come ha sempre fatto ma non è destinato all’estinzione, non essendo di moda. La trap è stata legata anche a un certo fenomeno streetwear, con marchi come Marcelo Burlon/County Of Milan, Palm Angels e Off White, credo che tutto quel mondo sia quasi al capolinea.

Visto che suoni anche all’estero, Ibiza compresa, hai notato delle differenze con l’Italia sulla presenza del rap e della trap nei dj set e nei gusti del pubblico?
Non cambia quasi nulla, nel super club come Hï Ibiza o Privilege la selezione è molto urban nell’accezione più ampia del termine, il pubblico arriva un po’ da tutti i paesi ma ha una attitudine più “generalista”, mentre nei posti più piccoli come lo Swag si trova una clientela più di nicchia e si suona molto più rap, anche francese. Sono tutte situazioni molto fighe, per motivi diversi tra loro. Alla fine è molto simile all’Italia: il locale molto grande è leggermente più commerciale, quello più piccolo un po’ più ricercato. Per esempio al Cafè De Duivel ad Amsterdam e al Barbershop di Parigi ho suonato solo rap classic, all’Horse & Groome di Londra si è andati più sul funk.

 

C’è qualche brano del tuo ultimo disco che pensi sia più adatto a essere suonato più di altri nei club?
Diciamo che se il club è orientato sul rap il pezzo con Danno credo sia il più suonabile insieme a 2 dei 4 pezzi con gli americani, quello con Blaq Poet e Psycho Les dei The Beatnuts. L’album è decisamente più d’ascolto, la maggior parte dei brani hanno sample con accordi minori, quindi più “tristi”, è un po’ il rap che amo di più…

In questo ultimo anno, nonostante la crisi sanitaria, sei riuscito a suonare qualche volta (per esempio la scorsa estate)? Se sì, in che tipo di situazione?
A gennaio e febbraio ho lavorato a pieno regime, poi ho ripreso a fine maggio e fino a fine settembre ho suonato circa 6 sere a settimana, quindi rispetto a molti miei colleghi devo dire che è andata molto bene, posso considerarmi soddisfatto perché sono riuscito a capitalizzare al meglio le finestre lavorative che ho avuto a disposizione. L’unico rammarico è che sia saltata Ibiza: avrei dovuto suonare al Bora Bora, al Tantra e al Coolture Cafè, date che erano programmate per la prima di settembre, ma a quel punto era già tutto chiuso; anche se eravamo già fuori con la comunicazione, l’emergenza sanitaria ci ha bloccati. Il Jazz Club di Torino mi ha visto protagonista tre sere a settimana, una alle Rocce di Pinamare una all’Azhar, tutte situazioni non da discoteca classica e poi il venerdì al Black Moon e il sabato al White Moon, che invece avevano più la sembianza di una disco tradizionale all’aperto. Poi ho fatto qualche ospitata in un castello vicino ad Asti e ovviamente alle Vele di Alassio, locale che amo molto.

Per finire, che futuro vedi in Italia per chi produce un tipo rap più classico come il tuo? Pensi che nel mercato ci sia spazio?
Vedo un buon futuro, ho l’impressione, ma posso sbagliarmi, che stia per arrivare un’ondata di Boom Bap 2.0, potrebbe essere questa la prossima tendenza. In America questa strada la stanno già percorrendo con un enorme riscontro realtà come quelle di Griselda e Trust Records di 38 Spesh. Il mercato è sempre in evoluzione e la ruota gira, tutto torna di moda, sono cicli. Ma quando il suono non è di moda, e mi riferisco soprattutto a quello con cui mi esprimo io, ha uno zoccolo duro molto numeroso che permette a chi fa questa musica di poter fare dischi ottenendo dei discreti risultati anche non senza stare sotto le luci della ribalta.

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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