Sabato 16 Novembre 2019
Interviste

Dj Fede crede ancora negli anni ’90

Alla viglia dell'uscita del suo dodicesimo album, abbiamo intervistato Dj Fede, torinese classe 1974, veterano della scena hip hop italiana

Il nuovo album di Dj Fede, ‘Product of the 90s’ (Overdrive Records), uscirà giovedì 7 novembre. Noi lo abbiamo ascoltato in anteprima e qui ne parliamo con lui. Gli ospiti al microfono in ordine di tracklist sono Dafa (presente nel primo singolo, ‘L’acciaio della gavetta‘), Claver Gold, Gast, Blo/B, Inoki, Brain, Esa AKA El Prez, Malacarne, Maury B, Suarez, Supremo73, Nardo Dee e, nelle due bonus track, appaiono anche Tormento, Sab Sista e l’indimenticato Primo Brown (nella versione acustica di ‘Le ultime occasioni’, brano uscito nel 2013). Questi nomi, insieme al titolo, suggeriscono già la direzione sonora di un disco che va in controtendenza rispetto al mercato, come ci spiega in questa chiacchierata il suo autore.


Perché, secondo te, negli ultimi quattro/cinque anni si parla così tanto degli anni ’90 sia per quanto riguarda la musica sia per tanti altri aspetti (come la moda, per esempio)?

Non saprei… sicuramente c’è una ciclicità e tutto torna. Forse è per questo che, per la moda e la musica, due realtà che vanno quasi sempre a braccetto, è arrivato il momento del revival anni ‘90. Sinceramente, questo disco lo avrei potuto fare anche dieci anni fa, visto che ho iniziato la mia attività da Dj nel dicembre del 1989 e sono cresciuto musicalmente nel decennio successivo. L’ho fatto ora perché, a mio avviso, all’interno del segmento in cui mi muovo, la musica si è allontanata troppo, davvero troppo, da quello che è il mio concetto di “rap music”. Questo mi ha spinto a fare un album così. Il titolo, ‘Product Of The 90’s’, può sembrare quasi un manifesto, ma in realtà il mio stile è sempre quello, il mio suono, in questi quasi 20 anni di produzioni, è sempre rimasto fedele a se stesso, non ho mai cavalcato le mode. Prima di questo disco ho provato a portare rapper delle nuove generazioni, con attitudini e ascolti diversi dai miei – come Ghali, Fred De Palma, Giaime, Shade e tanti altri – a confrontarsi con il mio mondo e con la mia visione del rap e dell’hip hop. Ma oggi tra l’approccio dei giovani rapper/trapper e la mia visione, nella quasi totalità dei casi c’è una distanza siderale, non possiamo più capirci, non riescono proprio a rappare su certi beat, inoltre molte delle argomentazioni che affrontano non le vorrei sentire sulle mie basi. Sicuramente, avendo vissuto la mia crescita musicale negli anni ’90, per me quello è il suono migliore in assoluto ma non posso dire con certezza che lo sia veramente perché forse, per chi è più grande di me, per esempio, la seconda parte degli ‘80 è stato il momento migliore. La musica, a seconda del periodo in cui cresci, ti segna inesorabilmente, e questo vale ancora di più per chi di musica ci vive e ha avuto, come me, la fortuna di trasformare la propria passione in un lavoro. Io mi auguro che questa “moda” torni, sarebbe utile anche solo per far conoscere e magari approfondire questo argomento ai giovani che non ne sanno nulla; magari si appassionerebbero anche loro…

Ma a parte il fatto di essere un omaggio agli anni ’90, come definiresti il suono del tuo disco?
Lo definirei un disco “hip hop classic”, nelle produzioni e negli argomenti affrontati nei testi. I rapper sono quasi tutti attivi dagli anni ‘90, appunto, e chi non lo era, per motivi di età, è comunque un appassionato della materia, quindi sufficientemente competente. I beat suonano proprio come piace a me, densi, grassi. Le rime scorrono veloci, fluide. I rapper sanno quello che devono fare e lo hanno fatto bene. Non sono io a doverlo giudicare ma credo che, se ti piace il rap di un certo tipo, non possa non piacerti questo disco.

Immagino che da dj che suona da più di vent’anni tu abbia visto cambiare, oltre a suoni e ritmi, anche il pubblico della musica black/urban. Oggi è tanto diverso dai tempi in cui hai iniziato? E in cosa soprattutto?
Sì, è cambiato tutto e, ogni cinque anni circa, cambia di nuovo. Da Dj devi essere sveglio e capire da che parte va la moda. Nel 2000, quando è esploso Swizz Beatz, con le sua batterie sincopate e le sue trombette, sono stato uno dei primi a cavalcare quel momento, dopo tre / quattro anni è stato il momento del suono G-Unit – altro grande cambiamento – poi è arrivato il crunk, sembrava che si potesse fare solo quello, ma è finito anche quel suono. Suonare nei club, a differenza di quanto dicevo prima, significa seguire la moda. Ovviamente mi fa sempre piacere fare set “classic”, ma sono sempre più rari. Ora è arrivata la trap, l’impatto è stato fortissimo nel mondo dei club, è stata una vera e propria invasione, complice anche l’aiuto della radio e dei social che hanno fatto di molti trapper delle star, al di fuori delle loro capacità artistiche. Mi piace vedere i giovani che vengono a ballare nelle mie serate, come si vestono, quali sono i loro punti di riferimento, gli stilemi che contraddistinguono un preciso momento storico… per me è quasi una cosa più antropologica che di gusto. La cosa bella, anche se molti pezzi non mi fanno impazzire, è che, come nel 2003/2004, i miei set sono tornati ad avere un 30%, se non di più, di musica italiana. Poi, se posso scegliere, preferisco suonare un pezzo di Capo Plaza o uno di Shiva, piuttosto che di altri artisti del genere, ma la selezione fa parte del lavoro del dj. Sicuramente una cosa è molto cambiata, la musica rap era un cosa da machos, nell’abbigliamento, nelle movenze e soprattutto in ciò che veniva detto, ora direi che è esattamente il contrario, molti trapper sono decisamente effeminati, in tutti e tre i punti che ho appena elencato. L’altra cosa che noto è legata ai punti di riferimento della moda streetwear: una volta c’erano le marche “hip hop”, come potevano essere Ecko, Fubu, Karl Kani e tante altre, oggi invece i rapper sono vestiti Gucci, Fendi, Marcelo Burlon, Off White… Questa cosa è negativa nella misura in cui toglie un riconoscimento a livello visivo a chi fa rap. Una volta potevi riconoscere da 20 metri di distanza chi ascoltava questa musica, era quasi una divisa, un codice di riconoscimento.


Il disco, come accennavi, ha featuring di artisti come Dafa (Lyricalz), Esa (OTR) o Maury B (The Next Diffusion) che oggi sono reputati underground ma negli anni ‘90 erano esposti nella scena. Quanto è difficile, oggi, per voi 40enni che avete contribuito al primo boom dell’hip hop, continuare ad avere a che fare con questa musica che ha degli esponenti e un pubblico sempre più giovane?

Sicuramente tutti i nomi che hai fatto hanno contribuito più di me a questa scena, anche solo perché sono degli MC, quindi ci hanno sempre messo la faccia mentre i produttori sono sempre un po’ più nell’ombra. Io, come attività principale, sono un dj, e suonando nei club mi adatto molto più facilmente. Credo che questa domanda andrebbe fatta a un rapper, potrebbe sicuramente rispondere in maniera più completa. In ogni caso, gli umori li percepisco, si discute di questa cosa abbastanza spesso. A livello di liriche i nomi che hai citato – ma anche altri, ovviamente – sono su un pianeta diverso rispetto ai trapper moderni. Il paragone è quasi impossibile da fare. Del resto, il rap in qualche modo ha sempre “fotografato” nei suoi testi il momento che vive la società. Oggi la società e più basica: non si legge, si va meno al cinema, le star stanno sui social e questo si riflette abbastanza inesorabilmente su chi fa rap. Ovviamente questo non vuol dire che non possano esserci rapper che affrontano tematiche con uno spessore ma nel 99% dei casi sono più adulti. Che la maggioranza dei trapper non legga nulla, nemmeno le istruzioni del telefono, è evidente: quando leggi e assorbi qualcosa, si riflette inevitabilmente su come parli, figurati quando scrivi dei testi. Credo che molti rapper vivano una frustrazione: essere battuti per evidente superiorità lo accetta chiunque, ma essere battuti per evidente inferiorità credo dia mediamente noia a chiunque. La semplificazione di qualsiasi cosa credo che oggi sia alla base della comunicazione e questi nuovi trapper sono bravissimi a cavalcare quest’onda. La cosa importante è che abbiano ben chiaro che ogni onda, in quanto tale, è seguita inesorabilmente da una risacca, poi arriva un’altra onda e solo chi si sa adattare si salva. Per fortuna esiste sempre un pubblico per il rap con contenuti, che pensa e pretende che la musica non sia solo mero intrattenimento, questo porta avanti la storia e la cultura, anche se ormai mi sembra che questo tipo di pubblico sia sempre più ristretto.

Ma visto che in questo disco, invece, non ci sono rapper appartenenti alla nuova generazione, ti piacerebbe fare un secondo capitolo in cui, sempre su questo tipo di basi, possano esserci tutte voci giovani magari under 25?
Difficile… come dicevo prima molti non sono proprio capaci di appare su certi beat, non riescono a “riempirli”. Ci ho provato fino a ‘Boom Bap Beatz‘ (uscito nel 2016). Da quel momento in poi la musica è troppo cambiata. Se farò un altro disco credo che continuerò sulla linea di questo, forse tra quarantenni ci si capisce meglio.

Tra l’altro, parlando sempre di featuring, è sempre difficile pensare a come si possano portare dal vivo questi album. Di solito come organizzi i tuoi live? Riuscirai a portare tutti gli ospiti sul palco?
Non esistono live, non ne faccio, faccio dei dj set dove mi accompagnano uno o al massimo due rapper. Nel disco c’è gente da tutta Italia, sarebbe impossibile mettere tutti d’accordo e sarebbe anche molto dispendioso.

Foto: Ruben Romay

Ci racconti come lavori coi campionamenti, visto che sono una parte fondamentale della tua musica? Penso che il primo step sia comprare vecchi vinili, visto che li collezioni, ma poi come procedi?
La base di tutto è sempre ascoltare tanta musica: da lì pesco un sample, una batteria, una melodia, a volte solo un’idea… poi provo a fare il mio lavoro di bricolage, assemblo tutto, cambio le cose mille volte, fino a quando non trovo una formula che mi soddisfi. Poi lo riascolto per capire chi potrebbe starci bene sopra. Direi che la filiera produttiva è abbastanza semplice. La base da cui da cui parto è sempre funk, soul e jazz, solo negli ultimi anni ho pescato un po’ dal rock progressivo, italiano e non.

E hai mai pensato di provare a produrre trap o comunque cimentarti – anche in privato, nel tuo studio – con suoni urban di ultima generazione?
No, non è il mio suono, non è la mia “storia”, come si usa molto dire oggi “non è la mia tazza di tè”. Sarebbe come se un giocatore di calcio degli anni ‘90 giocasse in una squadra di oggi: si adatterebbe molto difficilmente al gioco odierno. Questa musica è giusto che la facciano i produttori che sono profondamente immersi in questo suono. Tra l’altro, produttori come Charlie Charles e Sick Luke sono veramente bravi in quello che fanno, possono competere con qualsiasi produttore internazionale del momento. Soprattutto Sick Luke mi piace perché molto spesso, nei suoi beat, inserisce qualche elemento che fa capire che ha una cultura solida alle spalle.

Per finire, una curiosità: negli anni ’90, oltre al rap, ascoltavi anche musica elettronica? Mi riferisco soprattutto a quei ritmi, come trip hop, dub o drum and bass, che avevano molti incroci con l’hip hop, non solo sonori…
Io ho iniziato nell’89 con la musica dance, la famosa “commerciale”, poi ho scoperto l’acid jazz e sono letteralmente impazzito, ed è stato proprio questo genere a portarmi al rap. Comunque sì, ho suonato trip hop, ero molto attivo organizzando il party Mo’ Wax con James Lavelle, ho aperto live dei Massive Attack, ho portato in Italia Mushroom, il loro dj, poi Andy Smith dei Portishead e tanti artisti legati alla Ninja Tune, Dj Food, Mr Scruff, ecc. Anche la drum and bass è stata una delle mie passioni, negli anni in cui la suonavo ho condiviso la consolle con mostri sacri come Grooverider, Photek, Digital, Dj Patife e Kemistry & Storm. Tutto era legato all’hip hop, tutto si mischiava, anche il big beat. Forse la dub è il genere a cui mi sono avvicinato più tardivamente. Per chiudere il cerchio, posso dire che gli anni ‘90 sono stati decisamente vivaci musicalmente, regalando tutti i generi che ho citato in questa ultima parte di intervista, senza dimenticare il fenomeno dell’house music, più di un genere musicale, un vero e proprio fenomeno di costume. Per questo ringrazio di essere cresciuto in quegli anni: lo stimolo dalla musica ti arrivava dritto in faccia e non potevi evitarlo.

 

 

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