Domenica 23 Settembre 2018
Interviste

DJ Fede da Gué Pequeno a Ghali: un classico dell’hip hop italiano

Intervista a uno dei nomi storici tra i dj e producer hip hop italiani, in uscita con un nuovo 'Best Of'

DJ Fede è uno dei nomi storici della scena hip hop italiana. Uno di quelli per cui conoscenza dei pezzi, cultura musicale e skills teniche sono alla base del mestiere. Puro e semplice, come il suo nome. DJ Fede. Limpido. Nessuna sovrastruttura. Che di questi tempi infarciti di numeroni (spesso dopati) e carriere distorte attraverso la lente del web, è un bel fardello da portare. Fede è ancora qui, dopo tanti anni e tante mode, a portare il verbo del “suo” hip hop, del suo stile. Lo fa con una nuova raccolta delle sue produzioni, un ‘Best Of’ in cui trovano spazio nomi storici come Gué Pequeno e Tormento e nuove generazioni (Ghali, LowLow…), e in cui il fil rouge è proprio lo stile di Fede. Da qui fino alle sue serate a Ibiza, dall’underground all’esplosione mainstream degli ultimi anni, la sua è una delle voci più autorevoli da cui farci raccontare come se la passano l’hip hop e il rap in Italia.

 

Sei un dj più che storico nell’universo dell’hip hop italiano, e uso “universo” non a caso, viste le innumerevoli sfaccettature del genere oggi. Quando hai iniziato cosa significava essere un dj hip hop in Italia? E oggi che significa?
Ho iniziato nel dicembre del 1989, mettendo musica da club. Poi, attorno al 1994, è nato l’acid jazz, genere a cui mi sono appassionato e attraverso il quale ho scoperto il funk, il soul e il jazz. Nello stesso periodo l’hip hop si è mischiato proprio con la scena acid jazz attraverso progetti come quello di Mc Solaar e “Jazzmatazz” di Guru, così ho cominciato ad approfondire la mia cultura sul genere. Dal 1995 in poi ho cominciato a proporre i miei primi set hip hop, con molte difficoltà, visto che il genere ai tempi non era certo di moda. Suonavo principalmente nei discobar, che in quel momento storico erano una novità assoluta. Chi faceva il mio genere era considerato un dj di nicchia che aveva un pubblico di riferimento che lo seguiva in ogni sua serata. Oggi il segmento urban è diventato fondamentale per il clubbin’, credo che ricopra più del 30% del mercato totale mentre ai tempi si parlava del 3%. Ora il pubblico “pop” conosce l’hip hop, il reggaeton e la trap italiana come conosceva Vasco e Ligabue 20 anni fa. Quindi, se non fai selezioni particolari, sei quasi un dj “commerciale”. Io mi sono tenuto il mio spazio con i dj set funk, deep funk, jazz e disco. Questo propagarsi del genere mi ha portato a suonare in tutta Italia, in Francia, America, Olanda, Inghilterra e, dal 2015, anche a Ibiza.
 
Nel tuo ‘Best Of’ sono presenti mc di ogni generazione, dai grandi degli anni ’90, colonne come Esa e Tormento, ai pesi massimi come Gué, fino alle nuove generazioni, penso a Ghali e LowLow, e a nomi che sono rimasti vicini a un ambiente più underground. Mi sembra una splendida “foto di gruppo” di un movimento che è diventato molto importante nel nostro Paese. Come hai visto crescere e cambiare l’hip hop negli anni, dalla tua prospettiva dietro ai piatti?
La “foto di gruppo” l’ho messa insieme io… la realtà è che sono l’unico collante, o quasi, tra tutti. A mio avviso la scena è sostanzialmente in via di estinzione. Ho lavorato con quelli degli anni ‘90, che conosco da 20 anni, e con quelli degli anni 2000, perché a quel punto ero un produttore/dj conosciuto; quelli più giovani mi vedevano come un nome “affermato” e avevano piacere di collaborare con me. Ho il mio modo di produrre: hip hop classico e gli artisti, anche oggi, hanno piacere di confrontarsi con altre sonorità perché sanno di cos’è figlio ciò che fanno adesso. Con i più vecchi si tratta di un rapporto di amicizia, vale anche per quelli degli anni 2000, mentre con i più giovani c’è più un rapporto del genere “Mi piace come rappi, ti chiamo per collaborare…” e dall’altra parte “quando ero ragazzino ascoltavo i tuoi dischi, voglio esserci”. L’unica cosa che è realmente cresciuto è il business discografico. Nonostante ci siano tre generazioni di rapper a confronto, credo che il mio disco suoni in maniera omogenea e tutti hanno fatto il loro, di questo sono molto contento. Il lato culturale e di aggregazione che orbitava attorno al genere è andato perdendosi: l’hip hop è sempre stato contestualizzato a livello sociale, ora invece è in un momento storico dove il vuoto assoluto impera e le perdite di valori e di identità politica hanno dato origine a testi privi di contenuti.

Foto: Ruben Romay

Cosa rappresenta per te questa raccolta in questo momento della tua carriera?
Ho realizzato undici dischi, questa è la terza raccolta, più o meno ogni tre album metto qualche inedito. Ho raggiunto i sedici anni di produzione e riguardando la lista dei brani contenuta in questo disco posso dirti che sono molto orgoglioso delle collaborazioni e del risultato. Tirando le somme degli ultimi cinque anni di lavoro ho notato con piacere che molti dei rapper giovani con cui ho collaborato sono diventati dei nomi importanti. Ho puntato su Lazza, Ghali, LowLow e tanti altri prima che diventassero ciò che sono ora. Questa qualità l’ho dimostrata anche in passato producendo il primo disco dei OneMic e scoprendo Fred De Palma: ho sempre tenuto l’orecchio teso e la mente aperta, aiutato da un “fiuto” naturale.
 
Se c’è una grande varietà di voci al microfono, a livello di beat si sente invece uno stile omogeneo, fortemente personale, che si avvicina molto più al classico che a certe soluzioni di moda in questo momento (penso a trap e derive varie). Sei legato a questo stile perché lo ritieni il più vicino al tuo gusto o vuoi sottolineare anche una sorta di appartenenza a una corrente di produzione ben precisa?  
Sì, come dicevo prima, il suono è omogeneo. Sicuramente dipende dal mio gusto, inoltre il pubblico mi riconosce in questo suono che ho affinato negli anni e che non ho mai tradito… cambiare sarebbe una follia. Mi piace il boom bap beatz, campioni funk, soul e jazz che riprendono vita in una nuova forma. Ognuno di noi ha un suono a cui è legato, di solito è quello che ha accompagnato l’adolescenza, questo è anche il mio caso. Credo che un produttore debba essere riconoscibile, avere un suo suono che lo contraddistingue, e il mio è sicuramente quello della golden age.



Parlando di te come dj, cosa ti piace suonare oggi in ambito hip hop? E al di fuori di esso c’è qualcosa che ti intriga e proponi nelle tue serate?
Suono un misto di afro, hip hop, trap, r&b e reggaeton che ormai è sommato nel segmento “urban”. Mi diverto a suonare nei club, mi piace, è sempre stata la mia passione: faccio una media di quattro serate a settimana, non mi stanco mai di suonare. Mi piace suonare le cose vecchie, ma anche la trap è molto efficace sul dancefloor e fa divertire il pubblico. Mantengo sempre vivo il mio set disco funk, anche se ormai faccio poche serate con questo. Da un paio di anni, inoltre, sto proponendo un set legato al mio progetto discografico Rude Boy Rocker: si stratta di un album funk, con tutti i brani remixati anche in chiave dub. Il set si chiama “Funk & Dub”, lo propongo in locali piccoli ma mi dà molta soddisfazione: negli ultimi due anni ho fatto una quarantina di date, un buon numero per un progetto abbastanza difficile. 


Da Torino alle serate all’Hï Ibiza: avresti mai pensato che un genere nato così fuori dal sistema arrivasse fino a club di questa portata? E avresti mai immaginato di suonarci tu?

Ho sempre sperato che esplodesse e, nel corso degli ultimi venti anni, è praticamente esploso in tutto il mondo. Mancava un po’ l’Italia, che ora ci è arrivata. Ibiza è stata una specie di rivalsa: l’hip hop non è un genere di serie B e merita di stare in club di serie A. Prima di arrivare all’Hï, con la serata Gangstar organizzata da Cathy Guetta, ho suonato per tre estati il venerdì sera al Privilege, nella serata RichBitch organizzata da Ale Zuber, suonando come special guest. Per tornare all’Hï, ex Space, devo dire che è stata una grande soddisfazione: quasi 3000 persone per la seconda serata, un grosso successo! Come è stata una enorme soddisfazione l’1 agosto del 2015, quando ho messo i dischi per la prima volta al Privilege. Oltre a questi locali molto importanti e famosi faccio anche molti locali più piccoli dove mi chiedono un set urban: l’isola è molto cambiata e uno dei cambiamenti è sicuramente la presenza di una alternativa alla musica elettronica, che in ogni caso la fa sempre da padrona. Ho suonato più volte a New York, a Londra e in altre città di rilievo per la musica, ma questa importanza che ha il club e il mondo che gli ruota attorno è un aspetto che ho trovata solo a Ibiza.

Tra così tante collaborazioni, qual è quella che sogni ancora di realizzare?
Tra quelli con cui non ho ancora collaborato, ti direi, per come scrive, Marracash, mentre per quello che rappresenta aggiungerei Danno dei Colle Der Fomento. Se dovessi guardare oltre i nostri confini, sicuramente Jay Z e Nas sono i due rapper che mi piacciono di più.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA 
10.07.2018

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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