Sabato 15 Maggio 2021
Interviste

L’amore per l’Africa, Peter Gabriel, Claudio Coccoluto, il progetto M’berra Ensemble: Dj Khalab si racconta

Il dj e divulgatore Raffaele Costantino ci apre le porte del suo mondo, partendo dal suo ultimo progetto discografico fino al ricordo di Coccoluto e all'incontro con la Real World di Peter Gabriel

Dj Khalab è l’incarnazione da producer di Raffaele Costantino. Raffaele è un dj radiofonico (il suo programma Musical Box su RAI Radio 2 è un baluardo di sperimentazione e di approfondimento musicale della miglior specie), e un grande ricercatore. Un digger, per usare un termine noto nell’ambiente. Ma non solo. La sua ricerca si è sempre più specializzata verso tutte quelle musiche che possiamo definire afro-centriche, dove cioè la matrice africana è la chiave di tutto. Anche se dire “musica africana” è forse poco corretto, perché si tratta di un’espressione talmente vasta da essere davvero generica. Il continente africano ha sviluppato tanti e tali stili, nei suoi numerosi Paesi, che il suo retaggio è un patrimonio infinito da cui attingere, e il discorso potrebbe andare avanti all’infinito anche solo citandone la metà.
Il nuovo capitolo della discografia di Khalab è però interessante, oltre che per la consueta puntualità e il consueto rispetto con cui si approccia, perché è un progetto rivestito di molti significati importanti: si tratta di ‘M’berra’, un album prodotto in un campo profughi – di fatto, una vera e propria città, come ci racconta nell’intervista – tra Mauritania e Mali, insieme a M’berra Ensemble, collettivo di musicisti maliani che riseidono appunto nel campo, e realizzato grazie all’associazione InterSOS. Non solo: è prodotto dalla mitica label Real World di Peter Gabriel. Ma l’intervista è un’occasione anche per parlare di tanto altro: di Africa, di Gilles Peterson e di Claudio Coccoluto. Mettetevi comodi.

 

M’berra è un disco anomalo e affascinante, tanto dal suo lato strettamente musicale, quanto in tutto quello ci sta intorno: mi racconti questo progetto così particolare?
Mi sono messo a disposizione di M’berra, questo ensemble che ho creato, sono stato nel deserto tra Mali e Mauritania in un campo profughi di rifugiati del nord del Mali, si tratta di persone fuggite dalla guerra civile, superando il confine in Mauritania e stabilendosi in uqesto posto che ormai è lì da 20 anni, ed è una vera e propria città di 50mila persone nel deserto, tanto che si è creata una scena musicale Tuareg. Ero lì grazie all’associazione umanitaria InterSOS che seguo come consulente musicale: la loro è l’unica struttura in cemento della città.Il disco riflette la scena locale, con i musicisti e le influenze di quella parte di mondo, ma anche questo è un disco di elettronica, visto che di base il mio lavoro è quello del producer.

Che situazione ha trovato laggiù?
Una situazione molto calda, perché Al Qaeda è una presenza forte e come puoi immaginare questo fattore è devastante.

Hai avvertito una sensazione di pericolo?
Siamo arrivati lì con un aereo privato delle Nazioni Unite, ti vengono a prendere dei pick up con i mitra sul cofano e percepisci che è una situazione estrema, ma questo amplifica le emozioni e nasce la magia. Nel disco ho voluto mettere da parte me ma anche loro, lì dentro non c’è la musica di Khalab e nemmeno la musica dei Tuareg, se vuoi non c’è verità ma meta-fiction, una docu-fiction musicale, una verità artistica di sensibilizzazione e la voglia di trasportare le persone nel mondo immaginifico di Khalab, che è il mio mondo. Sono il regista di una narrazione artefatta, come lo è una città che nasce per esigenze così “innaturali” come fuggire dalla guerra.

 

Da sempre sei appassionato di tutto ciò che musicalmente e culturalmente attinge a quel pozzo infinito di arte e musica che è l’Africa: come nasce questo tuo interesse e come si è sviluppata la tua ricerca riguardo l’Africa?
È nato perché sono sempre stato appassionato di musiche afrocentriche, l’hip hop poi il funk il soul il jazz e poi tramite i dischi di Sun Ra e Don Cherry ho incontrato la visione afro-futuristica e ho fatto un percorso a ritroso verso le radici di quello che mi appassionava. Dopo i 18-19 anni poi sono arrivate nella mia vita la techno, il garage, la jungle, tutto ciò che aveva un ceppo ritmico di matrice afrocentrica, e attraverso i miei studi e la voglia di approfondire dovevo tornare all’origine, e quando ci sono arrivato è saltato il banco, e Khalab è questo mix di cose. A un certo punto mi sono reso conto che oltre alle cose che piacciono a me ci sono molte cose che mi affascinavano, e molte cose le ho scoperte attraverso la Real World di Peter Gabriel. Il destino ha poi voluto che proprio sulla Real World uscisse questo mio ultimo album.

Già, la Real World e Peter Gabriel: due leggende della storia della musica. Come ci sei arrivato?
Non ci siamo mai incontrati di persona, ci siamo contattati un anno fa in piena pandemia ed è nata la collabrazione che ha portato alla pubblicazione di ‘M’berra Ensemble’. È una struttura importante, ti rendi conto che stai lavorando con gente che ne sa tantissimo, preparata, sono una label di professionisti con distribuzione e publishing major, e francamente dopo tante avventure discografiche diciamo rocambolesche, sentivo la voglia di fare qualcosa con dei professionisti.

 

Internazionale vs Italia: sei un divulgatore che fa un lavoro molto importante per le musiche e le culure “altre” nel nostro Paese, anche attraverso un megafono importante come la RAI. Eppure la tua fama come dj e producer è certamente più ampia e rilevante all’estero. Come vivi questa dicotomia?
Ci sono due grosse differenze: dal lato divulgazione il mio ambito è l’Italia; da un lato musicale so che l’Italia non è un Paese in cui potersi affermare in modo mainstream; in Italia devi scendere a compromessi e occuparti di surrogati come l’hip hop italiano, o Sanremo… Khalab non è per niente un artista “configurato” per il mercato italiano, infatti ho lavorato con etichette di Bristol, Londra, New York, ho suonato in contesti di festival internazionali, sia di settore sia mainstream, anche molto importanti, pensa a Glastonbury… in Italia si dibatte del rock rivoluzionario dei Måneskin, nel 2021. Il nostro Paese ha altri gusti.

Com’è suonare a Glastonbury?
È dispersivo, troppo grosso, non fa per me, non amo i festival-supermercato. È immenso, prima di te magari c’è un gruppo che fa cumbia demenziale, tutti nudi sul palco, poi c’è Thom Yorke, poi il dj che fa classica… è stupendo ma non è proprio il mio festival preferito, ci vogliono 40 minuti per spostarsi da un palco all’altro, e se vuoi anche la nota goliardica, c’è ovunque una puzza di piscio incredibile. Certo è anche il suo fascino, quell’aspetto che ne ha costruito l’immaginario. Ma la cosa importante è che ti permette di farti conoscere da un grande pubblico, viste le dimensioni e il bacino d’utenza. Un pubblico che però ha altri 50 palchi da vedere, nello stesso momento.

Poco più di un mese fa è scomparso Claudio Coccoluto. Un lutto che si è fatto sentire in modo direi tangibile nel nostro mondo, da tutti noi, con un’onda d’urto incredibile, una sensazione forte che mai avevo provato in vita mia, onestamente. Hai commemorato Claudio insieme al divugatore musicale internazionale per eccellenza, Gilles Peterson: ci vuoi raccontare com’è andata?
Quella è un’idea di Gilles Peterson che mi ha chiesto di creare un ponte con l’Italia per questa operazione. Gilles ha molto a cuore la celebrazione degli artisti che ci lasciano, una mattina ci siamo sentiti per altro ed era molto scosso dalla scomparsa di Claudio. Così mi ha chiesto un intervento nella sua trasmissione su BBC Radio 6 per raccontare Claudio Coccoluto, e poi mi ha chiesto un intero programma sulla sua radio Worldwide FM, così ho pensato di coinvolgere altri artisti e addetti ai lavori, in primis Gianmaria Coccoluto, e da lì Dj Ralf, Rame, e Damir Ivic come una sorta di coordinatore degli interventi dal lato giornalistico… E faremo altre iniziative simili. Claudio per me era importante, quando ero ragazzino nel mio paesino della Calabria vedevo Claudio a Quelli Che Il Calcio e pensavo “allora si può fare di lavoro questa cosa, si può vivere facendo il dj!”.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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