Sabato 21 Settembre 2019
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DJ MAG TOP 100 DJs 2016: l’analisi

 

 

E così ci siamo, un’altra volta. Il momento più atteso dell’anno, quello che incorona il dj più popolare per i lettori di DJ Mag in tutto il mondo, e i 100 nomi della classifica più importante nel mondo della club culture. Alcune delle nostre previsioni si sono rivelate esatte, altrove abbiamo invece commesso qualche piccolo errore di valutazione.

Ma prima di analizzare la DJ Mag Top 100 Djs 2016, metto subito in chiaro alcune cose: sì, la classifica non rispecchia la totalità della club culture; sì, ci sono gli esclusi eccellenti, ce ne siamo accorti; no, la vostra prospettiva non è il centro dell’universo, che siate a vostra volta dj, che siate importanti addetti ai lavori del settore, che siate fan sfegatati di questo o quell’artista, che siate semplici appassionati. Avete preso nota? Spero di sì. Perché muovere le solite, prevedibili critiche a priori su certi aspetti della Top 100 ormai è una noia da leggere e da sentire. La classifica non rispecchia i vostri gusti? Pazienza. In parte non rispecchia nemmeno i miei. Io avrei messo The Black Madonna al primo posto, per dire. Ma non è la classifica degli addetti ai lavori o del grand jury degli esperti di massimi sistemi. Nossignore, è una classifica popolare. Po-po-la-re. Che ogni anno di più premia la parte più spettacolare del mondo dei dj. E se alcuni nomi sono universalmente condivisibili, altri sono molto più controversi. Ma questo è ciò che rende la Top 100 una lista chiacchieratissima e una cartina tornasole molto più attendibile di quanto con certa malizia alcuni pensano. Non sfuggono a questa tentazione nemmeno le stesse star della dance (il video che Dillon Francis ha messo in Rete ieri sera ne è la prova). Messa in chiaro questa premessa, possiamo inoltrarci nella radiografia della DJ Mag Top 100 Djs 2016.

 

 

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Una prevedibile annata
Non ci voleva certo la sfera di cristallo per immaginare Martin Garrix in cima alla classifica. Dimitri Vegas & Like Mike hanno dalla loro la mostruosa potenza di fuoco di Tomorrowland, ma questo non basta a restare saldamente in testa a una classifica che li ha visti come i numeri uno più controversi di sempre, specie se paragonati a immortali come Tiesto o a superstar come David Guetta, che pure riuscì a restare in cima per un solo anno (tra le polemiche). Hardwell non ha avuto un’annata memorabile, sono mancate le hit vere e ha pesato qualche sua assenza importante (Tomorrowland, appunto). Martin Garrix ha appena vent’anni, è nato nel 1996, già da tre anni è in posizioni alte nella lista, e la sua ascesa era palesemente destinata ad arrivare fino alla vetta. Eppure non era così scontato, proprio in un anno che lo ha visto mollare l’etichetta che l’ha lanciato e che ha un grande potere nell’industria discografica e nell’universo EDM, quella Spinnin’ che ha tracciato la via per il modo di lavorare sui giovani artisti, preparandoli ad essere produttori, a gestire i dj set, l’immagine, la comunicazione, i tempi discografici e quelli dello spettacolo. Martin a vent’anni è già abbastanza maturo per correre con le proprie gambe. A fine 2015 lascia appunto Spinnin’ e MusicAllstars Management, fonda la sua label STMPD RCRDS. Firma con Sony e il management è nelle mani del potentissimo Scooter Braun. Quest’anno ha centrato diversi successi, in particolare ‘Now That I’ve Found You’ e ‘In The Name Of Love’, con cui sbanca e con cui cambia stile: non più cassa in quattro ma una formula future bass e pop allo stesso tempo. E si esibisce live come chitarrista (questo cambio di prospettiva è un punto centrale della nostra analisi, come leggerete). Per il resto, pochi scossoni, con addirittura quattro posizioni stabili tra i primi dieci e movimenti minimi tra le prime tre posizioni (Dimitri Vegas & Like Mike e Hardwell scendono di un gradino ciascuno, Garrix ne guadagna due).

 

 

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Top 100 showmen
Il dj come lo conoscevamo un tempo si è definitivamente trasformato. Evoluzione. I dj che dominavano le scene negli anni ’90 erano l’iconografia perfetta del mettitore-di-dischi, chini sul mixer, una mano sul vinile da lanciare, cuffie in testa, basso profilo. Le leggende: Sasha, John Digweed, Carl Cox, Mauro Picotto. Poi è arrivato il tempo dei dj produttori, e pian piano il peso dei due ruoli si è invertito. Sembra superfluo specificare quanto sia imprescindibile avere il proprio nome associato a tracce e remix che funzionano e che diventano hit (da club o popolari) per diventare dei grandi dj. Anche nel circuito più alternative, quello che idealmente vorremmo più vero per antonomasia (in realtà sono semplicemente dinamiche differenti), essere soltanto dei dj puri, e non dei producer, è ormai una chimera. Ma oggi stiamo assistendo a un ulteriore passo evolutivo. Il confine tra live set e dj set si è assottigliato fino a diventare indistinguibile, ce ne accorgiamo davanti a Martin Garrix che presenta i propri brani mettendosi a suonare la chitarra e lasciando parte del palco alla cantante Bebe Rexha; ce ne accorgiamo quando lo show di Major Lazer è un carnevale di suoni, colori, coriandoli, con Diplo nelle vesti di animatore e la musica che è un frullato di loro successi e di tracce altrui. Ce ne siamo accorti nell’ottimo show dei Chainsmokers a Milano, anche qui una sorta di dj set camuffato da concerto, con le hit dell’ultimo anno messe in fila, originali o remix, in perfetta sintonia con i visual e intervallate dagli interventi di Andrew Taggart al microfono. Skrillex da tempo fa la rockstar travestita da dj, e la scorsa estate il bagno di folla che ha accompagnato David Guetta sotto la Tour Eiffel a Parigi è diventato un caso mediatico per la denominazione “concerto” dato all’esibizione. Ci siamo: il dj è diventato uno showman a tutti gli effetti. Timmy Trumpet con la sua tromba, la maschera di Marshmello e le torte di Steve Aoki. Siamo di fronte a un cambiamento epocale in termini di entertainment. E guardando al futuro, tutto questo è molto eccitante ed entusiasmante.

 

 

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Chi scende e chi sale
Figlia delle considerazioni fatte finora è una classifica che vede premiati Major Lazer (+10 posizioni), Yellow Claw (+28), Kygo (+7) e DJ Snake (+10), act fortemente spettacolari e dai live prorompenti. Altri nomi in forte ascesa sono Galantis, Robin Schulz, che hanno messo in campo hit globali, e personaggi dal forte appeal sul proprio pubblico, come Swanky Tunes (che scalano addirittura 70 posizioni!), Marlo, KSHMR, Don Diablo, Ummet Oscan, Quintino, DJ Chetas. E Oliver Heldens, che rosicchia un +4 entrando in Top 10, in un anno su cui non ci avremmo scommesso così forte. Perdono terreno quegli artisti che appaiono in crisi di immaginario, coloro che non riescono a darsi un’identità forte per poter fronteggiare una classifica che vede nella capacità di comunicazione e in un “personaggio” preciso un’arma molto efficace. Giù quindi Nicky Romero, Blasterjaxx, Fedde Le Grand, Dannic, Dyro, Showtek. In questo senso sorprende un po’ vedere la flessione anche di deadmau5, NERVO, Calvin Harris, Diplo, che invece hanno una comunicativa potente e un grandissimo engagement con il pubblico. Fa un po’ male vedere miti come Carl Cox, Paul van Dyk e Ferry Corsten perdere inesorabilmente posizioni anno dopo anno.

 

 

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Le nuove entrate
Sono parecchie. Innanzitutto la re-entry dei Chainsmokers alla posizione 18, prevedibile ma davvero molto importante, proprio per le ragioni di cui parlavamo prima e per il posto nella Top 20; e poi Marshmello, nuova entrata molto alta (alla 28) per un artista nato quasi come un gioco. Tra le new entry significative Alan Walker, Lost Stories, Jauz, Flume e Timmy Trumpet, che rappresentano il nuovo che avanza, in termini di stile musicale (sono lontani, ognuno a modo loro, da ciò che è “classico” nel mondo dance). E gli italiani Daddy’s Groove, che finalmente trovano il meritato posto al sole. Parecchie anche le re-entry: Martin Solveig, Infected Mushroom, e i già citati The Chainsmokers i nomi più pesanti. Note dolenti, le nuove entrate “mancate”: pochi gli italiani e poche le donne. Tra i compatrioti solo tre ce l’hanno fatta: Daddy’s Groove, Zatox (ormai presenza fissa) e i VINAI che riescono a guadagnare sei posizioni e arrivano a un prezioso 37esimo posto. Bravi. Le donne sono sempre troppo poche: NERVO e Miss K8 le uniche presenze femminili in classifica.

 

 

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Dove si va?
Diventa sempre più difficile avere dei riferimenti precisi, e questo è molto stimolante. L’EDM non è morta come qualcuno auspicava, ma di sicuro si è già trasformata, se ci fate caso gli artisti non sono più così felici di definirsi EDM, preferiscono altre denominazioni, come se il genere fosse già vecchio e superato. L’ondata deephouse si è arrestata in termini di ascesa pop, mentre future bass, future house, tropical e soprattutto una nuova dance fatta di canzoni ha preso rapidamente piede. Ottimi esempi sono Alan Walker, Flume, Robin Schulz, The Chainsmokers, Major Lazer, e ‘In The Name Of Love’ di Martin Garrix: se ci fate caso, spesso non è nemmeno più “obbligatoria” la cassa in quattro. Una dance che si fa pop. Il futuro è qui, come lo è nei generi che spesso consideriamo poco ma hanno numerosi fan (l’hardstyle, per esempio) e nei nomi di dj che sconosciuti dalle nostre parti ma idoli assoluti altrove (DJ Chetas, Kura, Bobina). Generi e nomi che stanno germogliando in qualche angolo del mondo, come il chiacchierato gqom di Durban in Sudafrica, ad esempio. La periferia di nessun centro. Il bello dell’evoluzione.

 

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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