Tutte le foto: DJ MAG Top 100 issue
E così, è successo. David Guetta ha battuto ogni record, diventando il primo DJ a conquistare per ben sei volte la vetta della DJ MAG Top 100 Djs (superando Martin Garrix e Armin van Buuren, cinque volte vincitori), la classifica più popolare del mondo, la più amata, discussa, votata, chiacchierata. Fa specie pensare che quando Guetta conquistò per la prima volta la Top 100, nel lontano 2011, si creò una spaccatura profonda nel mondo del clubbing. Perché per la prima volta un DJ non solo superstar, ma anche e forse soprattutto popstar, si prendeva il posto al sole che prima era appannaggio di artisti cresciuti nel mondo dei club, certo, grandi, certo mainstream, certo capaci di aggregare moltissime persone sotto i palchi dei grandi festival; ma personaggi come Tiësto, Armin van Buuren, Paul van Dyk, Paul Oakenfold, Carl Cox, non erano mai usciti dalla consolle. Guetta, sì. Era già quello di ‘I Gotta Feeling’ dei Black Eyed Peas, era quello di ‘Memories’, di ‘When Love Takes Over’ con Kelly Rowland e tante altre hit mondiali, di F**k Me I’m Famous a Ibiza. Era quello che, partito dalla house credibile e seria della scuola parigina, era diventato sfacciatamente colorato, sorridente, decisamente pop. Aveva contribuito all’esplosione dell’electro-house in America, aveva chiamato cantanti come Kelly Rowland sui suoi pezzi, aveva un’attitudine esplicita per le canzoni con i ritornelli memorabili da cantare felici con le mani al cielo. Non era ammissibile, per molti, che diventasse la figura rappresentativa del mondo dei DJ. Per altri, era il futuro. La svolta EDM, i DJ che finalmente diventavano centrali anche sui palchi, star, frontman, insomma davvero pop, perdonerete se abuso di questa parola.
Una cosa va sempre ricordata, all’infinito a al netto delle polemiche degli scontenti e degli esclusi: la DJ MAG Top 100 DJs è una classifica a votazione popolare.
Votano gli appassionati, di ogni parte del mondo, senza “giurie di qualità” delle redazioni o di esperti del settore.
Non vi piace cosa ama la gente? Pensateci la prossima volta che scegliete il governo.
Quindici anni dopo, è palese che David ci avesse visto giusto. Intendiamoci, molta acqua è passata sotto i ponti e oggi i e le DJ superstar appartengono al mainstream come alla techno, alla house, a stili e generi che fino a pochi anni fa erano davvero underground. Su tutti, Charlotte de Witte (ne parleremo più avanti). Come molte e molti di voi, a vedere nuovamente Guetta in cima il mio primo pensiero è stato “Ancora?!”. Perché il regno di Guetta sembra davvero infinito, e la sua controparte più giovane, Martin Garrix, si palleggia con lui il trono da tanti anni ormai, senza soluzione di continuità e senza alcun ricambio al vertice che sembra presagire un brutto rischio, quello di vedere il nostro mondo impantanarsi su nomi immortali che non lasciano spazio al nuovo. È davvero così? Sì e no.
È innegabile che David Guetta sia ormai un volto noto, forse troppo. Ma è anche innegabile, al netto dei gusti personali, che sia un artista – e un imprenditore – capace di rinnovare sempre i propri brand, dai format di Ibiza alle produzioni, dal tour negli stadi ai nuovi territori dove spesso arriva per primo. E la sua popolarità è senza dubbio fuori scala rispetto ai colleghi. David Guetta è la figura che più di ogni altra ha saputo prendere l’idea stessa di DJ per portarla a vette che nessuno mai avrebbe immaginato. Forse solo sognato. Quindi, in una classifica che premia la popolarità, vince senza discussioni. Così come giustamente vince Garrix, vince ALOK, vince uno come Timmy Trumpet che porta in giro una sua cosa, unica. Perché una cosa va sempre ricordata, all’infinito a al netto delle polemiche degli scontenti e degli esclusi: la DJ MAG Top 100 DJs è una classifica a votazione popolare. Votano gli appassionati, di ogni parte del mondo, senza “giurie di qualità” delle redazioni o di esperti del settore. Non vi piace cosa ama la gente? Pensateci la prossima volta che scegliete il governo.
Ma vince anche Anyma alla posizione #3, e qui è necessario aprire un discorso a parte. In primis, anche solo per amore di cronaca, perché per la prima volta un artista italiano arriva in top 3 (prima di lui, il più alto era stato Mauro Picotto alla numero #8 nel 2001). E poi perché siamo di fronte al futuro. Matteo Milleri era già un gigante con Tale Of Us, capace di un’escalation impressionante. Ma la sua creatura solista ha fatto un salto quantico. Che poi solista non è, perché Anyma vive di un progetto in cui la parte visiva e creativa oltra la musica è inscindibile. E proprio questo, l’essere un artista multidisciplinare, lo porta ad essere il futuro di questo mondo. Non è questa la sede per fare profezie, ma certamente ciò che ha costruito in questi anni lo porterà ancora più in alto, mentre già tanti seguono (o ci provano, a seconda di idee e budget) la scia: quanti AV show, più o meno riusciti, abbiamo visti nascere negli ultimi due anni? Non c’è dubbio: Anyma è al terzo posto perché ancora la cosa deve davvero esplodere al 100% – ed è tutto dire – ma la sua visione è avanti di parecchio, e non potrà che creare nuovi standard, sempre più elevati, influenzando anche altri generi. Se parliamo di meritocrazia del voto popolare, in questo caso gli appassionati hanno scelto un artista che ha giocato una carta suggestiva, ma l’ha fatto con una dedizione e una qualità ad oggi ineguagliati.
Chi invece riesce ad essere popstar suonando senza compromessi, e quindi lontana anni luca dai super show con le hit o con i visual che sovrastano la musica, è Charlotte de Witte: da anni non vedevamo una figura così fortemente e radicalmente techno, arrivare così in alto. Oggi de Witte incarna lo spirito migliore di questo mondo, quello che non cede alle lusinghe dei compromessi, che vive di una narrazione legata alla cultura di questa scena, che la trascina, ma che riesce anche, con intelligenza, ad ampliare il proprio pubblico con scelte sensate (i set nelle piazze), con un’immagine coerente, solida, sobria e affascinante allo stesso tempo. Charlotte è la DJ che rappresenta tutta la narrazione virtuosa sulle donne DJ ma non è mai stata quella che ha fatto leva sul suo essere la mosca bianca. E anzi, con estrema naturalezza ha saputo farsi icona di un mondo.
E il resto? La Top 100 racconta piccoli e grandi cambiamenti: la tech house domina, una sorta di nuovo mainstream che surfa tra credibilità e popolarità, un po’ perché più universale e “digeribile” di altri stili, un po’ perché i suoi rappresentanti migliori ci hanno regalato un anno di set emozionanti: Chris Stassy, Josh Baker, Jamie Jones, Michael Bibi. Ci mettiamo anche (e forse soprattutto) Joseph Capriati, finalmente in classifica con il suo ingresso alla #68 ma che, a fronte di un anno magico e di uno status ormai leggendario anche tra i colleghi, merita certamente di più. Ma fa piacere vedere anche alfieri di un suono ampio ma comunque alternativo, come Fred again.., Skrillex, Illenium, occupare posizioni forse un filo basse per il loro anno, ma comunque ben piazzati. Resistono leggende come Carl Cox, Tiësto e una generazione nuova fa breccia: Ben Nicky, Mahmut Orhan, KI:KI, e nomi come Yousuke Yukimatsu, Prospa, Cloonee, Miss Monique che hanno consolidato e ampliato una fama internazionale, crescendo enormemente.
Sta scomparendo la afro house, dove resiste chi ha saputo diventare brand andando oltre (Keinemusik, Black Coffee); la techno è saldamente in classifica ma la sua versione più hard perde a sua volta un poco di terreno. Sparsi qua e là ci sono alcuni immortali dell’era EDM, e tutto il resto è il sintomo di un momento transitorio, dove i sound e i circuiti si mescolano senza problemi, in attesa di un nuovo, grande trend, di una grande onda che ancora non si vede all’orizzonte.
In ultimo, come sempre, la nota di colore, anzi tricolore: cinque artisti italiani in Top 100, il più alto naturalmente Anyma sul podio, poi bisogna arrivare alla posizione #68 per trovare Joseph Capriati, quindi Giuseppe Ottaviani (#78, un mito tranche che resiste e si prende la sua meritata fetta di gloria), Deborah De Luca (#81, sempre controversa ma sempre amata e popolare, la sua presenza parla da sé), Marnik (#88, sempre in Top 100 grazie alla grande capacità di trovare un proprio spazio e una propria dimensione nel tempo).
Grandi assenti? Ci permettiamo tre nomi italiani: Meduza, ormai vere star globali; Enrico Sangiuliano, techno maestro che sta facendo scuola con il suo sound e che ci ha regalato set mozzafiato quest’anno; Marco Faraone, in grandissima ascesa e ormai saldamente in un circuito super big. E uno internazionale. Four Tet, alternative hero per eccellenza ma ormai fisso sui mainstage dei grandi festival.
Tutto il resto è buzz. Chiacchiericcio. Polemica da esclusi o da chi magaria vrebbe meritato ma non c’è. Così come abbiamo visto negli anni meteore arrivare e scomparire. Fa parte del gioco. Il bello di chi ancora non c’è è proprio questo: forse ci sarà domani, forse riuscirà a portare in alto generi, suoni, stili ad oggi impensabili. La seconda parte degli anni ’20 è iniziata. Tutto si trasforma rapdiamente. Prepariamoci a grandi cambiamenti negli anni a venire.
08.10.2026






