Esiste, nelle nuove generazioni che lavorano nel mondo della musica, e in particolare nel clubbing, una mentalità che è naturalmente, spontaneamente orientata ad occuparsi di diversi fronti, ad essere multitasking, ad avere una visione d’insieme che non limita il lavoro e la creatività ad un solo aspetto del nostro mondo, ma tende invece ad essere contemporaneamente attiva on stage e in ufficio, in studio e in viaggio, front to the back, senza soluzione di continuità.
In questo senso, Vithz è il ritratto perfetto di chi riesce a stare in equilibrio su tutti questi diversi aspetti del nostro mondo: personalità poliedrica e sempre in movimento, dj, promoter, organizzatore di eventi, booker e molto altro, rappresenta al meglio la capacità di essere multitasking e lavorare su molti fronti diversi, con una spiccata propensione internazionale di una generazione giovane ma già matura e consapevole.
Ci siamo fatti raccontare da lui i suoi progetti e il suo universo.
Foto: Bruno Contrino
DJ, promoter, organizzatore di eventi e molto altro: come ti descriveresti oggi, in questo momento della tua carriera?
Oggi faccio fatica a definirmi con un solo ruolo, e in realtà non sento nemmeno il bisogno di farlo. Sono partito dalla musica, dal DJing, ma col tempo mi sono appassionato sempre di più a quello che succede intorno: la scelta degli artisti, la costruzione di un’identità, le persone e le idee che permettono a un progetto di prendere forma. Mi piace stare da entrambe le parti. Da una parte c’è Vithz, con la mia ricerca musicale e il bisogno di continuare a suonare e a sperimentare. Dall’altra ci sono i progetti che seguo, dove posso trasformare una visione in qualcosa di concreto, coinvolgendo altre persone e creando opportunità. Sono due dimensioni che a volte si alimentano a vicenda e altre volte richiedono di trovare un equilibrio. La parte imprenditoriale può assorbire moltissimo tempo, e per me è importante non perdere il contatto con la ragione per cui ho iniziato: la musica. Oggi mi sento più consapevole rispetto a qualche anno fa, ma non penso di essere arrivato a un punto definitivo. Ho ancora tante cose da imparare e da esplorare. Mi interessa costruire, senza smettere di essere curioso.
Italia-resto del mondo: sei un professionista della musica atipico, che invece di consolidare e radicarsi nella propria città, allarga sempre il campo verso diversi luoghi. È una scelta di stimoli personali o un’esigenza lavorativa o artistica?
È un po’ entrambe le cose, ma credo che alla base ci sia soprattutto un bisogno personale. Ho sempre fatto fatica a immaginare il mio percorso all’interno di un unico contesto. Mi piace conoscere ambienti nuovi, osservare come cambiano le persone e il modo in cui vivono la musica, confrontarmi con mentalità diverse dalla mia. Ogni scena ha un suo linguaggio. Cambiano i riferimenti musicali, il rapporto con il pubblico, l’estetica e persino il modo di concepire la nightlife. Tutto questo mi incuriosisce e inevitabilmente influenza anche il mio modo di lavorare. C’è poi un aspetto molto concreto: quando costruisci progetti e relazioni, allargare lo sguardo ti permette di vedere possibilità che magari non avresti considerato restando sempre nello stesso ambiente. Ma non mi interessa spostarmi tanto per dire di essere internazionale. Preferisco costruire connessioni che abbiano un senso e che possano svilupparsi nel tempo. Credo anche che cambiare spesso prospettiva ti aiuti a non sentirti troppo sicuro di quello che sai. Ti rimette nella posizione di chi deve ascoltare e imparare. Per me è importante, perché non vorrei mai che l’esperienza si trasformasse in una routine o che il lavoro diventasse qualcosa che faccio semplicemente perché ormai so farlo.
Ci racconti i tuoi progetti e quali sono le caratteristiche principali di ciascuno?
La cosa che mi piace del mio lavoro è che non esiste un unico modo di raccontare la musica. I progetti che seguo hanno personalità molto diverse e, proprio per questo, mi permettono di esplorare direzioni che altrimenti probabilmente non prenderei. Vithz è la parte più personale. È il mio spazio per esprimere il mio gusto, senza dover rispondere all’identità di un brand o alle esigenze di un progetto collettivo. La mia ricerca si muove tra 90/2000’s house, electro, minimal e techno. Mi piace mantenere una certa libertà, non sentirmi obbligato a seguire un suono preciso e lasciare che la musica si evolva in base ai contesti che vivo. U Feel è il progetto che ho fondato nel 2018 e probabilmente quello che rappresenta meglio la mia visione della musica come esperienza. Ha un’impronta molto musicale, internazionale, con un’identità che definirei underground chic. Mi interessa unire ricerca artistica, estetica e atmosfera senza perdere la credibilità e la spontaneità della cultura underground. Non vorrei che U Feel fosse riconoscibile soltanto per gli artisti che propone, ma anche per il tipo di mondo che riesce a creare intorno alla musica. È un progetto che continua a evolversi e attraverso il quale cerco di mettere in relazione scene, persone e sensibilità diverse.
Isola di Mortorio ha un’identità completamente diversa, perché nasce dal mondo della moda. È un progetto con una dimensione prevalentemente nazionale, in cui il fashion e il lifestyle influenzano molto anche le scelte musicali. La direzione artistica deve dialogare con un immaginario estetico preciso: gli artisti, i suoni e l’atmosfera devono essere coerenti con il carattere del brand. È interessante perché mi porta a ragionare non soltanto sulla musica in sé, ma su come la musica contribuisca a definire un’esperienza e un’identità.
Lost Boys invece, ha un’anima più street e un approccio più popolare, nel senso migliore del termine. È un progetto che può parlare a tante persone e creare un punto d’incontro tra giovani generazioni attraverso la musica. La cosa che mi interessa di più è la possibilità di influenzare positivamente il modo in cui un pubblico giovane scopre e sviluppa i propri gusti musicali. Non si tratta di dire alle persone cosa devono ascoltare, ma di metterle in contatto con artisti, sonorità e culture che magari non avrebbero incontrato altrimenti. Lo vedo quasi come un percorso educativo, ma senza la rigidità di una lezione: si impara ascoltando, vivendo un evento, scoprendo qualcosa che non si conosceva. E la sua dimensione più urbana mi permette di fare scelte artistiche differenti rispetto a U Feel e Isola di Mortorio, con un linguaggio più diretto e vicino alle nuove generazioni.
Feel The Agency è una sfida diversa. L’ho lanciata come piattaforma di booking con l’idea di dare un supporto concreto agli artisti, soprattutto a quelli più giovani che hanno talento ma magari non hanno ancora una struttura o un riferimento che li accompagni nella crescita professionale. Stiamo costruendo il roster e le relazioni sia in Italia sia a livello internazionale, ed è un lavoro che richiede tempo.
Tantissima carne al fuoco, e sei comunque molto giovane per aver messo insieme tutti questi progetti. Come gestisci tutto?
C’è una frase che ripeto spesso agli artisti con cui collaboro: non bisogna avere fretta. Nel nostro settore è facile guardare i risultati degli altri e pensare che tutto debba succedere subito. Io credo invece che un percorso solido abbia bisogno di tempo, di scelte giuste e di una crescita che coinvolga tutti: l’artista, l’agenzia e le persone che gli ruotano intorno. Anche noi, come struttura, dobbiamo crescere e imparare. Non voglio forzare i tempi per ottenere risultati immediati, ma creare le condizioni perché le cose possano funzionare davvero nel lungo periodo. È un lavoro in progress, ma è proprio questa prospettiva a interessarmi. In fondo, ogni progetto mi obbliga a pormi una domanda diversa: a chi stiamo parlando, cosa vogliamo comunicare e quale esperienza vogliamo creare? Per me la direzione artistica comincia proprio da lì, non semplicemente dalla scelta dei nomi da mettere in line-up.
Avendo a che fare con tanti artisti e situazioni, raccontaci qualcosa di curioso che ti è capitato in questi anni?
Una cosa che mi è rimasta particolarmente impressa è successa l’anno scorso a Tirana. Nel tempo ho costruito rapporti con tanti artisti, e credo che uno degli aspetti più belli di questo lavoro sia proprio vedere come certe relazioni, nate dalla musica, possano trasformarsi in esperienze inaspettate. L’anno scorso alcuni amici albanesi mi hanno chiesto una mano con il booking per un festival che stavano organizzando a Tirana. Siamo riusciti a portare Traumer, Romain, in una location abbastanza particolare: un grande parcheggio coperto nel centro della città, trasformato in uno spazio per circa 3.000 persone. La programmazione prevedeva che lui suonasse dall’una alle tre di notte e io dalle tre alle cinque. Con Romain avevo già avuto modo di passare del tempo in altre occasioni e ammiro molto il suo percorso artistico. Quella volta avevamo condiviso una bella giornata e una bella serata, e quando è arrivato il momento di suonare siamo rimasti insieme anche in consolle, finendo per fare un extended back-to-back di diverse ore. È stato uno di quei momenti che nascono spontaneamente, senza essere programmati, e che proprio per questo ti rimangono impressi. Al di là della musica e del contesto, è stato bello condividere quell’esperienza con una persona che stimo, con cui si è creato un rapporto che va oltre il semplice lavoro. Per me il lato umano in questo settore conta tantissimo. Le relazioni professionali sono importanti, naturalmente, ma quando c’è anche una connessione autentica tutto assume un significato diverso. E quella notte a Tirana è stata una bella dimostrazione di questo.
Cosa c’è nel tuo 2027?
Il primo cambiamento arriverà già a fine novembre, quando mi trasferirò a Ibiza. Sento il bisogno di cambiare ambiente, stare più vicino alla natura e circondarmi di stimoli che possano alimentare la mia creatività. Per me non è soltanto una scelta legata alla musica: è anche un modo per cambiare ritmo e ritrovare uno spazio personale. Quando passi molto tempo a gestire progetti, persone e impegni, rischi di lasciare sempre in secondo piano il tempo necessario per creare qualcosa di tuo. Durante l’inverno continuerò a seguire da remoto i diversi progetti e gli eventi, ma voglio anche dedicare più tempo alla produzione musicale e capire dove mi porterà la mia ricerca artistica. Non ho la pretesa di programmare ogni cosa. Vorrei piuttosto mettermi nelle condizioni giuste per lasciare spazio a nuove idee. Per il 2027 c’è poi qualcosa di cui, per il momento, preferisco non parlare troppo. Stiamo ragionando sulla possibilità di sviluppare un nuovo festival in Italia, pensato soprattutto per le nuove generazioni, con l’ambizione di creare un format che possa crescere nel tempo e avere una prospettiva internazionale. È ancora un’idea in fase di sviluppo, quindi non voglio anticipare dettagli o creare aspettative premature. Quello che mi entusiasma è la possibilità di costruire qualcosa che non sia soltanto un evento, ma un progetto culturale capace di parlare a una nuova generazione e di darle uno spazio in cui riconoscersi. Per il resto, preferisco lasciare che le cose prendano forma. Ho imparato che non tutto deve essere annunciato subito: alcune idee hanno bisogno di tempo per diventare qualcosa di concreto. E forse, in questo momento della mia carriera, è proprio questo che mi interessa di più: continuare a costruire, ma senza perdere la libertà di sorprendermi.
03.11.2026






