Venerdì 18 Ottobre 2019
Costume e Società

I dj resident vanno in pensione

Come si sta trasformando una delle figure più importanti nella storia dei club

Craig Richards, storico dj resident del fabric di Londra fin dal lontano 1999, ha rivelato in un’intervista a Crack Magazine che non sarà più presente ogni settimana alla consolle del noto e prestigioso club londinese. Terrà una serata mensile ma dice, riassumendo il discorso che trovate QUI, che dopo tutto questo tempo e dopo i mesi di chiusura forzata a cui il fabric è andato incontro lo scorso anno, ha riflettuto sulla sua relazione con il club, sull’importanza di una residenza settimanale, sulla sua storia e sulla voglia di suonare maggiormente in giro per locali e festival che ha provato durante l’assenza forzata dal fabric. Fin qui nulla di strano, anche i rapporti più duraturi subiscono i cambiamenti del tempo e della vita, e un dj che decide di portare la frequenza con cui mettersi di fronte al suo solito e consolidato pubblico da settimanale a mensile non è nulla di clamoroso o eccezionale. Ma apre una serie di considerazioni sulla figura più importante della club culture, spesso sottovalutata e oggi più che mai messa a rischio dall’evoluzione della specie: il dj resident. Una figura che sta attraversando una fase molto particolare.

Il luogo comune degli ultimi anni, anzi quasi un mantra, è “i resident stanno scomparendo”. E in effetti in molti casi è così. Riavvolgiamo il nastro. C’era una volta, in una discoteca lontana lontana, un tizio che arrivava prestissimo, praticamente quando bartender e camerieri stavano ancora sistemando la sala, le ragazze alla porta stavano ultimando le liste e le cubiste erano in camerino per il make up. Il tizio portava con sè un paio di borsoni pieni di dischi, iniziava a suonare a pista vuota, vedeva crescere il numero di persone in sala, accompagnava i brindisi con i primi drink, alzava il volume e l’intensità dei brani via via che il dancefloor prendeva vita, dai temerari che si gettavano in pista subito fino a che a ballare c’era tutto il locale. E proprio allora, quando l’orgasmo di aver preso tutti e averli fatti ballare stava per compiersi, ecco che il coito veniva interrotto sul più bello dall’annuncio che era arrivata la star, il guest dj, l’ospite di turno. E l’artigiano lasciava spazio all’artista. Al di là di questa versione romanzata, la figura del resident ha avuto una sua evoluzione dagli anni ’70 e ’80, in cui il dj era quasi un tappabuchi tra le performance delle band e delle orchestre che ancora abitavano quello spazio in trasformazione tra la balera di un tempo e la discoteca nel senso moderno del termine, agli anni ’00 in cui il suo compito e la sua collocazione hanno invece tratti ben precisi. È nel corso degli anni ’90 che i club vivono una stagione di vera crescita, e nello stesso periodo si vengono a consolidare alcune figure di questo ecosistema. Promoter, PR, direttori artistici, direttori marketing, dj. Il dj resident diventa colui che, nel migliore dei casi, rappresenta l’anima musicale del club, e visto che ci suona sempre, ne conosce a memoria pubblico e dinamiche. È una figura di primissima importanza perché non si tratta più soltanto di uno “scaldapista”, ma di un professionista in grado di creare, se è bravo, abitudini, gusto, educazione nel pubblico, contribuendo ad associare la qualità della musica a quella del club e creandone lo spirito e l’atmosfera. Quanti dj bravi, famosi e celebrati in tutto il mondo, si sono fatti le ossa per anni come resident? Quante volte proprio i resident sono stati gli artefici del successo di una traccia, magari rimasta oscura a moltissimi appassionati altrove, ma diventata inno nel loro club? Poi l’ecosistema dei club si è evoluto di nuovo.

I resident non hanno avuto vita facile negli ultimi sette-otto anni. I club sono in sofferenza, i festival hanno imposto un cambio di marcia e di abitudini, e questo significa sia che il pubblico nutre aspettative fortissime sempre, abituato ormai ai ledwall e agli effetti speciali anche in una qualsiasi serata infrasettimanale in provincia, sia che i set sono brevi, concisi, slot da 90 minuti che paragonati alle tre o quattro ore di un tempo sono davvero uno spazio ristretto. Conseguenza: i giovani dj molto spesso non vogliono fare i resident e non hanno nemmeno più molto a fuoco l’idea stessa di suonare in modo abitudinario davanti a un proprio fedele pubblico di riferimento. In tantissime sitazioni la serata parte già “alta”, i dj che suonano per primi vogliono dimostrare tutto subito, non esiste molto il concetto di warm up, di peak time, di late time o di closing set. C’è una tendenza a dare tutto subito che ha espropriato il resident del suo ruolo di Caronte, di Virgilio, prendete il lato di Dante che preferite, in ogni caso di traghettatore tra il pre-serata e il momento in cui tutti i freni sono smollati. Forse non è questa la causa che ha portato Craig Richards ad abbandonare, o meglio a rallentare, la sua storica residency al fabric, nel suo caso ci sono di mezzo certamente molti stimoli nuovi e tante richieste di booking, ma di sicuro è un sintomo.

A onor del vero, le ultimissime stagioni stanno vedendo anche un ritorno della figura del resident come la si è sempre intesa, anche se pure qui in maniera evoluta e aggiornata: club come il Berghain possono affermare di avere resident come Len Faki o Marcel Dettmann, artisticamente nati proprio lì e sbocciati come superstar mondiali anche grazie all’importanza del club stesso. Su scala meno altisonante, diverse serate, soprattutto laddove si punta su house, techno e generi che raramente prestano il fianco a dj intrattenitori come nel caso di trap o EDM, sta tornando prepotentemente il gusto, o la necessità, di tenere in grande considerazione quei dj che possono gestire una serata dall’inizio alla fine, un po’ perché permettono un certo risparmio economico rispetto alla presenza di un guest, un po’ per cultura. Viceversa, tanti sono ormai i dj già noti che decidono di condurre delle serate senza colleghi ad aprire o chiudere il loro set. Un esempio illustre è bellaciao di DJ Ralf che ha da pochissimo aperto la sua decima stagione proprio con un “total Ralf” di sette ore. O ancora le maratone di Marco Carola, Ricardo Villalobos o Danny Tenaglia entrate ormai nella leggenda.

Insomma, il titolo dell’articolo è provocatorio: i dj resident vanno in pensione, nel senso che l’idea di resident di un tempo è certamente stata trasformata dalle abitudini e dai cambiamenti che hanno investito i club; ma d’altra parte, questa figura esiste sempre, trasfigurata, declinata secondo le necessità di oggi, me forse più che mai è necessaria e utile per fare in modo che tra club e pubblico si crei un collante di complicità, di famigliarità, che spesso porta a una fruizione più colta, matura, consapevole e anche divertita della musica, senza aspettare le inevitabili hit e le iperboli che porta in dote la borsa del super dj ospite, ma imparando ad apprezzare e conoscere le molte sfumature che un dj di stanza permanente sulla stessa pista può offrire. 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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