Lunedì 01 Giugno 2020
Interviste

Don Carlos e la house come messaggio d’amore

La visione dell’artista finisce in un nuovo album, ‘Livin A Dream’, che, direttamente dagli anni Novanta, raccoglie inediti e versioni introvabili. Aperto l’archivio, ecco il resoconto di un suono e di un uomo. Che parla di amore in un momento difficile

Dalla fine degli anni Settanta a oggi ha miscelato ritmi elettronici a suoni jazz afroamericani finendo per creare prima una Disco tutta sua e poi una house dall’anima innovativa. Arrivato a una deep house fortemente italiana, totalmente Italo house, dal suo studio Don Carlos sperimenta e pianifica ciò che è proponibile nei suoi set: brani classici, del passato, evergreen dal beat scuro e sicuro, black e nello stesso tempo moderni. Lo ha sempre fatto. Oggi Don Carlos vive sul Lago Maggiore, a Monvalle, un piccolo paese in provincia di Varese.

Non è il principe delle Asturie, Don Carlos, è un dj produttore che un giorno decise di fare il balzo nel mainstream: il crossover avvenne finalizzando un pezzo strumentale come ‘Alone’, un viaggione riconducibile alla prima house e alla ambient, e su cui Umbi Damiani, patron di Irma Records e rispettoso nonché rispettabile professionista col fiuto infallibile e contemporaneamente raffinato nelle scelte, mise le mani. L’uscita sulla sublabel Calypso Records è del 1991. Tutti i dj house del tempo, italiani e stranieri, iniziarono a suonare ‘Alone’. Tutti. Ed è un piacere tirovare Don Carlos oggi, 2020, proprio mentre escono due importantissimi dischi suoi.

 

Oggi il grande pubblico vuole divertirsi, tanto. Anche dai balconi, in mancanza di meglio vista la brutta situazione contingente. Qual è la tua idea?
Abbiamo tanti problemi al mondo: il Coronavirus ma anche le popolazioni che nel 2020 muoiono ancora di fame, che non hanno acqua da bere; abbiamo guerre per il petrolio. Penso che la musica attraversi il mondo per donare qualche momento di gioia a tutti. La house ad esempio ha sempre lanciato messaggi di pace. La house music dovrebbe essere una religione, una dottrina da seguire. Dobbiamo insegnare ai più giovani che si vive in funzione degli altri. Siamo unici e inimitabili. Dobbiamo tirare fuori quello che abbiamo dentro. Non dobbiamo copiare gli altri ma studiare e imparare dal prossimo.

Hai un nome da segnalare tra i nuovi talenti che tieni sott’occhio?
A me piace molto l’etichetta italiana Cosmic Rhythm, che con i suoi progetti cerca di riproporre quel concetto Italo house tanto importante negli anni Novanta. Con dei miei amici Michele (Lamacchia) e Nicola (Loporchio) ho creato anche un nuovo progetto, Mediterranean Keys Collective.

Sono cambiati i metodi di selezione dei dj, ormai. Purtroppo o per fortuna?
Oggi sembra che tutto sia rivolto al mondo degli influencer e di chi produce “brani di successo” (scritto tra virgolette). Credo che ci siano ancora dj, in Italia e nel mondo, che culturalmente possano dare ancora un grande contributo al mondo dei club. Non basta avere due milioni di follower o mettere insieme due sample presi da una traccia del 1978 e metterli in loop per essere considerati dei dj. Credo che, per chi ha fatto la gavetta come me e come la mia generazione, senza i mezzi tecnici che abbiamo oggi, la credibilità sia un diritto acquisito nel tempo. Le nuove generazioni dovranno guadagnarsela, la credibilità. Ci sono molti giovani preparati che si stanno avvicinando al mondo del vinile per dimostrare di essere dei dj completi, senza trucco e senza inganno. Senza escamotage.

 

 

Su cosa stai lavorando ultimamente?
Ho diversi progetti, che ho quasi terminato. In uscita, oltre all’album ‘Livin A Dream’ da poco in circolazione, per la prossima estate ho pronto un singolo che si chiama ‘After Midnight’, che esce per la danese Music for Dreams, e uno per l’etichetta londinese Utopia Records, intitolato ‘Tuono’. Sono tracce fatte recentemente.

‘Livin A Dream’ è una raccolta di brani inediti e versioni alternative di tracce tutte prodotte negli anni Novanta. Come l’hai concepita?
Sono passati addirittura 30 anni, per alcuni brani dell’album, per altri un po’ meno. Era un’altra epoca, anche per quello che riguarda la registrazione. A quei tempi non c’erano i potenti computer di oggi, era tutto limitato a un piccolo Atari per la gestione dei sample. Praticamente era tutto suonato dal vivo.

C’è sempre richiesta, da parte del mercato, di tue produzioni. Di tracce registrate in quegli anni e non solo. Dopo la ristampa di ‘Alone’ su vinile cosa è successo? E qual è il brano che ti piace di più e quale vedresti in una nuova veste e quindi remixato?
Il vinile di ‘Alone’ è scomparso dai negozi in poco tempo, è vero. Così ci siamo messi ad ascoltare tutti i lavori che a quel tempo avevamo accantonato su dat pensando che un giorno li avremmo potuti ripubblicare. Così è stato. Volevo che si capisse il mio percorso musicale di allora: quale voleva essere il mio messaggio musicale. A parte ‘Alone’, che mi piacerebbe veder remixato da Ron Trent, uno dei brani a cui sono più legato ancora oggi è ‘Paranoia’, che ricalca molto le ritmiche di ‘Alone’ e che nell’album uscirà con due versioni inedite, una su vinile e molto essenziale, e due sul cd che contiene 11 tracce in più del vinile stesso.

 

 

 

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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