• GIOVEDì 08 DICEMBRE 2022
Interviste

Dove vola Luchè

Un album curato nella produzione e ricco di collaborazioni; la scrittura matura e gli egotrip; l'importanza di avere un team; la trap wave; Napoli, Londra e Milano. Abbiamo intervistato Luchè

Foto: Gaetano De Angelis

Il nuovo disco di Luché, ‘Dove Volano Le Aquile’ (Columbia/Sony Music), esce oggi, 1° aprile, ma è tutto meno che uno scherzo. Luca Imprudente è un rapper che può vantare una carriere praticamente ventennale. A pensarci, non sono molti nel nostro Paese a poter vantare questo curriculum: tantissimi nomi del rap game conoscono un successo anche ampio, massiccio, ma poi si schiantano dopo una stagione felice. L’era della trap ce l’ha sbattuto in faccia prepotentemente. Luchè a 40 anni e oggi si presenta con un altro capitolo della sua personale saga artistica, forte del successo consolidato degli ultimi ‘Malammore’ del 2016 e ‘Potere’ del 2019, e con una serie di strofe di tutto rispetto nei dischi di altri negli ultimi cinque anni.

E ha le idee chiare: sul suo album, sulla produzione, su cos avuole da questo disco e dalla sua carriera, ora che è uno dei veterani della scena. Un disco ricco di collaborazioni: CoCo (presente in tre tracce), Elisa (ma in Italia esistono ancora dischi dove non ci sia Elisa?), Etta, Marracash, Madame, Ernia, Geolier, Guè, Noyz Narcos. E frutto di una lavorazione durata a lungo. 

 

Come nasce e quanto ci hai messo a scrivere e produrre ‘Dove Volano Le Aquile’?
Sono stati due anni, anche qualche mese in più, pieni, intensi, di scrittura e di produzione. Un lavoro lungo e complesso, perché le produzioni e gli arrangiamenti sono curati nei minimi dettagli e fino all’ultimo ho riaperto i progetti, aggiunto dei cori, dei suoni, dei dettagli che volevo a tutti i costi. Fino al momento di consegnare il master sono stato in studio. Ma lo dico con piacere, in senso positivo, eravamo sempre al lavoro non perché non fossimo sicuri di quello che avevamo in mano ma perché ci appassionava così tanto che volevamo davvero dare il massimo.

A proposito di produzione: chi sono i beatmaker, i producer e i musicisti coinvolti?
C’è una parte della squadra che è il mio team fisso: D-Ross, Startuffo, Geeno. Con loro lavoro da tempo ormai e il rapporto è consolidato. Poi c’è Nazo, c’è Ferro, un beatmaker sardo che ho scoperto anni fa ed è nei miei dischi da ‘Malammore’. Il resto sono produzioni mie. E c’è Torok, un tastirista che mi segue in studioe dal vivo, è parte della mia band, con cui ho prodotto e finalizzato alcune cose, ad esempio il pezzo con Elisa, ‘D10S’, che apre il disco.

Mi pare di capire che per te è fondamentale avere una squadra fissa, lavorare con persone di fiducia e con cui, immagino, ci sia un feeling profondo quando si sta in studio.
È importantissimo. Per me non ha molto senso aprire le cartelle di beat che mi mandano decine di producer diversi, così la musica diventa poco personale, no? Preferisco costuire le canzoni insieme a chi sento vicino musicalmente, e con cui mi capisco al volo.

Questa è una caratteristica che sta emergendo forte nel rap italiano degli ultimi anni, soprattutto nei dischi di chi ha più esperienza: penso a Guè con Sixpm, penso soprattutto al rapporto tra Marz, e Zef, con Marracash.
È proprio così. Infatti proprio con Marra discutevo tempo fa di questo, di quanto cambi tutto avere dei collaboratori che ogni giorno vengono in studio insieme a noi e instaurano un rapporto concreto, radicato, diventando parte dei dischi che facciamo. Questo ci aiuta a darci un’identità che sia solo nostra. Io voglio che i miei dischi siano i miei, e solo miei, che non somigliano a quelli di nessun altro. Io sono anche un produttore e so cosa significa confezionare un disco in un certo modo. Ma anche Marracash, inconsciamente, è un produttore, nel senso che ha in testa una direzione precisa dei dischi che vuole fare. E allora è meglio avere a fianco delle persone che sappiano realizzare al meglio la nostra idea piuttosto che mettere insieme una “compilation” di beat con i nostri testi sopra.

Foto: Gaetano De Angelis

Questo album arriva a tre anni dal tuo ultimo lavoro, come pensi sia cambiato il tuo modo di fare musica e come è cambiato il panorama musicale intorno a te?
Il panorama musicale è cambiato in peggio: quando è uscito ‘Potere’ eravamo nel pieno dell’esplosione trap, i numeri erano enormi e ‘Potere’ si è difeso bene, riuscendo a rimanere rilevante nonostante non fosse in quella wave, ma proprio grazie alle rime e al disco che era. Adesso c’è più bisogno di musica, perchè l’entusiasmo per la trap, per la sua estetica e anche per lo streetwear che andava di pari passo, è sceso, la bolla è scoppiata, e quindi noi che facciamo rap in un certo modo non sgomitiamo più con una generazione più giovane ma siamo proprio tornati sopra. Guarda solo il successo e il peso dei dischi di Fibra, Guè, Marra in questi ultimi mesi… noi facciamo musica perchè abbiamo un’esigenza precisa di dire delle cose, di comunicare con il pubblico, non è solo l’urgenza di un trend.

E la tua musica?
La mia musica è maturata, la mia scrittura la sento più a fuoco, come ti dicevo ho messo una cura maniacale nei dettagli, è uno dei miei punti di forza, amo più che mai quello che faccio e credo di essere a un punto della mia carriera in cui posso definirmi maturo, nel pieno controllo del mio mezzo espressivo.

Cosa significa fare il rap a 40 anni? Negli ultimi mesi sono usciti i dischi di una serie di artisti che sono ormai dei classici, non solo della scena ma proprio della musica italiana, e ora è il tuo turno. Cosa si può fare e cosa no a 40 anni rispetto a quando se ne hanno 20 e la prospettiva, ma anche la carriera, è certamente diversa?
Il rap ha questa caratteristica molto punk di permetterti di dire ciò che vuoi in modo anche provocatorio, scorretto, se mi passi il termine. Detto questo, dipende da che quarantenne sei, da come ti senti e da come vivi i tuoi 40 anni. Se tu entrassi nella mia tesata, io non mi sento proprio 40 anni. Non voglio dire di essere sempre un ragazzino, scrivo anche pezzi introspettivi e se ci pensi l’ho sempre fatto, anche ai tempi dei Co’Sang. Però mi sento molto fresco, mi ritengo un giovane, mi considero estremamente giovanile. La differenza è tutta l’esperienza di vita che hai alle spalle, la consapevolezza che ti permette di mettere le cose in una prospettiva diversa. Certo, il rovescio della medaglia è che a 40 anni devi essere te stesso, non puoi più metterti in posa e creare un personaggio, recitare un ruolo, perché non può funzionare. Io oggi a 40 anni sono più vero che mai, sono più me stesso che mai. E non voglio rifare cose che ho fatto dieci o venti anni fa, se rifacessi quello che ho fatto con i Co’Sang, ad esempio, sarei fuori tempo, risulterei ridicolo.

 

Domanda antipatica: siamo coetanei, con il rap ci sono cresciuto e mi sono appassionato alla musica. A 40 anni riesco a divertirmi con i pezzi “di genere”, da egotrip e spacconate varie, quando sono ben confezionati, più di quanto non riuscissi quando ero giovane. Mi viene in mente ‘Sport’ con te insieme a Marracash in ‘Persona’, o ‘Slang’ la seconda traccia di questo tuo nuovo album. Però, alla lunga penso sempre che da un rapper della mia età preferisco sentire storie e riflessioni un filo più mature. A questo punto ti chiedo: gli egotrip sono fan service o un’esigenza che resta nella scrittura di un rapper? Non è una cosa che a una certa età rischia di sembrare ridicola?
Il rap è anche un po’ uno sport, per citare appunto il significato di quel pezzo. Quindi l’egotrip, l’esercizio di stile, le rime killer, le punch line, ci stanno sempre, sono una caratterisica del rap e del rap game.

Ma non è un gioco fine a se stesso, a una certa?
Sì, se vuoi lo è. Ma io non credo di averne fatte. Ovviamente ci sta, fa parte del rap, quel fatto di voler, anzi di dover dimostrare di essere sempre il più forte, quello che fa le rime geniali, quello che sta in cima al gioco. Però se a questo punto parlo di certe situazioni e storie, come faccio in ‘Slang’, sono vissute, non sono messe lì per fare scena. Poi è naturale che alla nostra età sentiamo anche l’esigenza di scrivere in modo diverso, più maturo, di parlare d’amore, di narrare delle storie, di mettere in luce anche il nostro lato più introspettivo. Ma il rap è rap e il pezzo con le punch line e l’atteggiamento spavaldo ci sta sempre.

Infatti ti confesso che poi i pezzi che voglio ascoltare con il volume esagerato e il finestrino abbassato sono quelli come ‘Slang’ e ‘Sport’, per capirci… io penso che alla fine questo tipo di brani siano come certi film horror, o d’azione: sono film di genere, accettiamo che ci sia il tizio muscoloso che da solo e con un nunchaku fa il culo a cento nemici armati fino ai denti anche se è improbabile. L’importante è che i combattimenti siano spettacolari e i botti mi facciano balzare dalla sedia.
È chiaro, sì. Va preso per ciò che è: anche se siamo cresciuti, vogliamo semre divertirci. Sono pezzi di genere, appunto, non abbiamo sempre la pretesa di scrivere il pezzo della carriera, ma la strofa sì. Ci sta l’egotrip se è fatto bene e fa divertire noi e chi ascolta, e magari rosicare un altro rapper. Stallone quando ha fatto Rambo non credo avesse vent’anni, no?

 

Napoli: negli anni ‘10 dalla tua città è nata un’onda creativa che ha coinvolto la musica, il cinema, le arti in generale. Negli anni ‘20 cosa succederà a questa grande onda creativa?
Spero innanzitutto di poter contribuire ancora a questa onda creativa. È vero che c’è sempre un grande fermento ma la storia che hanno scritto Pino Daniele, Massimo Troisi, è ancora inarrivabile. Forse sono con Paolo Sorrentino e Toni Servillo nel cinema stiamo raggiungendo quelle vette, oggi. Nella musica c’è fermento ma vorrei vedere anche della concretezza, il mio obiettivo è arrivare al livello di questi grandi, a essere parte della storia di questa città. In giro sento tante cose ma spesso si perdono via in un secondo, non sono fatte per restare, e io voglio restare.

Se invece ti volti indietro a guardare la Napoli dei tuoi esordi, con il filtro del tempo, cosa ti resta?
Di quella Napoli mi resta la passione pura per l’arte: per la musica, per la recitazione, per il cinema. Gli anni dei miei esordi non erano facili, nessuno ci dava retta, non giravano soldi, non c’era possibilità di fare concerti, i giornali non ci cagavano di striscio… aver superato quel periodo significa avere un amore sconfinato per l’arte, per la musica. Se sono così ancora oggi è perché mi ricordo cosa significa voler a tutti i costi fare questo nella vita e non avere nemmeno il minimo dei mezzi per farlo.

Quando hai detto a te stesso “io voglio fare questo nella vita, questo e nient’altro”?
Durante l’adolescenza, intorno ai 13, 14 anni al massimo l’avevo già capito.

Napoli si è affermata come il polo complementare del rap rispetto a Milano, negli ultimi anni. Dico complementare perché non mi pare opposto, semmai proprio due facce di una stessa medaglia, tant’è che molto spesso i rapper delle due città flirtano e collaborano. Com’è il tuo rapporto con Milano?
Milano mi ha sempre regalato tantissime soddisfazioni, ricordo i concerti dell’Alcatraz e pochi mesi dopo al Carroponte con tantissima gente, e quindi sono molto legato a questa città. Ho tanti amici qui e ‘è sempre stata tanta ammirazione da parte dei ragazzi di Milano verso la scena napoletana, verso il nostro stile di vita, la nostra cultura. Ci hanno dimostrato tanto amore e lo ricambiamo. Milano ti insegna molte cose: il business, la capacità di stare con perosne diverse nella stessa stanza. E poi ti insegna la guerra fredda: a Napoli ci scanniamo, artisicamente parlando, con molta facilità e siamo plateali in questo. A Milano impari che se anche qualcuno non ti piace, e ti assicuro che molta gente dietro le quinte non si piace, poi è giusto supportarsi per il bene della musica, per amore dell’arte, e perché così cresciamo tutti. A Milano impari che questo è anche un lavoro, quindi le ruggini personali devono stare su un piano che non c’entra con quello della musica, finché è possibile.

E Londra?
Londra ti insegna ad essere te stesso, ti leva le barriere che non pensavi di avere, ti apre la mente, ti leva l’insicureza del giudizio altrui. Londra ti dice “cammina scalzo, nessuno ti guarda”

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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