Martedì 23 Luglio 2019
Interviste

Due chiacchiere con Bob Rifo: ‘Warp’, la scena italiana e il trauma “post EDM”

Sir Bob Cornelius Rifo racconta come è nato uno dei brani più iconici dell'ultimo decennio di cultura dance

Nel 2009 usciva uno dei brani più iconici dell’ultimo decennio di musica elettronica. ‘Warp 1.9’, la collaborazione firmata The Bloody Beetroots e Steve Aoki. Un po’ electro, un po’ punk rock. ‘Warp’’ è il perfetto esempio di quando le commistioni tra generi musicali funzionano e danno vita a brani che rimangono nel tempo. Nel frattempo, influenzando il workflow delle produzioni nell’ambito dell’electro e della progressive house che negli anni a seguire hanno dato vita al movimento EDM che ha segnato un ciclo musicale importantissimo per la storia della dj culture. In occasione del decimo anniversario, è uscita una speciale edizione celebrativa in vinile contenente tutte le versioni dell’iconica ‘Warp’. Ce lo racconta Sir Bob Cornelius Rifo, che a giugno pubblicherà il suo nuovo EP ‘Heavy’, il cui primo singolo estratto uscirà il 17 maggio. Abbiamo raggiunto il leader dei The Bloody Beetroots per qualche retroscena e per il suo punto di vista sulla scena musicale attuale. 


  
Raccontaci il processo creativo dietro ‘Warp’. Come nasce questo brano?
Onesto? A caso! La breve storia è questa: Alla fine del 2008 io e Aoki stavamo completando il milionesimo dj tour in Europa e ci venne in mente di prenderci tre giorni di pausa a Bassano Del Grappa (mio paese natale), giusto per spendere un pò di tempo in famiglia. Fu cosi che registrammo un EP punk hardcore chiamato ‘RIFOKI‘ e travolti dal senso di colpa per non aver prodotto niente di elettronico aprimmo un virtual synth a caso con un preset aspettando che mia madre preparasse la cena. Iniziammo alle 19.30, finimmo alle 20.00, la cena era pronta e con essa ‘Warp’. Vi invito ad acquistare il vinile del Decimo anniversario per leggere la storia, quella lunga, che vi farà scassare.

Gli ultimi dieci anni di Sir Bob Cornelius Rifo. Come riassumeresti il tuo decennio dall’uscita da ‘Warp’ in poi?
Anni tumultuosi, pericolosi, incoscienti, sempre al limite di tutto contro cinque anni di evoluzione, trasformazione, lotta e presa di coscienza.

Negli anni a seguire, Steve Aoki si è rivelato uno dei nomi più iconici della scena dance, così come anche The Bloody Beetroots, compresi i differenti – e tutto sommato opposti – immaginari portati sul palco. In che rapporto siete oggi?
Siamo amici e fratelli e proprio per questo sappiamo rispettare scelte e percorsi di entrambi.


  
Dal 2009 è cambiato molto della scena dance di primo piano, che in questo momento sembra vivere una fase di (fisiologico) stallo creativo che spinge gli artisti a reinventarsi e a pescare in generi differenti per continuare a variegare la propria offerta. Questi “vuoti” sono un ripetersi storico – spesso dovuto all’onda di commercializzazione che piomba sui fenomeni musicali che funzionano – ma che spesso finiscono con aprire le porte alle grandi rivoluzioni musicali. Le grandi etichette a mio giudizio mai come ora hanno un estremo bisogno di aria fresca. Che idea ti sei fatto?
Corsi e ricorsi, nel 2006 il do it yourself prese il sopravvento e segnò la fine di un’ era discografica; dopo 13 anni siamo più o meno allo stesso punto, nel 2019 gli artisti indipendenti guadagnano più delle major. Come mai? sempre la stessa storia: la foga delle major di inseguire quello che funziona di più portandole a saturare il catalogo con merda secca che puzza e un conseguente e drammatico rallentamento operativo. Questo meccanismo porta gli artisti a diventare sempre più indipendenti, dalla produzione alla release. Piattaforme come Kobalt, Awal, Spotify, YouTube, Pandora, Apple Music, TuneCore, Distrokid, sono tutte valide per iniziare il proprio business DIY. Poi, ovvio, se la musica fa cagare non è che arriva Cristo a salvarti dal baratro.

La scena pop italiana è invece in una fase contraria. Soprattutto l’ambito trap in Italia ha trovato fortuna anche tra i suoi vari sottogeneri e c’è spazio per sperimentazioni. Cosa ha funzionato in quel contesto, che invece nella scena dj (techno a parte) non sembra essere riuscito a girare a pieno, dal 2009 ad oggi?
Sicuramente il mondo dell’elettronica sta subendo un Post EDM Trauma (Cit. Boyz Noize) causato dalla mancanza di contenuti e da una completa saturazione dei bills nei mega festivals dove l’artista/rockstar dj/ fucker o come lo vogliamo chiamare non conta più un cazzo. Alcuni Paesi come l’Australia hanno , già da qualche anno, riavviato il sistema festival allontanandosi da pacchetti all inclusive mega tutto come Ultra, EDC, Stereosonic per creare boutique events dove l’esperienza artistica è più intima, il biglietto costa meno e la musica è dannatamente più figa. Quality over quantity e via di corsa dal modello americano dove bigger is better. Detto questo spendo due parole a favore di Los Angeles dove sta rinascendo un tessuto musicale underground popolato di giovani produttori di talento e di warehouse parties forniti di una strobo e una consolle.

Stiamo tornando al clubbing duro e puro, non solo in ambito techno.
In Italia credo sia cambiato un mondo, è cambiata la cultura, il linguaggio e la nuova generazione sta facendo un take over quasi totale con la trap. Esiste, c’è, piace, produce denaro da ogni buco, speriamo si possa evolvere ed elevare verso contenuti più profondi e strutturati con il tempo. Detto questo andatevi ad ascoltare ‘AK77′ di Linea 77 feat. Salmo & Slait, l’ho prodotto io ed è , a parer mio (ovvio ha ha), un buon esperimento crossover fra old school e new school. Non ho idea di che genere sia ma qualcosa è, ma sopratutto è un prodotto italiano underground (esiste?) che spacca.

 

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25 anni. Romano. Letteralmente cresciuto nel club. Ama inseguire la musica in giro per l'Europa ed avere a che fare con le menti più curiose del settore. Se non lo trovi probabilmente sta aggiornando le playlist di Spotify.

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