Venerdì 04 Dicembre 2020
Costume e Società

È sempre necessario remixare i grandi classici?

Dal video virale di Doggface208 al revival di una super hit del passato: bisogna sempre, davvero, ripescare il passato? Perché sì e perché no

Qualche giorno fa, spulciando Instagram, mi sono imbattuto in un video di David Guetta, che si dice “ispirato” dal video viralissimo di Doggface208, quel signore che gira in skateboard bevendo succo con in sottofondo ‘Dreams’ dei Fleetwood Mac. Uno di quei cortocircuiti social che regalano 15 secondi (letteralmente) di fama a un perfetto sconosciuto, grazie a una piccola grandissima magia come un breve video in cui l’azione, la sua espressione beata e la musica producono un insieme di elementi dalla fortissima carica empatica. Tanto che le views si contano a milioni, così come i tentativi di imitazione di moltissime persone in giro per il mondo, non ultimo l’autore stesso del brano: Mick Fleetwood. Ma tornando a Guetta, il video lo ispira per la più furba delle pratiche: cogliere l’occasione al volissimo per produrre un remix di ‘Dreams’, un classico che negli anni ha subìto già diversi trattamenti di restyling, da un cultissimo remix firmato Deep Dish a una versione discutibile dei The Corrs con un remix di Todd Tery che scopiazza spudoratamente se stesso nel suo take di ‘Missing’ che rese celebri gli Everything But The Girl.

La domanda che ci facciamo, in questa come in altre occasioni, resta la stessa: è davvero sempre necessario remixare i grandi classici?

 

 
 
 
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Big up to @doggface208 😝😝😝

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Da un lato, integralisti e nostalgici sono per il fronte del NO. Una canzone, una traccia, un brano, quando hanno la fortuna di intrecciare alcuni elementi perfetti, sono una magia che non può essere replicata. Appartengono a un preciso contesto musicale, a un preciso momento storico, e sono parte integrante non solo de nostro immaginario collettivo, ma anche dei nostri ricordi. E ogni versione, cover, remix, edit, non fa altro che sporcare quella perfezione.

Dall’altro lato, il fronte del SÌ fa leva su un noto principio della fisica: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Se una canzone era bella nella sua versione originale, trasportarla in un mondo sonor più moderno non significa mancarle di rispetto, ma soltanto farle un lifting che la renda più interessante alle orecchie delle nuove generazioni.

La verità sta sempre nel mezzo. Perché l’arte è un territorio di sperimentazione continua, ed essere conservatori, restare ancorati a regole universali per sempre, è un peccato mortale. E la musica, e soprattutto la dance, è un calderone sperimentale per eccellenza, in cui per far ballare il pubblico “vale tutto”.  Ma pensiamo anche alla classica: una partitura scritta in un modo può essere eseguita e interpretata con sfumature parecchio diverse tra loro. La differenza la fa la direzione dell’orchestra, l’intuizione e la bravura dei musicisti, la sensibilità dei solisti. Con i remix e le cover avviene la stessa operazione: raramente una nuova versione sarà meglio dell’originale, più memorabile o emozionante (e quindi, diranno i detrattori, perché farla?). Ma può essere utile a far conoscere alle nuove generazioni qualcosa che nella sua veste originale risulterebbe forse meno interessante, meno intrigante, a chi è abituato a un certo tipo di suono. Gli esempi sono infiniti: da Gabry Ponte che rifà ‘Geordie’ di Fabrizio De André a David Guetta che remixa i Fleetoowd Mac, da Flume che stravolge i Disclosure facendone un successo planetario a Erykah Badu che coverizza Drake. Certo, spesso dietro a operazioni del genere si nascondono una mancanza di creatività di fondo e la voglia di sfruttare il traino di qualcosa che tutti conoscono, per “vincere facile” e rischiare poco. Mettere le mani su brano noto, ritoccandone i connotati, è un’operazione che richiede molto meno sforzo di mettersi a scrivere e produrre qualcosa di completamente nuovo che abbia forza e impatto per creare un successo altrettanto strepitoso. Ma d’altra parte, è anche un modo per divertirsi e per divertire chi vuole ascoltare, e ballare, senza ricamarci sopra troppa filosofia. in fin dei conti, se un remix o una cover vengono bene, aggiugnono valore anche all’originale; in caso contrario, non gliene tolgono: restano solo operazioni dimenticabili.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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