Martedì 20 Agosto 2019
Clubbing

Il futuro guarda al passato. E sfondare i 128 non è un tabù

 

 

L’estate è passata, la stagione dei festival per eccellenza è conclusa. Una stagione particolare, che alle orecchie dei più attenti (ma forse anche dei più distratti) è stata caratterizzata da un ritorno al passato. Premessa doverosa: in questo pensiero non si tratterà del ritorno in voga del genere musicale X solo perché qualche dj ne ha inserito un pezzo all’interno del suo set (vedesi Nina Kraviz suonare classic trance sul palco del Kappa FuturFestival 2016, “evento” seguito da articoli entusiastici su come un genere tanto nobile stesse tornando alla ribalta). Negare che negli anni, sui mainstage dei principali eventi mondiali, sia stata proposta della musica che fuoriusciva dal concetto di “mainstream” sarebbe un errore. Basti pensare alla trap, che pur diventata ormai popolare e sdoganata – talvolta con un’eccessiva devozione al marketing stile Marshmello – ha rappresentato già di suo un’aria di cambiamento nelle tendenze mondiali soprattutto oltreoceano, dove ormai spopola e fatica ad avere eguali. Tuttavia, facendo un giro in Europa, si può notare che molti dj, anche tra i più seguiti, piuttosto che abbracciare nuove tendenze e cercare nuove vie si stiano sempre di più rifacendo a quelle del passato.

 

 

 

 

Un sottobosco hardstyle, per esempio, è sempre esistito e continua a fare grandissimi numeri da almeno 20 anni a questa parte, spesso un po’ colpevolmente snobbato e sottovalutato dalla stampa di settore (è un nostro piccolo mea culpa, sì), ma la novità è lo sdoganamento di questo genere sui palchi più popolari, votati soprattutto, negli ultimi anni, ai generi di massa come electro house e progressive house che girano sui canonici e celeberrimi 128 bpm. E infatti non ci fa più strano sentire Hardwell remixare The Chainsmokers, Zatox uscire sull’etichetta di W&W o vedere figure storiche di questo mondo come Headhunterz e Showtek tornare sul loro sentiero iniziale, dopo aver passato anni ad essere biasimati dai fan della prima ora per aver scelto la soluzione a dir loro più “commerciale”.

Non ci ha fatto neanche strano partecipare all’Electric Love Festival in Austria e sentire che sul mainstage si è rimasti per molto tempo al di sopra dei fatidici 128 bpm, ritmo sul quale si è basata l’EDM degli ultimi anni (ve la ricordate la scena in cui Zac Efron spiega come far ballare il pubblico in We Are Your Friends?), nonostante ad esibirsi fossero tutti dj che ci hanno sempre abituato ad una certa linearità. Il pubblico, da sempre accusato dai più snob di non smuoversi mai dai battiti per minuto a loro abituali, ha dato invece l’impressione di divertirsi molto di più al crescere della velocità della musica. Che si tratti di generi di vecchia data, come hardstyle e trance, soprattutto nella sua derivazione più estrema, o nuovi ibridi come l’hardtrap, la sensazione è quella che sempre più dj si siano accorti di come sia possibile e anche bello diversificare i propri set invece che mantenere sempre la stessa andatura e gli stessi suoni.

 

 

 

 

Per restare nel nostro Paese, il più grande fenomeno del 2016, volenti o nolenti, è stato il ritorno in pompa magna di Gigi D’Agostino. Ovviamente – sebbene il Gigi nazionale non abbia mai davvero avuto un calo significativo di fan, semmai di visibilità – il discorso su quanto il mondo di Facebook gli sia stato d’aiuto è importante, ancora più importante è notare come il torinese abbia deciso di non puntare in toto sul lento violento che lo ha reso celebre alla massa, bensì, specchio dei tempi e bravissimo ad analizzare la situazione dell’elettronica attuale, di guarnire i suoi set con la psytrance dei Vini Vici (unici artisti di questo genere ad arrivare alla numero due della classifica generale di Beatport, dato da non sottovalutare) o remix di proprie canzoni del passato. Tutto, rigorosamente, sopra i 128. C’è chi storce il naso sentendo questa sua evoluzione, ma la maggior parte del pubblico apprezza. Ovviamente però niente smuove le masse come ‘L’Amour Toujours’.

Non siamo quindi di fronte ad un ritorno in auge di mode del passato, ma più che altro alla sempre maggiore consapevolezza di molti che la vastità della musica elettronica non sia da sottovalutare ma anzi, da utilizzare come arma per non cadere, come purtroppo spesso negli ultimi anni è successo, nella monotonia e nella totale mancanza di creatività. Dopo anni di cassa dritta, infatti, trovare sulla tanto bistrattata Spinnin’ Records canzoni come ‘PSY or DIE’ di Carnage x Timmy Trumpet o ‘Invisible Children’ di KSHMR & Tigerlily, nonostante non siano degli incredibili esercizi di stile, è una bella boccata di ossigeno. Un occhio particolare va dato all’Australia, dove i gusti di molti si stanno spostando, dopo anni, dalla celeberrima Melbourne bounce a nuovi orizzonti. Con la speranza ovviamente che questa tendenza alla diversificazione non sia una cosa passeggera. Se parliamo del passato, prima dell’affermazione di house e techno come “standard” della musica da club (dalle cose più facili alle più ricercate) i dj passavano con disinvoltura dalla new wave al rap, dal rock all’acid jazz e al funk. Negli stessi anni ’90, club storici come l’Omen o il Cocoricò ospitavano nella stessa sala, e nella stessa line up, dj molto eterogenei tra loro per stile, attitudine, genere e velocità del set, dalla house elegante a 120 bpm fino alla techno e alla trance più dure con picchi sui 145-150. Nulla di nuovo sotto il sole, dunque, forse solo un risveglio da un letargo creativo che ha un pochino uniformato tutto in anni recenti.

Anche se i generi predominanti continuano a rimanere gli stessi, è bello ammirare come si creino, o tornino, sempre più variabili che riducono il ristagno al quale molti produttori stavano andando incontro, dovendo continuamente riciclare vecchie hit del passato invece che crearne di nuove.

 

 

 

 

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