Martedì 28 Gennaio 2020
Interviste

Tech in the studio with Erick Morillo, il maestro Jedi pronto per il Coachella

Una storia d'amore, la sua, che fa tappa a Miami, parte da Cartagena, transita da New York e Los Angeles e arriva dritta dritta al festival californiano

Tra gli headliner di quest’anno del Coachella, tra nomi come Rage Against the Machine e Travis Scott, in mezzo a Frank Ocean e Calvin Harris, ci sarà anche lui, col suo classico e celebre beat house, a mettere in risalto una carriera trentennale. Erick Morillo è cresciuto in un’epoca in cui SoundCloud non esisteva e non si poteva semplicemente inviare per e-mail una traccia a un’etichetta: ci volevano una strumentazione che fosse più di un computer, una cassetta o un acetato di vinile stampato, una busta, dei francobolli.

Proviene dalla vecchia scuola, questo paladino house mezzo colombiano e mezzo statunitense: un dj, produttore e discografico compreso dalle passate generazioni e vera novità per quelle più recenti. Ne ha viste di cotte e di crude, nella sua vita lavorativa, Morillo: una specie di maestro Jedi della house music che ha vissuto l’ascesa delle discoteche, protetto i ribelli del groove e combattuto la caduta di club leggendari con l’avvento dell’impero dei festival.

“Le nostre uscite su Subliminal variano nello stile, a volte sono melodiche, a volte tech o a volte tribali. Non ci piace essere… etichettati”, precisa oggi mentre è rimasto coerente a ciò che lo circonda. Una storia d’amore, la sua, che fa spesso tappa a Miami (galeotto è stato per anni il Winter Music Conference, ndr), pur partendo dalla natia Cartagena, transitando dal New Jersey e sostando nella adottiva Los Angeles. Ora ha in programma di pubblicare un brano ogni due settimane nell’arco del 2020 su Subliminal, Sondos, Subliminal Soul e Subusa; di continuare a firmare artisti per la casa discografica avviata con la coppia Harry Romero-Josè Nuñez; e infine, di realizzare remix per gli amici più intimi. Quello per Joe Smooth e la sua ‘Promised Land’ sta andando forte a distanza di settimane dalla sua prima diffusione. È stato Maykel Piron, boss di Armada Music, a proporgli la rivisitazione. Era uno dei suoi dischi preferiti e Morillo ha colto l’occasione dicendo subito sì. Ma ha molto altro da raccontarci.

 

Quanto tempo è passato da ‘I Like To Move It’ dei Reel 2 Real. Tanti anni, più di 25. Come è cambiata la scena della produzione musicale di inizio Novanta rispetto a oggi?
Oggi è tutto molto più accessibile. Quando ho iniziato, dovevi fermarti giorni se non settimane in un posto per produrre qualcosa; ora puoi praticamente produrre ovunque. Il laptop è lo studio dei tempi che viviamo. Oggi posso andare in un attimo dallo studio al club con qualcosa di nuovo e provarlo immediatamente.

Oggi cosa deve stare al centro di un processo di produzione?

Per me il cuore di ogni produzione è il momento, l’istinto. Molta musica è usa e getta al giorno d’oggi. Mi piace concentrarmi su dischi di qualità che verranno riprodotti per anni piuttosto che essere alla moda per un paio di settimane. Non voglio che le mie produzioni vengano dimenticate nel tempo.

Come descriveresti il suono della tua label Subliminal?
Senza voler rientrare in un cliché, penso che il mio suono e quello della nostra label sia un viaggio. Mi piace iniziare in modo profondo, sexy e melodico anche nei dj set; quindi adoro portare il mood a quel suono tech e tribale, scuro, con voci sparse in alcuni punti come se usate come arrangiamenti, effetti. Creare l’atmosfera, creare una tensione e assicurarsi che tutti in pista siano felici, questo dovrebbe essere l’obiettivo di noi dj.

 

Quale hardware o software è decisivo nelle tue produzioni?
Per me il cuore del mio processo produttivo è Logic Pro. È il software grazie a cui mi sento completamente a mio agio, che uso da anni. Noi, qui, facciamo tutto in casa, presso gli studi di Subliminal, dalla pre produzione al mix, sino al mastering. Ci piace che ogni disco abbia un suono di qualità tutto nostro. Abbiamo lavorato duramente per più di vent’anni per ottenere il risultato e l’imprinting giusto. Cerchiamo il nostro modo di intendere la perfezione. Ogni produttore, dj o artista si impegna per tenere elevato in livello qualitativo, anche se penso ci sia sempre spazio per dei miglioramenti. La tecnologia si muove così velocemente oggi che ci sono sempre nuovi suoni o processi che puoi implementare.

L’imbarazzo della scelta è comune con tutti i software in circolazione. Il consiglio da riservare agli aspiranti produttori è sempre legato all’istinto?
Bisogna conoscere la propria DAW in modo quasi… intimo. Logic, Ableton Live, Cubase non importa; bisogna assicurarsi di conoscere ciò che si usa nell’iter quotidiano. Bisogna imparare quanti più comandi possibili, gli shortcut e ottimizzare il proprio flusso di lavoro.

 

Come è stata creata la tua ultima traccia?
‘Jackin’ è un pezzo afrotech che ho fatto con un mio amico di lunga data del New Jersey, Antranig. È un pezzo profondo, scuro, sporco, perfetto per quei momenti speciali a tarda notte, nel club. Abbiamo impiegato il giusto, per realizzarlo; siamo partiti da una buona idea. L’importante, quando si fanno le cose a più mani, è avere un’ottima comunicazione.

Come ci si sente a lavorare su qualcosa che potrebbe diventare un tormentone?
È ciò che tiene in vita me e tanti altri, come artista. Si va costantemente avanti, si guarda al futuro ricordando da dove si proviene. Penso che una volta che si entra in una zona di comfort, si soffoca la propria creatività.

 

Se tutto è più esplicito, diventa meno “intimo”? Dove stanno la coerenza sonora e la sua identità?
Per rispondere alla prima domanda: è così. Sono in tanti i miei colleghi che stanno prendendo in considerazione nuove tendenze musicali, in questo momento. La maggior parte dei dj sono… unici, riconoscibili, riconducibili. Per collegarmi alla seconda, negli ultimi dodici mesi ho suonato a feste dove c’erano i Martinez Brothers, Luciano, Jamie Jones e Loco Dice, solo per citarne alcuni, e l’atmosfera era sempre al punto giusto. Questa è coerenza.

Pensi che il concetto di drop, di big room, sia un modo disonesto per trascinare la folla a un festival? Perché una certa scena da club non richiede certi mezzucci?
I festival sono fantastici, tuttavia puoi essere abbastanza lontano dal tuo pubblico per capire molte cose: devi assicurarti di scegliere dischi dal suono più vasto, trasversale, comprensibile, diretto. Devi lavorare un po’ più attentamente e assiduamente, per far saltare una folla infinita. L’atmosfera è diversa nelle situazioni outdoor, quindi meno contenuta rispetto a un club che ha soffitti bassi, sistemi audio creati ad hoc e fidelizzazione da parte del pubblico.

 

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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