• LUNEDì 30 GENNAIO 2023
Interviste

“Ero un producer hip hop”: Bonobo racconta la sua esaltante carriera e arriva in Italia per due date

L'ultimo album 'Fragments', le voglia di fare il dj, gli esordi con campionatori e computer. Bonobo si racconta

Foto: Nicole Schoen Visconti

Una carriera ventennale, che l’ha visto trasformarsi da newcomer degno di attenzione a fenomeno underground e poi definitivamente sbocciare come star del panorama mondiale. Simon Green, da tutti conosciuto come Bonobo, è un validissimo producer, un dj, un musicista, un compositore. Una figura trasversale, amata da pubblico e critica, che sta portando in tour l’ultimo album ‘Fragments’, tour che toccherà Bologna (all’Estragon) il 2 dicembre e Milano (al Fabrique) il giorno successivo, sabato 3 (info e biglietti QUI). L’abbiamo intervistato per sapere cosa aspettarci dal vivo, le ispirazioni dell’ultimo album, e ripercorrere le sue evoluzioni stilistiche.

 

Come sta andando il tour?
Alla grande, devo dire anche un po’ esausto perché siamo quasi a fine tour mi sento come se fossi da… da sempre! Ma è la fine di un ciclo perciò, sai, quella serie di date in cui sei abbastanza sicuro di quello che stai portando in giro da poter cambiare scalette e chi verrà a vederci in questi ultimi show si troverà davanti a spettacoli davvero speciali.

Uno degli aspetti più intriganti dei tour è quello della preparazione, quando ci si mette a progettare palco, luci, si cefca di capire con quale formazione e set girare, tutto ciò che poi diventerà il concerto. Come hai immaginato questo tour?
Non ho pensato al live finché non ho terminato il disco, quindi non avevo in testa la proiezione di ciò che avrei voluto fare ma mi sono concentrato sui due aspetti in momenti differenti. Ho capito cosa avrei voluto solo una volta finito il lavoro in studio. La band è simile a quella dello scorso giro di concerti ma con più dinamica, ci sono momenti acustici, altri invece full band, e poi uno spazio dedicato a me solo con la parte elettronica, insomma è un range ampio.

E per quanto rigurada tutta la aprte visiva? Video, light design…
Ci sono molti video, ormai un elemento importante dei miei live, e delle luci curate e suggestive, c’è un team di sei elementi per questa sezione dello show, è un grande crescendo, tra CGI e filmati di panorami e oggetti reali.

 

‘Fragments’ è il tuo ultimo album, uscito nel 2022, ma non è il tuo ultimo lavoro pubblicato, perché da poco sei uscito con due nuove tracce…
Sì, ‘Defender’ e ‘ATK’ che è la main track di questo doppio singolo. Si tratta di due brani molto più orientati ai club, li ho prodotti durante le sessioni di ‘Fragments’ ma non stavano bene lì dentro, non si amalgamavano al resto del disco come avrei voluto, quindi le ho lasciate fuori. Però sentivo che erano valide, mi piacciono, e allora le ho pubblicate più avanti, separate dall’album. Sono una versione di me più legate alla musica da club, alle sue atmosfere e al Bonobo dj.

A proposito di dj, suoni ancora molto in giro nella tua versione “da consolle”?
Sì, non tanto quanto vorrei, ma sì, faccio parecchi festival dove invece di portare la band al completo preferisco esibirmi in versione dj. Per dire, la scorsa estate ho suonato quattro set durante Glastonbury, e poi ho fatto Printworks lo scorso weekend, un posto speciale. E altre date ancora.

Sei in un momento dove il tuo lato club è molto vivace, o sbaglio?
Non sbagli, è proprio così. Sento molte cose eccitanti che mi fanno venire voglia di stare in consolle. Il 2023 sarà dedicato a questa attività, probabilmente.

 

I tuoi primi album erano a pieno titolo parte di una corrente che si era fatta largo nello scenario musicale tra la fine degli anni ’90 e i primi ’00. Post-trip hop, abstract hip hop, indietronica, chiamiamola come preferisci: campionamenti, beat perlopiù mid-tempo, e tanto groove. Poi nel tempo ti sei evoluto trovando una cifra stilsitica tutta tua. Se ti guardi indietro, c’è un momento in cui puoi dire quando hai compiuto questo salto? Proprio quel disco, quell’anno, quel momento in cui affermi “qui!”?
Beh, è interessante… però quel momento esiste e secondo me è il terzo abum, ‘Days To Come’. Quello ha svoltato la mia carriera perché ha svoltato il modo in cui concepisco la musica. Prima ero una sorta di producer hip hop, campioni-computer-cut’n’paste. Ma da lì, da ‘Days To Come’, mi sono proprio aperto alle registrazioni di canzoni, strumenti, vocals… ho scoperto il piacere dello studio come strumento, come luogo in cui poter spaziare in tanti modi diversi di scrivere, comporre, produrre, suonare, arrangiare.

Cos’è rimasto dei primi anni?
Penso una sorta di passione per i sample. Per i loop, per l’idea di basare la produzione su quella mentalità da producer.

Cosa ti piace invece ora?
I sintetizzatori modulari, i rack, quell’hardware gigantesco che mi permette di stare in studio e giocare, perdermi con i pattern, sperimentare fino davvero a non sapere più da dove ero partito.

Un artista che conosco dice spesso che la parte più interessante del lavoro del musicista è stare in studio a fare i dischi. Dice che per lui i dischi potrebbero anche non uscire, basterebbe continuare a stare in studio a fare i dischi, senza farli uscire.
Sono d’accordo, è il piacere di immergersi totalmente nella musica, ed è ciò da cui poi emergono le canzoni, gli album.

Che farai nel 2023?
Finirò il tour di ‘Fragments’, farò più dj set, comporrò musica per film e tv, e spero di potermi concentrare sulla produzione di pezzi da club e su qualche collaborazione.

 

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Albi Scotti
Giornalista di DJ Mag Italia e responsabile dei contenuti web della rivista. DJ. Speaker e autore radiofonico.

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