Sabato 16 Ottobre 2021
Costume e Società

Tutti gli errori (e gli strumenti) che hanno innovato la musica elettronica

Alcune delle tecniche più informali e fuori dai cliché della musica elettronica sono nate grazie al disguido umano

La musica elettronica sin dalla propria nascita, e in modo particolare durante tutta la sua esistenza, si basa sull’idea dell’imperfezione che diventa una miscela di vantaggi e unicità. Ricerche approfondite e casuali di produttori discografici e dj hanno portato molte volte a risultati straordinari: anzi, imprevisti. Sono in circolazione ormai da tempo singoli che hanno fatto gioco forza sulla loro atipicità e sono diventati dei floorfiller.

Che dire delle variazioni “non a tavolino” di velocità e quindi di bpm nel metronomo dei sequencer che nel 1994 fece schizzare verso i 160 gli Snap! e Digital Boy con ‘Welcome to Tomorrow (Are You Ready?)’ e ‘The Mountain Of King’? Chi non ricorda ‘I’m Standing’ degli X-Static, dietro al quale c’erano i fratelli Visnadi, che per discostarsi da progetti come Livin’ Joy o Alex Party spingevano a mille sul distorsore creando un suono ipnotico, duro, low-fi e riconoscibile (la stessa distorsione che dal nulla creò la cassa della hardcore)?

 

Chi non ricorda il primo Benny Benassi vicino alla più pura e funky house music tentare insieme al cugino Alle la strada di una techno diventata electro pop di enorme successo con ‘Satisfaction’? Grazie all’uso insolito di filtri, riverberi, compressioni, la via azzardata venne battuta anche da Eric Prydz che schiacciò alla follia con il sidechain, ispirato dai Daft Punk, il sample di ‘Valerie’ di Steve Winwood trasformandolo in ‘Call On Me’? E a proposito di Daft Punk: anni luce prima del patinatissimo ‘R.A.M.’, un’opera suonata dai migliori musicisti, registrata dai migliori sound engineer, prodotta e mixata dai migliori produttori, i due nel loro esordio ‘Homework’ commettono una serie di “errori” nel voler ricopiare suoni e soluzioni stilistiche evidentemente al di là della portata della loro strumentazione. Ma non del loro talento, perché proprio quei settagi “sbagliati” in fase di produzione e mix hanno segnato dei nuovi standard nella musica house e dance in generale.

La storia della dance è costellata di episodi simili, in cui i produttori sono andati oltre i propri parametri. Si guardi ai Whirlpool Productions che nel 1996 per la loro ‘From Disco To Disco’, il giorno della registrazione delle parti vocali in studio, con il microfono aperto, si lasciarono andare a gorgheggi e melodie dopo una serata di bagordi tra birra e schiamazzi tra le vie di Colonia. All’etichetta Motor Music piacque proprio quella strampalata interpretazione.

 

Buona la prima, che poi è la frase che pronunciarono Maurizio Molella e Filippo Carmeni quando passarono la voce calante di Gala nel suo esordio ‘Everyone Has Inside’. E soprattutto nel celebre “nannana-nana-nana” di ‘Freed From Desire’, vocalizzo che la cantante non voleva tenere nel pezzo finito, e che invece ha fatto fare il botto al progetto, ancora oggi nel cuore di milioni di fan, come dimostrano e curve degli stadi di tutto il mondo. Gli addetti ai lavori delle case discografiche adorano chi osa, chi va oltre la propria comfort zone. Una pratica amata soprattutto dagli A&R, dai talent scout più agguerriti e meticolosi. Vero, è opinione comune che le label non siano mai pronte a rischiare. Non è vero: i brand musicali investono e percorrono strade se notano che alla base di una produzione musicale c’è possibilità di raccogliere consenso ed eventualmente guadagno.

Alcune delle innovazioni più importanti nella musica elettronica sono nate per errore soprattutto a monte, alla matrice di un suono. Che sia stato l’(ab)uso della TR-808 di Roland e poi della drum machine TR-909 da parte dei primi produttori di techno, che sia stata la inesorabile diffusione di un campionatore come il Fairlight (nella foto qui sotto), che sia stato l’avvento accidentale della quantizzazione o il suono generato dal filtro del Moog, le maggiori scoperte di alcune apparecchiature hanno avuto un profondo impatto sulla crescita della musica elettronica, in particolare nella dance. La sperimentazione è sempre stata al centro della musica elettronica.

 

Spingendo un hardware al proprio limite, cablandolo in modo inusuale, distorcendo le matrici e rimettendo in discussione alcuni software, il settore più volte è riuscito a rigenerarsi con poderose e intense boccate d’aria fresca. Dopo aver preso in considerazione alcuni nomi e titoli, è d’obbligo affrontare i marchi che spopolano da quasi mezzo secolo negli studi di registrazione. Come l’M1 della Korg, che doveva essere un vero pianoforte e che invece è diventato il suono di una certa piano house.

Come il Moog, ad esempio, noto ancora oggi per il suo suono liquido, capace di toni morbidi ma nello stesso tempo aggressivi e dirompenti. Il Minimoog ha segnato un epoca grazie alla presenza nell’album ‘Thriller’ di Michael Jackson ma anche all’uso che ne hanno fatto i Kraftwerk. Alla fine degli anni Settanta, dai laboratori Linn Electronics, Roger Linn pensò bene di aver inventato una batterie elettronica caratterizzata da suoni tradizionali. Niente di più sbagliato.

Linn per pattern pre programmati come quello chiamato Samba e quello chiamato Rock utilizzò chip analogici per ricreare i suoni di cassa, rullante e hi-hat. Ne emersero suoni nuovi, non fedeli a quelli che sarebbero gli originali, e totalmente rivoluzionari. Probabilmente, anche batterie elettroniche come la TR-808 e la TR-909 della Roland avrebbero dovuto seguire la strada di un suono organico, naturale e vicino agli strumenti tradizionali percussivi. Invece no, anche in questo caso. Con la Transistor Rhythm (da qui l’acronimo usato da Roland) marchiata 808 la casa nipponica mirava a questo: consentire ai musicisti di programmare i propri pattern di batteria attraverso un ormai leggendario sequencer a 16 step.

 

Con il crollo dei prezzi dell’usato, molti produttori di Detroit, Chicago e New York hanno iniziato ad acquistare unità celebrandone il mito, il carattere distintivo, le peculiarità. Juan Atkins ha comprato la sua prima TR-808 per lavorare sulle tracce della sua band, i Cybotron, mentre Afrika Bambaataa ha ridefinito i suoi beat per i Soulsonic Force e la loro ‘Planet Rock’, prodotta da Arthur Baker. Con 12mila unità prodotte, la 808 uscì dal mercato nel 1984.

Oggi la TR-8 di Roland ha già fatto la sua comparsa negli studi e sul palco di artisti come Disclosure, KiNK e Mathew Jonson. Senza dimenticare la Roland TB-303, che avrebbe dovuto ricreare un suono di basso tradizionale per aiutare i chitarristi a esercitarsi e invece ha spianato la strada all’esplosione della acid house.

L’hardware non è tornato per restare, in realtà non se n’era mai andato. Paradossalmente, in mano a folli e lungimiranti sperimentatori, potrebbe essere la chiave di volta per rigenerare un comparto sempre più occluso da cloni e brani prodotti in modo banale. Che l’incidente (in studio) sia con noi.

 

 

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Riccardo Sada
Distratto o forse ammaliato dalla sua primogenita, attratto da tutto ciò che è trance e nu disco, electro e progressive house, lo trovate spesso in qualche studio di registrazione, a volte in qualche rave, raramente nei localoni o a qualche party sulle spiagge di Tel Aviv.

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